Generazioni in dialogo: speranze, precarietà e futuro incerto in Italia
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Generazioni in dialogo: speranze, precarietà e futuro incerto in Italia

Il libro "L’ora del caffè" di Gianrico e Giorgia Carofiglio affronta il divario generazionale e la precarietà economica in Italia, promuovendo il dialogo e l'ottimismo.

Generazioni in dialogo: speranze, precarietà e futuro incerto in Italia
Gianrico Carofiglio
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19 Ottobre 2023 - 02.08


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di Antonio Salvati

Essere giovani al giorno d’oggi in Italia non è proprio semplice. Potremmo aggiungere che non è un bell’affare, considerato il fenomeno della migrazione giovanile (nella duplice accezione nord-sud e Italia-estero) e quello della “gig economy”, l’economia basata su lavori temporanei, fenomeni assai trascurati dal dibattito politico. Ricordando Marx servirebbe un po’ di “coscienza di classe”. Una cruda realtà delle cose e una certa narrativa sul “Paese per vecchi” non aiutano a ricomporre l’attuale gap generazionale, fenomeno sociale – occorre precisarlo – che ha sempre accompagnato la storia dell’uomo. Talvolta, questo gap scaturisce da problemi di comunicazione: la consueta difficoltà di comprensione intergenerazionale dipende spesso dall’adozione di linguaggi diversi – se non opposti –, da parte di membri di generazioni diverse, ognuno con dei codici e degli script specifici che spesso ostacolano l’accesso sia in termini di ascolto che di comprensione agli appartenenti a generazioni estranee a quel determinato linguaggio. L’ultimo volume di Gianrico Carofiglio, scritto con la figlia Giorgia, L’ora del caffè. Manuale di conversazione per generazioni incompatibili (Einaudi 2022 pp. 144, € 16,00), nasce dalla volontà di dimostrare che dialogare con i figli si può, che è possibile provare a elaborare — a ricomporre? — disaccordi e incomprensioni fra due individui che rappresentano generazioni diverse, in quanto cresciute in contesti profondamente diversi.

Dunque dialogare, seppur non sempre le premesse lo consentono. Spesso le generazioni sono distanti e incompatibili, ma dialogare è possibile quando c’è la volontà di cambiare e di confrontarsi con l’importante avvertenza: «cambiare implica, richiede, anche una riflessione sulle parole. Il linguaggio rispecchia l’ideologia degli assetti sociali e delimita lo spazio di ciò che possiamo pensare e financo immaginare». A Gianrico sembra che l’esercizio sia riuscito, con il fondato motivo che abbia giocato facile rispetto agli innumerevoli contesti familiari del nostro paese.

Sono diverse le questioni prese in esame dai due autori. Come quella relativa all’«euristica della disponibilità», definizione tecnica che sta a significare che si verifica quando si tende a stimare la probabilità di un accadimento in base all’impatto emotivo di una percezione o di un ricordo, piuttosto che sull’effettiva probabilità (spesso ignorata) del fatto temuto. Solitamente abbiamo un’idea sulla consistenza dei pericoli non coincidente con i pericoli oggettivi. O meglio ci allarmiamo per eventi o fenomeni assai improbabili, «quando non addirittura inesistenti, e al tempo stesso, proprio per la medesima ragione, ci esponiamo a gravi rischi senza alcuna consapevolezza né cautela». Spesso le paure sono governate dal modo e dalla ripetitività con cui i media parlano di certi argomenti, «mentre i pericoli dipendono dalle frequenze, in molti casi sconosciute, con cui si verificano i fatti dannosi. È uno dei paradossi dell’umanità, oggi più intenso che in passato. Ci allarmiamo per la possibilità di eventi statisticamente poco significativi (incidenti aerei, assalti criminali, immigrazione) ma che colpiscono la fantasia». È un fenomeno molto studiato negli ultimi decenni dalla psicologia sociale. In tal senso, come far percepire la gravità della crisi climatica. La vera domanda non è perché i giovani credano più degli adulti al cambiamento climatico, «ma perché riescano a immedesimarsi di più nella narrazione di quel fenomeno: cioè perché sono capaci di farne un fatto personale, di ridurre la distanza psicologica. La realtà è che il futuro è molto piú (drammaticamente) facile da immaginare se ti ci vedi in prima persona. La generazione dei ventenni affronterà alcuni degli effetti più drammatici di questa emergenza».

