Tratti peculiari dei rapporti di Oxfam, sono il sapere unire profondità analitico-documentale con l’esperienza diretta maturata sul campo; saper coniugare idealità e concretezza, la denuncia e la proposta.
Altro “marchio di fabbrica” di Oxfam è una sana, vitale, testardaggine. L’insistere nell’aggiornare di tragedie politiche e umanitarie quando altri, in primis la stampa mainstream, tendono a dimenticare quelle tragedie, a rimuoverne le cause, a chiudere gli occhi di fronte ad una realtà disumanizzante. È il caso della Palestina.
Per fortuna, Oxfam non dimentica. Al contrario aggiorna i dati, denuncia responsabilità, aggiorna e arricchisce le proposte.
Ricostruire Gaza costerà 71,4 miliardi di dollari, ovvero 7 volte il costo totale di tutte le ricostruzioni successive a ogni grande offensiva militare sulla Striscia degli ultimi 20 anni. Una cifra record che riflette solo una parte dell’impatto reale del conflitto scoppiato nel 2023, perché la ricostruzione del tessuto sociale richiederà generazioni. Basti pensare che il livello di sviluppo umano in meno di 3 anni è stato riportato indietro di ben 77 anni.
È l’allarme lanciato oggi da Oxfam, nell’ambito della campagna ©Palestina, tutti i diritti riservati, con un nuovo report, realizzato in collaborazione con il Palestine Economic Policy Research Institute (MAS) e il Palestine Trade Centre (PalTrade).
Ricostruzione a guida palestinese
Il dossier presenta inoltre una proposta per la ricostruzione di Gaza fondata non sulla beneficenza, ma sul riconoscimento della titolarità del popolo palestinese a guidare il processo in termini di visione, priorità e sequenza delle azioni. Nato da una serie estesa di consultazioni che si sono svolte in tutta Gaza, il rapporto fa emergere la richiesta al Board of Peace, presieduto dagli Stati Uniti, e ai leader mondiali di adottare un modello di ricostruzione che non sia guidato dall’esterno.
“Qualsiasi Piano per la ricostruzione di Gaza è destinato a fallire, indipendentemente dalla cifra che sarà stanziata, se sarà imposto dall’alto, senza un coinvolgimento delle istituzioni locali, della società civile e degli attori economici. Bisognerà anche partire dal riconoscimento delle responsabilità di Israele, imponendo un’autentica inversione di rotta in ambito internazionale. – spiega Paolo Pezzati, portavoce per le crisi umanitarie di Oxfam Italia – Quanto successo negli ultimi 20 anni è lampante. Il costo della ricostruzione dopo le guerre del 2008-09, del 2014 e del 2021 ammontava a 10 miliardi di dollari in totale (ai valori attuali), ma ogni Piano è stato soffocato e reso vano dal blocco ininterrotto di Israele, dall’insufficienza di donatori e dal susseguirsi di offensive militari: chi aspettava di tornare a casa dopo l’offensiva del 2014, ad esempio, ha visto andare tutto in cenere sotto le bombe dell’ultima guerra”.
Per impedire che si ripetano gli stessi errori sarà quindi decisivo il ruolo degli Stati terzi e della comunità internazionale, la pressione che eserciteranno su Israele, dentro e fuori dal Board of Peace.
“Per questo con lacampagna ©Palestina, tutti i diritti riservati – continua Pezzati – chiediamo con forza al Governo italiano un cambio di linea politica, anche in sede europea, a sostegno di un processo di ricostruzione realmente inclusivo, esteso anche alle aree colpite dal conflitto in Cisgiordania e a Gerusalemme est”.
Un appello che chiunque può sostenere aderendo alla campagna su: oxfam.it/palestina-tuttiidirittiriservati
Riparazioni di guerra
Secondo le stime contenute nel report, basate sui dati di Nazioni Unite, Unione europea e Banca Mondiale, Gaza ha subito danni e perdite economiche per un totale di 57,9 miliardi di dollari, ma sarà necessario stanziarne oltre 71 per sostenerne la ripresa e la ricostruzione nell’arco dei prossimi 10 anni.
In meno di 3 anni sono stati uccisi 73 mila palestinesi, i feriti sono 173 mila e 1,9 milioni di persone sono state ripetutamente sfollate. Nel settembre 2025, la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite ha concluso che Israele ha commesso un genocidio a Gaza.
