Tra le pieghe della storia, spunta un romanzo avvincente
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Tra le pieghe della storia, spunta un romanzo avvincente

"Preludio e fuga di Riccardo Klement" di Marco Ballestracci esplora la complessità postbellica, svelando segreti e connivenze della Chiesa

Tra le pieghe della storia, spunta un romanzo avvincente
Marco Ballestracci
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15 Novembre 2023 - 00.31


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di Rock Reynolds

Capita talvolta di sentir dire che certi autori renderebbero interessante anche la lista della spesa, se decidessero di compilarne e pubblicarne una. Non sono certo che sia nei suoi programmi a medio termine, ma Marco Ballestracci di Castelfranco Veneto di talento narrativo ne ha da vendere. Non a caso, da anni trasporta la sua verve letteraria dalla scrivania al palcoscenico, trasformando i suoi libri in veri e propri spettacoli, tra narrazione e musica, recitazione e dialogo. E lo fa da tempi non sospetti, prima che Federico Buffa si reinventasse autore di successo di pièce teatrali. Perché ho citato proprio Buffa? Perché i suoi monologhi sono quasi sempre incentrati intorno a figure leggendarie di atleti che, con le loro imprese, hanno infiammato le folle oppure che non hanno saputo mantenere fede a un talento naturale inusitato a causa di incidenti di percorso di vario tipo.

Marco Ballestracci ha scritto e scrive di grandi musicisti e di campioni dello sport. Non a caso, si è aggiudicato due volte il Premio Selezione Bancarella Sport per i libri A pedate. 11 eroi e 11 leggendarie partite di calcio (Mattioli 1885) e La storia balorda (Instar Libri). Stavolta, però, ha fatto un piccolo salto nel vuoto, scegliendo di raccontare, attraverso la forma del romanzo storico, uno spaccato della nostra Italia a cui non viene riservata l’attenzione giusta: la fine della Seconda Guerra e le difficoltà di un intero paese nel scendere a patti con una storia recentissima che lo ha spaccato in due.

Ed è in quel contesto che si colloca Preludio e fuga di Riccardo Klement (Edizioni Alphabeta Verlag, pagg 176, euro 15). Il Sudtirolo è un territorio di confine, una zona storicamente contesa in cui domina una natura meravigliosa, con le Alpi a fare da frangiflutti alle ambizioni di dominio della Germania nazista e pure a rallentare eventuali slanci di assimilazione tra la popolazione di lingua tedesca e quella di lingua italiana. Una vedova si trova a crescere due figli adolescenti a Sterzing/Vipiteno. La guerra infuria e uno dei due figli, accecato da un entusiasmo alimentato dalla propaganda, si arruola nella Wehrmacht e finisce sul fronte orientale, mentre l’altro non si lascia affabulare dalla retorica militarista tedesca. Dopo la guerra, la vedova trova un impiego come perpetua di un parroco.

Sappiamo tutti come andarono le cose: l’armistizio e la nascita della Repubblica di Salò, la capitolazione del nazismo e la morte di Hitler. Sappiamo anche che non tutti i gerarchi nazisti e fascisti e i fiancheggiatori dei due regimi furono portati davanti alla giustizia. Chi non ha sentito parlare di “Odessa”, l’organizzazione che, all’indomani della caduta del Terzo Reich, si prodigò per assicurare la fuga in America Latina di molti nazisti, con la complicità attiva del Vaticano? Preludio e fuga di Riccardo Klement non è la riproposizione di un romanzo di successo come, appunto, Dossier Odessa di Frederick Forsyth. Ballestracci, senza vuoti moralismi, ci presenta una storia avvincente, sottolineando colpe innegabili e connivenze inquietanti della Chiesa, attraverso figure di primo piano della curia romana così come altre meno conosciute di diocesi locali.

Ballestracci sa come si scrive una bella vicenda e non fa certo rimpiangere la scelta di uscire dal seminato.

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Cosa l’ha spinta a scrivere un romanzo storico?

In realtà, sono convinto d’aver scritto sempre romanzi storici – non a caso sono un dumasiano convinto – solo che il pretesto erano situazioni che avevano a che fare con lo sport. Nei miei libri “sportivi”, la Seconda Guerra, così come il fascismo e il nazismo, appaiono più di una decina di volte. Mi è sempre interessato uno scenario storico in cui lo sport, se così si può dire, galleggiasse e probabilmente alleggerisse la descrizione del contesto. Stavolta, siccome c’erano tutti gli elementi per farlo, ho deciso di togliere il pretesto sportivo e addentrarmi nella forma canonicamente stabilita del romanzo storico.

Cosa può trarre il lettore italiano dalla vicenda che lei narra?

