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Solo cover ma intanto Guccini è tornato a cantare

Sempre dalla parte dei perdenti, Francesco Guccini ha incontrato a Milano la stampa per presentare il suo nuovo disco «Canzoni da intorto».

Solo cover ma intanto Guccini è tornato a cantare
Francesco Guccini

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17 Novembre 2022 - 22.12


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di Giordano Casiraghi

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Non ha mai fatto troppe conferenze stampa, solo saltuariamente, almeno a Milano. Questa volta ha scelto la Bocciofila Martesana e non poteva esserci posto migliore. Già con «L’Ultima Thule», ultimo album di canzoni risalente al novembre del 2012, l’artista aveva scelto un’antica balera in via Cadamosto.

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Stavolta Guccini torna al disco, torna alla canzone, torna a cantare, ma lo fa con le canzoni di altri e intitola il disco «Canzoni da intorto» (BMG) che sarà disponibile solo in fisico, niente streaming, niente piattaforme, al punto che quando gli viene chiesto perché di questa scelta lui, affermando che non sa di cosa si stia parlando, passa il microfono a un giovane che fa parte della scuderia discografica affinché spiegasse lui il perché. In effetti stiamo parlando di un album che viene da lontano e Guccini è uno che ha pubblicato dischi che possono ben definirsi letteratura in canzoni. Ora, qualora qualcuno delle giovani generazioni volesse addentrarsi in un mondo a lui sconosciuto, è bene che un disco di canzoni di Guccini lo ascolti dall’inizio alla fine. A proposito del titolo, perché questo titolo: «Ho fatto canzoni da intorto, nel senso che un tempo per abbindolare innocenti fanciulle le quali, rese vittime dal fascino di quelle canzoni, si piegavano ai miei turpi voleri e desideri. Ammetto che un paio di canzoni qui presenti, forse, potrebbero essere state usate alla bisogna, ma solo per un paio di volte e non di più». 

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È ormai arrivato a ottantadue anni e mezzo il «nostro» maestrone e può concedersi tutto, soprattutto adesso che rischia di essere più conosciuto come scrittore di libri, avendone collezionati una ventina. Lui che ama scrivere in dialetto, perché è una sua passione e non solo conosce il dialetto della sua terra. Infatti nell’album eccolo cantare in dialetto milanese «El me gatt» di Ivan Della Mea  (lui che ha sempre amato i gatti) e «Ma Mi» di Fiorenzo Carpi e Giorgio Strehler. «Non è poi così differente al mio dialetto – precisa Guccini – e poi queste sono le canzoni che io canto da sempre, per conto mio. Così quando l’ho proposto al discografico ho pensato che non se ne sarebbe fatto nulla».

E invece è successo, non come quella volta che un disco di cover lo aveva proposto al suo manager di una vita, quel Renzo Fantini che l’ha accompagnato per un lunghissimo tratto di vita personale e artistica. A Fantini vengono dedicate molte note nel bel libretto che accompagna il disco. Ascoltare Guccini e leggere Guccini è una delle cose più belle che chiunque può fare per diventare perfino migliore. Infatti, nel libretto, Guccini racconta che nella canzone «Vorrei» aveva inserito il termine «parietaria» e Fantini insisteva perché non gli piaceva quella parola e Guccini di rimando a spiegargli il significato: «È una semplice pianta delle urticacee, chiamata anche muraiola o vetriola; serviva a sciacquare le bottiglie incrostate dalla grumma, i residui di vino».

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Questo è Guccini, capace di accostare parole, impegnarsi a cercare quelle che meglio si adattano al concetto che si vuole esprimere, ma Guccini sa ben intervenire nel dibattito politico e in questi anni viene spesso chiamato a dire la sua, così come è successo durante la conferenza stampa: «Mi dite che Venditti e De Gregori hanno detto che parlano già le loro canzoni e che non è necessario sventolare bandiere. Giusto, nemmeno io amo sventolare bandiere. In seconda media ho studiato «L’Eliade» e la classe si era divisa tra Greci e Troiani, io continuo a tifare per i Troiani e se ci pensiamo anche in questo disco ci sono le canzoni dei perdenti». Sempre in tema qualcuno gli chiede un parere sulla dichiarazione di De Benedetti che ha detto che quelli del PD sono dei baroni e, senza mai evitare domande, Guccini risponde che non ha sentito la dichiarazione ma trova che la definizione è ingiusta, perché la strada del partito comunista è lunga, per poi dire che anche la posizione anarchica oggi è fuori tempo, perché De André diceva di esserlo e anche il protagonista di «La Locomotiva» era anarchico.

Ancora Guccini : «C’è una bella differenza tra «Addio Lugano» che appare perfino dolce e delicata e un’altra canzone ben più dura che è «Inno alla rivolta» scritta nel 1893 da Luigi Molinari di Crema che venne poi accusato di aver fomentato la rivolta e venne condannato a ventiquattro anni, i primi quattro in isolamento. Ecco la mia simpatia va a queste persone».

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«Canzoni da intorto» si apre con «Morti di Reggio Emilia» di Fausto Amodei e si conclude con «Sei minuti all’alba» di Enzo Jannacci. Ma non è finita, una bonus track ripone Guccini tra i Troiani per cantare una canzone ucraina. 

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