“Questi dati presentano un quadro che non è frutto del destino. – continua Pezzati – Sono l’occupazione e il blocco illegali da parte di Israele, insieme all’impunità di cui gode, a produrre lo stesso risultato, guerra dopo guerra. Gli stati, inclusa l’Italia, che hanno armato, coperto direttamente o indirettamente la distruzione di Gaza da parte di Israele, hanno precise responsabilità e devono contribuire alla riparazione dei danni. Il rapporto infine mostra come i costi non siano solo economici, perché questa guerra ha cancellato ciò che nessuna valutazione dei danni può quantificare: il sistema di istruzione e culturale, di assistenza pubblica a qualsiasi livello. Inoltre, ha inquinato l’ambiente, ha disgregato qualsiasi legame comunitario e tessuto sociale”.
Rasi al suolo
- La cancellazione del sistema di istruzione e culturale: quasi tutte le scuole sono state distrutte o danneggiate, le università rase al suolo, migliaia di insegnanti, professori e ricercatori sono stati uccisi, mentre le biblioteche e gli archivi di storia palestinese sono andati perduti.
- L’assistenza a qualsiasi livello ricade quasi interamente sulle donne: ad oggi a Gaza circa 58.600 nuclei familiari sono guidati da donne, mentre la disoccupazione femminile si attesta al 92%. La maggior parte delle donne dedica dalle 8 alle 12 ore al giorno – alcune fino a 16 – ad attività di cura non retribuite: mettersi in fila dalle 5 del mattino per procurarsi l’acqua necessaria per sopravvivere, cucinare su fuochi a legna o bruciando rifiuti, assistere i feriti.
- L’inferno quotidiano vissuto dalle persone con disabilità: oltre 50.000 persone necessitano attualmente di riabilitazione a lungo termine e si stima che l’83% delle persone con disabilità non possa fare affidamento su una qualche forma di assistenza. Molti vivono in tende o rifugi costruiti per ospitare 2.000 persone, ma che arrivano a contenerne fino 20.000, con 650 persone che condividono un unico bagno.
- Una terra avvelenata: frutteti che hanno richiesto decenni per crescere, serre e raccolti sono andati distrutti; i terreni agricoli sono stati contaminati da metalli pesanti e residui di esplosivi; la falda acquifera costiera sta collassando mentre le acque reflue non trattate si riversano in mare, riportando ai massimi livelli il rischio che si diffondano malattie un tempo debellate, tra cui la poliomielite.
Autodeterminazione
“La proposta che presentiamo oggi definisce un quadro quinquennale per la ripresa e la ricostruzione e parte dal riconoscimento del diritto inalienabile del popolo palestinese di decidere del proprio presente e futuro in ogni fase della ricostruzione, potendo esprimere un’unica visione nazionale che colleghi Gaza, la Cisgiordania e Gerusalemme est. In questa direzione è perciò cruciale che non venga imposto dalla comunità internazionale alcun modello che escluda l’autonomia palestinese, frammenti ulteriormente il suo territorio e affidi la gestione di Gaza ad un’amministrazione transitoria internazionale. Al contrario chiediamo che venga attutato un processo che – in coordinamento con l’UE, l’Egitto, gli Stati arabi del Golfo, l’ONU e le agenzie internazionali – resti saldamente ancorato al rispetto del diritto internazionale rifuggendo da modelli di ricostruzione meramente orientati al profitto”.
In vista dell’81ª sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e dei prossimi summit dei Paesi donatori, l’appello rivolto al Board of Peace e alla comunità internazionale è quindi di:
- trasferire immediatamente l’amministrazione di Gaza ai palestinesi;
- smantellare il blocco e le restrizioni che hanno soffocato ogni precedente tentativo di ricostruzione;
- lavorare per garantire che Israele risponda del genocidio commesso;
- impegnarsi a favore di un orizzonte politico che ponga fine all’occupazione e garantisca l’autodeterminazione palestinese, attesa da decenni.
“Il report parte dall’ascolto di ciò che la popolazione di Gaza vuole, chiede e si immagina per il proprio futuro. – conclude Pezzati – Un processo che potrà avere successo solo se sarà ascoltato davvero. Tutti noi possiamo mobilitarci e sostenere questo diritto perché sia davvero l’ultima volta che Gaza viene ricostruita”.
Così il Rapporto di Oxfam. Dal quale emerge un altro elemento virtuoso che ha da sempre caratterizzato l’impegno di Oxfam nei luoghi di crisi in cui è impegnata. L’elemento dell’autodeterminazione. L’attenzione a far crescere una imprenditoria locale, a valorizzare esperie e talenti autoctoni, a fare cooperazione con, in questo caso, i palestinesi e non sopra di loro.
Un contributo importante anche per la formazione di una nuova, diffusa, consapevole, preparata classe dirigente pronta a dare il proprio contributo al radicarsi, sul piano socio-economico e di gestione pubblica, di uno Stato di Palestina, il giorno, si spera non lontano, in cui finalmente sorgerà.