È evidente che in Italia sta progressivamente crescendo – anche a causa della sparizione della generazione che ha visto per davvero la Seconda Guerra – la scuola di pensiero del “Beh, sì, eravamo in guerra ed eravamo alleati dei nazisti, ma in realtà non abbiamo fatto niente di male. Siamo sempre stati buoni nei territori che abbiamo occupato”, che finisce sempre per trasformarsi nell’“anzi, noi siamo stati vittime degli sloveni e dei croati e anche i russi con noi sono stati cattivi”. Insomma l’evidente rimozione del fascismo e delle invasioni a cui abbiamo attivamente partecipato, con tanto di vittimizzazione del povero italiano medio. Non solo in Preludio e fuga di Riccardo Klement ma anche nei libri “sportivi” ho cercato di ricostruire con precisione e, spero, senza faziosità, lo scenario storico in cui si sono svolte le cose.

Gli sforzi compiuti dal Vaticano per far fuggire dall’Europa un elevato numero di nazisti erano in linea con il potere del momento?

Quando si parla di Chiesa, si parla di un mondo vastissimo. L’impressione che ho tratto preparando il libro è che non vi sia stata un’organizzazione ramificatissima – la rete che tradizionalmente si chiama “Odessa” – per favorire la fuga di chi aveva avuto un ruolo importante negli anni del Reich. Si trattava di persone che, soprattutto per appartenenza linguistica, per una certa idea di anticomunismo – d’altro conto solo la Wehrmacht aveva fronteggiato sul campo, armi in pugno, l’Armata Rossa – e per quel certo antiebraismo che, guardacaso, non s’è mai spento, ritenevano giusto favorire l’esfiltrazione. Erano poche ma efficienti. Per ciò che riguarda le alte sfere ecclesiastiche, considerate le critiche continue verso Pio XII, credo che, francamente, non potessero controllare i comportamenti di tutti gli uomini di chiesa. D’altro canto, Pacelli, grande soggetto romanzesco, si rendeva perfettamente conto che l’abisso era a un passo: sapeva molto bene chi erano i nazisti e come si comportavano e conosceva pure molto bene i pogrom. Sapeva di trovarsi nella spinosa situazione del “come fai una cosa, sbagli”. Inoltre, la Chiesa va da Massimiliano Kolbe ad Alois Hudal: agli estremi. Certo, stigmatizzare i cattivi esempi è esibizione di conoscenza, tuttavia la semplificazione che spesso regna sul comportamento della Chiesa durante la Seconda Guerra credo sia solo un ulteriore dimostrazione della rapida diffusione del pensiero antiscientifico. In questo senso in Preludio e fuga di Riccardo Klement mi limito a descrivere, con più verosimiglianza possibile, ciò che deve essere accaduto. Spero che il lettore non colga una mia “morale” sui fatti, perché non era affatto nelle mie intenzioni.

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Cos’è un “optante”? Confesso di non averne mai sentito parlare prima…

Anche questa è una cosa che si scopre e, una volta scoperta, si cerca di preservarla dall’oblio. Quando all’Italia venne assegnato nel 1919 il Sudtirolo, questo territorio – linguisticamente sempre rimasto tedesco – doveva per forza diventare italiano. Così i fascisti, come d’abitudine, martellarono spietatamente e non poco per l’italianizzazione forzata, giungendo persino all’estremo della modificazione dei cognomi tedeschi delle famiglie. Anche questa è una cosa che si tende a dimenticare in fretta, limitandosi alla naturale “simpatia” degli altoatesini per il nazismo. Era evidente che, di fronte a questa situazione, si creassero momenti di grossa tensione, soprattutto quando salì al potere “l’uomo forte” tedesco al quale s’affidarono, per tutela, i sudtirolesi. Queste frizioni si dovettero risolvere e nel 1939 – tramite libera espressione dei capifamiglia – venne concessa l’opportunità ai sudtirolesi di scegliere se essere italiani o essere tedeschi. D’altro canto coloro che sceglievano l’opzione tedesca – gli optanti – avrebbero dovuto abbandonare entro due anni il territorio italiano e salire in Germania, che dopo l’Anschluss comprendeva anche l’Austria. L’inizio della guerra interruppe questo processo scaturito dall’“opzione tedesca”.

Qual è stata la scintilla che l’ha spinta a parlare di “Odessa” da romanziere?