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A differenza dei loro genitori, le nuove generazioni devono misurarsi con gli sconvolgimenti che internet ha prodotto all’industria dell’informazione. Sconvolgimenti che hanno prodotto un «giornalismo identitario». Su internet, sui social network, la viralità dei contenuti è a un tempo causa ed effetto della dissoluzione del contesto, osservano i due autori. In tal senso, le informazioni ci arrivano frammentate, assumono una vita propria, condivise e riutilizzate migliaia di volte, e noi non sappiamo nulla della loro origine. L’idea stessa di un autore perde di importanza: i contenuti diventano proprietà di chiunque li utilizza, li condivide, li riusa nel suo personale quadro di riferimento. In una cornice simile siamo costantemente spaesati: non comprendiamo il tono degli altri perché non abbiamo regole interpretative comuni; siamo sottoposti all’impulso di reagire automaticamente, senza aver messo insieme i vari pezzi del puzzle. L’avvento di internet ha portato a un altro cambio di paradigma epocale. I boomers sono cresciuti in tempo in cui le opinioni che potevano raggiungere un gran numero di persone erano solo quelle dei personaggi pubblici: intellettuali, giornalisti, artisti o politici. E veicolavano attraverso quotidiani, riviste e canali televisivi, in maniera autorevole. Adesso è una possibilità concessa a tutti, e non sempre è un bene. Lo ha detto efficacemente anni fa Umberto Eco con toni piuttosto vivaci: «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli. Prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli». Gli articoli più visti e commentati sono quelli divisivi, che oltraggiano e offendono; «quelli con una narrazione semplice, che ci consente di scegliere senza sforzo da che parte stare. (…) Ci importa solo del suo valore simbolico (o ciò che crediamo sia il suo valore simbolico) e della conseguente possibilità di decidere come schierarci». Occorre fare lo sforzo di non cedere al ritmo forsennato e spesso insensato della rete, non cadere nella trappola delle polemiche facili, non credere che l’oltraggio (o la risposta all’oltraggio) sia l’unica modalità possibile del dibattito. Naturalmente è molto più facile a dirsi che a farsi, come potrebbero spiegarci i neuroscienziati specializzati nello studio delle regole che governano un meccanismo fragile come la nostra attenzione.

