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L’ineffabile arte delle colonne sonore: il Maestro Marco Werba si racconta

Reduce dalla 44a edizione del Cairo International Film Festival dove ha presentato la colonna sonora del film "L’Ile du Pardon" di Ridha Behi, il compositore parla della sua carriera e dei progetti futuri.

L’ineffabile arte delle colonne sonore: il Maestro Marco Werba si racconta

Giuseppe Costigliola Modifica articolo

2 Dicembre 2022 - 21.40


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Autore della colonna sonora del film L’Ile du Pardon di Ridha Behi, con Claudia Cardinale, presentato alla 44a edizione del Cairo International Film Festival, Marco Werba, al secolo Marc Adam Werblowsky, si conferma artista di raffinata sensibilità e indiscusso talento, tra i più interessanti compositori di musica da film. Madrileno di nascita, con studi classici in Francia, Stati Uniti e Italia, suo paese di adozione, vanta una carriera musicale ricca di riconoscimenti, sia nel campo della direzione d’orchestra che in quello della composizione sinfonica e da camera oltre che cinematografica. Tra le tante colonne sonore da lui firmate, ricordiamo Zoo di Cristina Comencini, Anita, una vita per Garibaldi e Il delitto Mattarella di Aurelio Grimaldi, Giallo di Dario Argento, Smoke di Ashley Avis. Lo abbiamo intervistato per Globalist.

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Maestro Werba, a quali suggestioni si è ispirato per la colonna sonora de L’Ile du Pardon, film che affronta il tema della coabitazione tra varie etnie nella Tunisia degli anni Cinquanta?

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Buona domanda. Il regista Ridha Behi non voleva una musica che riflettesse l’ambientazione del film e che non fosse influenzata dalla musica araba. Ho scritto quindi un tema drammatico e solenne “universale”, che diventa il tema principale del film, legato alle vicende dei protagonisti. Questo tema diventa anche la canzone dei titoli di coda. Un brano quindi importante e centrale. L’unica composizione che risente di influenze della musica mediorientale è “The Burial” (“La sepoltura”). https://www.youtube.com/watch?v=30eKltrp4T4. In passato avevo già scritto una composizione da concerto (“La sinfonia del deserto”), dove c’erano influenze della musica araba, e nel film Anita di Aurelio Grimaldi c’era una scena ambientata nel deserto per la quale avevo scritto una musica etnica della stessa tipologia.

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Quale influenza esercita sulla sua attività artistica la formazione internazionale in cui è maturata la sua carriera?

Un’influenza importante. Una volta un regista disse che la mia musica non era “provinciale” ma aveva un respiro più ampio, forse con un sound “europeo”. Ho ascoltato molte musiche degli autori più importanti che abbiamo avuto in Europa (i compositori francesi Georges Delerue, Philippe Sarde, Gabriel Yared, Francis Lai – con il quale ho lavorato –, Vladimir Cosma; i compositori spagnoli Anton Garcia Abril, Alberto Iglesias e Fernando Velázquez; i compositori inglesi John Barry, John Scott, Stanley Myers, Michael Lewis e Richard Harvey; i compositori italiani Mario Nascimbene, Nino Rota, Ennio Morricone, Fiorenzo Carpi, Nicola Piovani, Pino Donaggio, Stelvio Cipriani, Guido e Maurizio De Angelis; i compositori greci Mikis Theodorakis ed Eleni Karaindrou; il compositore polacco Zbigniew Preisner, ed altri). Ho ascoltato le musiche degli autori statunitensi Bernard Herrmann, John Williams, Jerry Goldsmith, Howard Shore, James Horner, Christopher Young, James Newton Howard, Thomas Newman e molti altri. Ascoltando i lavori dei vari compositori ho assorbito qualcosa da ognuno di loro e ho capito quali erano quelli che avevano uno stile personale e quelli che non l’avevano. Ad esempio, per me il compositore in assoluto dallo stile più personale è stato John Barry. Al secondo posto metterei Ennio Morricone e al terzo Nicola Piovani.

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Come intende il rapporto fra musica e cinema?

Un rapporto complesso che può dare risultati sorprendenti. Quando abbiamo una sequenza che ha già una sua forza e aggiungiamo una musica emotivamente coinvolgente l’impatto emotivo è devastante. Sono due forme d’arte in grado di comunicare emozioni intense. C’è da dire che il pubblico che assiste alla visione di un film raramente percepisce la presenza della musica perché la assorbe a livello inconscio. Ho sperimentato questo sulla mia pelle. Quando ero un ragazzino andai a vedere con mio padre il film di fantascienza Logan’s Run (1976, La fuga di Logan) di Michael Anderson, con Michael York e Jennifer Agutter. Il film mi colpì molto. Andai a rivederlo una seconda volta. Durante la prima visione non mi ero reso conto che c’era una musica straordinaria del premio oscar Jerry Goldsmith, quando invece vidi il film per la seconda volta all’improvviso mi resi conto che c’era una musica straordinaria. Fu come una folgorazione sulla via di Damasco. A 15 anni pensavo di voler diventare regista, dopo aver visto questo film mi resi conto che volevo invece diventare un compositore di colonne sonore.