Tanti anni fa, scrissi un romanzo intitolato La Storia Balorda in cui – sportivamente – sottintendevo che il più grande e spietato massacro del secondo dopoguerra in quello che chiamiamo generalmente Occidente fosse stato la guerra sporca in Argentina nel periodo del regime militare: dal 1976 al 1983. Ipotizzai che quel sistema discendesse direttamente – nei metodi – dal Terzo Reich. L’esfiltrazione delle SS ne era l’esempio più fulgido. È stato allora che ho cominciato a ricostruire i movimenti poi palesati in Preludio e fuga di Riccardo Klement. Il motivo per cui ho scelto la forma del romanzo per parlarne è legato alla pratica. Se trattassi gli argomenti di cui scrivo in forma di saggio, farei una fortuna nel campo dei medicinali contro l’insonnia.

Nel mondo di social e fake news, un romanzo può fare la differenza?

Il mercato librario è in fortissima crisi. Una decina d’anni fa, un libro che vendeva bene nel mercato italiano raggiungeva una certa cifra di copie. Adesso quella cifra s’è ridotta di due terzi e quei due terzi che mancano sono occupati da un po’ di tutto: dall’autopubblicazione, dagli editori che fanno finta di non appartenere all’autopubblicazione e, naturalmente, dal tempo dedicato ai social. Per cui, mi tocca dire che un romanzo non fa la minima differenza.

Per questo romanzo, che tipo di ricerche d’archivio ha fatto?

Un romanzo come questo ha ragione d’essere solo se è sostenuto da ricerche storiche importanti. La mia casa editrice, che d’altro canto è altoatesina, ha voluto blindarsi da tutte le eventuali critiche territoriali e mi ha fatto seguire, in seconda battuta, da uno storico sudtirolese molto stimato. Non amo frequentare luoghi come i vescovadi, che accentuano la mia claustrofobia, tuttavia ci sono storici che hanno fatto molto bene il loro mestiere, tra cui visitare gli archivi dei vescovadi, e che hanno messo a disposizione i loro risultati a chi desidera consultarli.

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Le è mai capitato di parlare dell’appoggio della Chiesa ai nazisti con qualche sacerdote?

Per la mia età, ho vissuto quel periodo che, in qualche modo, è riallacciabile alla Teologia della Liberazione, in senso ampio, ovviamente. Ho incontrato diversi sacerdoti che chiacchierando, per esempio, di monsignor Romero, ma anche del famoso Santo Subito, abbassavano gli occhi vergognandosi dell’istituzione di cui facevano parte. Diciamo che anche Papa Francesco, per quanto sia una persona, dal mio punto di vista, ammirevole, è soggetto a qualche sussurro per ciò che concerne il suo ruolo da provinciale dei gesuiti in Argentina nel periodo di Videla e dei “Voli della Morte”. Lo stesso vale per il sacro poeta Jorge Luis Borges. Ma, d’altro canto, è facile adesso criticare chi non s’è espresso pubblicamente allora: si chiama dietrologia, perciò io tento disperatamente di evitare valutazioni di merito o facile morale, tenendo sempre a mente la santissima frase: “Si sa che la gente dà buoni consigli quando non può più dare cattivo esempio”. Tuttavia, come dicevo prima, ciò che la Chiesa rappresenta è talmente vasto che è stupido valutarne la portata sulla base del comportamento dei singoli.

Il fantasma del comunismo spaventa ancora la Chiesa?

È chiaro che il comunismo non esiste più, ammesso che sia mai esistito. Fascismo e nazismo, invece, sono esistiti di sicuro e mi pare che si possa credere che esistano ancora. Se oggi la Chiesa teme ancora il comunismo, forse le servirebbe una visita oculistica.

Come andrebbe ripensata oggi l’idea che quello altoatesino sia stato un popolo anti-italiano?

Il discorso è difficile, molto lungo ed estendibile, per esempio, all’Ucraina. Per esempio, c’è la lunga narrazione a proposito dei nazisti ucraini che, letta così, fa propendere per un’opinione insita nella parola “nazista”. Poi, si leggono i libri di Vassili Grossman e quando si materializza il monolite di Holomodor, ci si rende conto che la storia andrebbe riletta con un altro possibile criterio e, magari, accettando di incrinare un’opinione a lungo conservata. Lo stesso vale per il Sudtirolo: tutto ciò che si riduce alle simpatie naziste dell’Alto Adige andrebbe riletto alla luce della fascistizzazione forzata, per correttezza storica. Ma, siccome la rilettura storica in Italia non è propriamente ambita e finisce per manifestarsi attraverso il “Giorno del Ricordo”, quando due o tre cosettine le ricordano anche gli abitanti di Ljubljana e dell’Isola di Rab, allora credo sia davvero un tantino ridicolo, da parte degli italiani, chiedere un esame di coscienza agli altoatesini, che dovrebbero, dal nostro punto di vista, caricarsi sulle spalle la memoria di Pompanin, del vescovo Geigler e di Riccardo Klement, personaggi del mio romanzo. Prima di chieder loro questo sforzo, dovremmo quantomeno dare il buon esempio.

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