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Altra questione assai indagata è quello della disoccupazione giovanile in Italia, tra le più alte in Europa. Gli stipendi non aumentano da trent’anni e la generazione dei Millennial è la piú povera dal dopoguerra. I trentenni di oggi sono entrati nel mondo del lavoro durante una crisi economica devastante, mentre i ventenni hanno mosso i primi passi in quello stesso mondo durante una pandemia che ha privato dell’occupazione un giovane su sei. A dispetto di chi attribuisce ai ragazzi scarsa volontà di impegnarsi e lavorare sodo e dunque a loro stessi la responsabilità di una innegabile condizione di disagio, i dati indicano – spiegano i Carofiglio – tutti un problema sistemico. Anche fra i trentenni che lavorano, quasi la metà è povera, con un reddito tra gli ottomila e i sedicimila euro all’anno. Molti di più si riconoscono nello schema seguente. Sono cresciuti nella classe media, con la convinzione che se avessero studiato e si fossero impegnati avrebbero raggiunto gli stessi risultati dei propri genitori: una carriera prevedibile e benessere economico. Il lavoro sarebbe diventato un mezzo di espressione personale, oltre che uno strumento per procurarsi un reddito dignitoso e comunque adeguato. Non è che crescendo «non fossero coscienti di ciò che accadeva intorno a loro, di un’economia stagnante o in recessione, delle persone che andavano a cercare lavoro all’estero, dei trentenni e quarantenni ancora intrappolati in contratti precari. È solo che non pensavano sarebbe accaduto anche a loro, perché nonostante tutto, in tanti rispettavano le regole del gioco: se ti impegni, studi, vai bene all’università, impari un’altra lingua, sarai ripagato. È quella che il filosofo Michael Sandel chiama “retorica dell’ascesa”: la promessa (non mantenuta) per cui chi si sforza e lavora duramente può crescere fin dove lo porteranno doti, forza di volontà, duro lavoro». La realtà ha mostrato un’altra faccia. Con contratti precari, in nero, senza garanzie di carriera, il lavoro è stato svuotato di gran parte dei suoi incentivi: status, progettualità, senso. Se infatti è vero che molti ventenni non sono pronti a fare gli stessi sacrifici delle generazioni precedenti, «è perché – sottolineano i due autori – sono disillusi rispetto alla possibilità che quei sacrifici offrano vere opportunità di progresso. Il lavoro, in pratica, ha perso molto del suo valore strumentale e della sua promessa meritocratica». Si scaccia, si esorcizza il senso di fallimento – spesso senza accorgersene – rispetto all’impossibilità di replicare le condizioni dei propri genitori. È chiaro «che si tratta di una trappola che costringe in un ciclo di insoddisfazione permanente, e soprattutto rende la prospettiva di non riuscire sempre piú paurosa e catastrofica». La vita personale è spesso – per tutti – influenzata da quella lavorativa. Non poter fare progetti, né immaginare un futuro a lungo termine, «ha un effetto sulla stabilità delle relazioni, rende difficile creare comunità intorno a sé, e cosí via. E un altro orizzonte di senso rischia di svanire. Se da una parte i Millennial sono sempre piú consci di come sono limitati dal contesto e dal momento storico, d’altra parte, inevitabilmente, vivono ancora il fallimento come una sconfitta personale, un evento segnato dal senso di colpa individuale. Si trovano in un limbo tra passato e futuro, figli di (e ancora vincolati da) una mentalità che appartiene a un tempo e a condizioni economiche ormai dissolte. Tra il vecchio mondo che sta svanendo e quello che tarda a comparire». Una promessa scontata si è infranta: ogni generazione migliorerà rispetto a quella che l’ha preceduta. È vero – certo – che i giovani di oggi non sono poveri come chi è nato nella prima metà del Novecento, e senza ombra di dubbio molti sono cresciuti in condizioni assai più confortevoli dei loro genitori. Tuttavia, a livello psicologico, la consapevolezza di viaggiare in traiettoria discendente è il vero buco nero della speranza. Le caratteristiche tipiche dell’età adulta si allontanano sempre di piú, in un Paese come l’Italia in cui si è considerati giovani ben oltre i trent’anni, «in cui all’esclusione economica si accompagna spesso l’esclusione politica e sociale, dai posti di potere, dalla cultura». All’instabilità economica, all’incapacità di fare piani, si collega la chiara e concreta sensazione – e il dato di fatto – di non essere ugualmente parte di una comunità di cittadini, perché non si ha un proprio posto, la sensazione di contribuire, di possedere qualcosa che ci renda a pieno titolo partecipi della vita comune. Cosa significa diventare adulti in un mondo in cui tutto sembra precario e incontrollabile? Potrebbe rappresentare la trasformazione della precarietà in accettazione attiva del cambiamento e delle occasioni che comporta o progettare una vita in comune al di fuori degli schemi della famiglia tradizionale. Per chi non vive più con i genitori, non ha una casa propria e deve abitare con dei coinquilini, può consistere nel reinterpretare il senso di parole come famiglia, condivisione, comunità. In altri termini, un futuro dai contorni incerti.

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Il libro guarda con simpatia e soprattutto con speranza le vicissitudini delle giovani generazioni. Anche con la consapevolezza che talvolta noi umani siamo incapaci di fare previsioni e continuiamo a farne sbagliate. Leggiamo il futuro con gli occhi miopi del presente senza visioni. I sogni non sempre si avverano, nei termini configurati. Resta il fatto che è necessario dichiararli ed inseguirli, anche sembrano irrealizzabili. Un aforisma – attribuito a torto o a ragione a Einstein – valido per la politica ed altre discipline recita: «chi dice che non è possibile non dovrebbe disturbare chi ce la sta facendo».

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