Alessandro Manzoni, il faro della letteratura ottecentesca
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Alessandro Manzoni, il faro della letteratura ottecentesca

Alessandro Manzoni è forse il romanziere italiano più importante e famoso. Il 22 maggio di quest’anno ricorre il centocinquantesimo anniversario della sua morte.

Alessandro Manzoni, il faro della letteratura ottecentesca
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22 Maggio 2023 - 09.25


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di Gianluca Mazzei

Alessandro Manzoni è forse il romanziere italiano più importante e famoso. Il 22 maggio di quest’anno ricorre il centocinquantesimo anniversario della sua morte.

È l’autore faro della letteratura italiana ottocentesca, come lo è stato Marco Tullio Cicerone per la letteratura latina tardo-repubblicana ed Omero per quella greca.

Infatti, Manzoni utilizza la lingua italiana che è diventata nel corso del tempo quella istituzionale di tutti noi; la prosa di Cicerone è studiata da tutti gli studenti di latino e, infine, l’etica di Omero è diventata la base e la fonte di ispirazione per tutti coloro che sono vissuti in Grecia. 

Manzoni è l’autore più amato e al tempo stesso odiato in Italia. Portavoce della religione italiana, è al tempo stesso croce e delizia per i ginnasiali.

Manzoni in tutta la sua vita è stato un autore prolifico: ci ha lasciato infatti numerosi scritti, tragedie come “l’Adelchi” e “il conte di Carmagnola”, poemi e numerose poesie, ma solo un unico romanzo, “I Promessi Sposi”. 

In “Fermo e Lucia”, titolo iniziale del romanzo, si è fatto portavoce dei moti risorgimentali, perché, denunciando il dominio spagnolo del Seicento, in realtà prendeva di mira quello austriaco dell’Ottocento.

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Fino al secolo scorso, i ragazzi dovevano imparare a memoria interi brani di questa sua opera più importante, tra questi “L’addio ai monti” e “La madre di Cecilia”. Fin da subito il romanzo manzoniano ha avuto un grande successo nazionale, perché popolare. Non usava in quest’opera il latino, lingua dei ceti colti, ma, come nel Trecento aveva fatto Dante Alighieri con la sua “Divina Commedia”, il fiorentino, diventando così di accesso a tutti.

La Chiesa cattolica viene molto rappresentata nel romanzo. Ricordiamo le figure di Don Abbondio e della Monaca di Monza, fattisi ecclesiastici non per sincera vocazione, che vengono descritti il primo per la sua codardia e la seconda a causa della sua relazione amorosa con uno scellerato di nome Egidio. D’altro canto, sono raffigurate le figure positive di Fra Cristoforo e del Cardinale Federico Borromeo, ispirate nelle loro azioni da una forte vocazione cristiana.

Tutta l’opera manzoniana è permeata dall’ideale che la Divina Provvidenza sia la protagonista occulta della Storia e che guidi tutti gli eventi prodotti dall’uomo. Figura emblematica di quest’idea è l’Innominato, convertitosi grazie prima a Lucia e poi al Cardinale Borromeo. Prima di incontrarli era solo un crudele e potente signorotto; dopo, pur continuando a vivere sempre nella ricchezza, farà del bene la sua missione.

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Figura ideale della poetica manzoniana è Lucia, la protagonista del romanzo. È raffigurata come una persona angelica e permeata di tutte le virtù cristiane: umile e modesta, crede fortemente nella Divina Provvidenza. È forse per questo il personaggio meno umano e più antiquato de “I Promessi Sposi”. Mentre Renzo è più impulsivo e incline al sentimento, Lucia è sempre sorretta dalla Ragione Cristiana.

Nel romanzo risultano memorabili gli antagonisti di Renzo e Lucia. Don Rodrigo e la Monaca di Monza sono mossi da grandi passioni, risultano perciò più umani e credibili. Non a caso, i capitoli dedicati alla Monaca di Monza sono considerati come un romanzo nel romanzo. Gertrude, la monaca dalla personalità complessa, non viene del tutto condannata dall’autore che in realtà la comprende e la compatisce. Infatti viene chiamata “sventurata”. 

La prosa manzoniana è anche pervasa da grande senso di ironia che sfocia spesso in comicità. Si ricordano a proposito i grandi duetti tra Don Abbondio e la domestica Perpetua o la gestualità del politico Ferrer durante le sommosse di Milano.

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Altri passi del romanzo sono molto lirici e commoventi. Si pensi alla figura poetica e dignitosa della madre di Cecilia, che con grande fermezza poggia la figlia morta sul carretto del monatto, il quale, di solito cinico, di fronte al gesto di questa madre diventa misericordioso.

L’opera manzoniana è stata da sempre oggetto di dibattiti tra i critici letterari, che spesso le hanno preferito i romanzi del verista Giovanni Verga, meno permeati dall’ideale cristiano.

Ma è incontrovertibile che “I Promessi Sposi” resterà un’opera immortale e che, se non fosse stato imposto nella scuola dell’obbligo, forse sarebbe stato ancora più apprezzato ed anche più amato dai ragazzi.

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