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Lei è autore di un testo sulla musica nel cinema thriller. Che stimoli trova che offrano i cosiddetti film di genere?

Molti. A differenza delle musiche dei film del neorealismo che necessitavano di poca musica, il commento musicale nei film di genere diventa fondamentale per rendere verosimili situazioni insolite o paradossali. Superman che prende il volo senza la musica di Williams sarebbe meno credibile, lo squalo che si avvicina senza la musica di Williams farebbe meno paura, la scena della doccia di Psycho senza la musica di Herrmann non avrebbe lo stesso impatto emotivo, e così via. C’è poi la musica per “contrasto” che può dare ottimi risultati. La nenia infantile di Profondo Rosso, di Giorgio Gaslini, crea un contrasto efficace con la scena del delitto durante il pranzo natalizio. La canzone rock usata da John Landis in An American Werewolf in London (Un lupo mannaro a Londra) durante la trasformazione in licantropo crea un effetto curioso, il tema romantico di Evelyn, di Stelvio Cipriani, per la scena iniziale di Ecologia del delitto (conosciuto anche con il titolo Reazione a catena) di Mario Bava crea un climax nostalgico nel momento in cui sta per essere commesso un crimine, cogliendo di sorpresa lo spettatore (se Cipriani avesse messo una musica di tensione avrebbe anticipato quello che stava per accadere).

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Come ricorda la collaborazione col premio Oscar Francis Lai per il film in costume Amore e libertà: Masaniello di Angelo Antonucci?

Una bella collaborazione. Francis Lai era una persona molto umile e cordiale. Un melodista dallo stile personale. L’avevo conosciuto quando vinsi il mio primo premio (“Colonna Sonora” dell’Ente dello Spettacolo per Zoo di Cristina Comencini) e lo andai a trovare a Parigi un paio di volte. Quando il regista Angelo Antonucci mi propose di coinvolgere un premio Oscar nella scrittura di un tema d’amore per il suo film proposi subito il nome di Francis Lai (Premio Oscar per Love Story). Andammo a casa sua insieme al regista, gli raccontammo la storia di Masaniello e dopo un mese ci inviò un tema musicale che orchestrai e incisi insieme alle mie musiche con la Bulgarian Symphony Orchestra. Fu l’unica volta in tutta la sua carriera in cui accettò di scrivere un brano all’interno della colonna sonora di un altro compositore. Francis rispondeva sempre ai miei messaggi di auguri per Natale o per il compleanno. Non rispose all’ultimo messaggio. Pochi giorni dopo lessi un articolo in cui si parlava della sua morte. Fu un grande dispiacere. Lo ricorderò sempre con affetto.

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Quale spirito caratterizza il Concorso internazionale di musiche per film, da lei creato?

Se si riferisce al “Premio Mario Nascimbene” ho creato la prima edizione insieme ad Andrea Mascitti ma poi è stato lui a portare avanti il Premio. Volevo rendere omaggio ad un compositore italiano importante che oggi sono in pochi a ricordare: Mario Nascimbene, che prima di Rota, Morricone, Ortolani e Donaggio ha lavorato negli Stati Uniti per produzioni importanti (The Vikings, con Kirk Douglas e Tony Curtis, Barabbas con Anthony Quinn e Silvana Mangano, One million years BC, con Raquel Welch, e che ha lavorato anche con Roberto Rossellini (Il Messia) e Valerio Zurlini (Estate violenta/La prima notte di quiete). Nascimbene ha rivoluzionato il modo di scrivere la musica applicata a Hollywood. Incisi la mia prima composizione (Atomica, i sopravvissuti) nel suo studio in Via della Mendola a Roma. Lui avevo uno studio con un suo fonico personale che aveva inventato il “mixerama” (l’antenato del campionatore). In Italia non ci sono molti concorsi di composizione di musica applicata e c’è solo un festival creato da poco da Marco Patrignani. Mi piacerebbe creare un concorso specifico di colonne sonore per film di genere. Sarebbe la prima volta in assoluto.


Progetti per il futuro?

Dopo tanti anni di gavetta ci sono diversi progetti cinematografici. sia in Italia che all’estero. Non è mai semplice capire quali di questi progetti si concretizzeranno e quando saranno realizzati. Ho finito da poco il film storico di Angelo Antonucci Goffredo, sulla vita di Goffredo Mameli, con Stefania Sandrelli, Emanuele Macone, Maria Grazia Cucinotta e Vincent Riotta e sto attualmente lavorando sul thriller indonesiano Dig Me No Grave per il quale ho scritto una canzone “country western” incisa a Londra e interpretata da Lanfranco Carnacina, che è stato finalista di The Voice senior. Un’esperienza nuova. Amo molto variare e lavorare per diverse tipologie di film di varie nazionalità. Finora ho lavorato per thriller, film drammatici e storici italiani, inglesi, albanesi, messicani, tunisini e adesso indonesiani.

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