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Curare le devianze con lo sport? I racconti americani di Barbara Codogno narrano altre storie

I suoi personaggi non sono mai e poi mai portatori sani di vane speranze; non sono degli illusi, e quando lo sono sappiamo dall’inizio che quelle illusioni le pagheranno tutte. Ma sanno essere luminos

Curare le devianze con lo sport? I racconti americani di Barbara Codogno narrano altre storie
Barbara Codogno

Valentina Mira Modifica articolo

2 Settembre 2022 - 19.51


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«Il tempo non esiste più, in generale. C’è solo quel breve spazio da riempire, tra quando smetti di bere e quando ricominci». E ancora: «Chi fuma lo sa. Il vizio non sono le sigarette. Il vizio è perdere tutto quel tempo, perché mentre fumi non fai nient’altro, fumi».

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Chi ha o ha avuto una dipendenza – e in fondo, in una società in cui “le devianze si curano con lo sport” (risate registrate in studio), non dovrebbe essere così poco comune – insomma, chi ha o ha avuto una dipendenza più o meno legale non può che sentire come profondamente vere queste righe. Vengono dal libro Racconti americani, 122 pagine in cui ogni parola è, si direbbe a Roma, “una zaccagnata”. Ma a Padova non si dice, ed è di Padova chi l’ha scritto, Barbara Codogno. Per cui tradurremo in italiano: ogni parola, qui, è una coltellata. Ecco come sa arrivare Racconti americani. Per poi accarezzarti, senza privarsi di un certo cinismo.

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I suoi personaggi non sono mai e poi mai portatori sani di vane speranze; non sono degli illusi, e quando lo sono sappiamo dall’inizio che quelle illusioni le pagheranno tutte. Ma sanno essere luminosi. Per lo meno è luminoso il tramonto che “rotola giù rosso, grumoso e assoluto”, un tramonto infuocato che fa da sfondo a un pestaggio, a una violenza di genere che (siamo ancora nel primo racconto) viene raccontata con un éscamotage narrativo che ricorda, per chi l’ha letto, un indimenticabile numero di Tank girl. Anche lì c’era l’immondizia, anche lì lo “show don’t tell” era raffinato, giocava sui meccanismi psicologici, quasi a renderne la comprensione un esercizio esoterico. È orrendo da dire (ma qualcuno e soprattutto qualcuna capirà): ci sono dinamiche, pensieri, immagini che bisogna essere iniziate alla violenza per coglierle appieno. Perfino in un testo. Soprattutto in un testo, forse.

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Se il primo racconto è una lama, gli altri non sono da meno. Nel secondo vediamo una cittadina quasi utopica (a seconda dei punti di vista, certo) che piano piano svela acini di rivolta, quasi i “semi dei furore” steinbeckiani. E si sfoga. Gli abitanti in un climax “arrivarono davanti alla casa del Professore e, uno a uno, presero a lanciare sassi, sputi, petardi”. L’autrice ci parla di una casa che prende fuoco, che “arde viva”. E di cuori che, dal fuoco, si riappacificano. 

Ma sono tanti i temi e i personaggi che abitano il libro. Tanti, e attuali. C’è il ghosting, per esempio; ne viene data una delle sue definizioni più puntuali e – a differenza di certi articoli usciti negli ultimi mesi e scritti da chi non viene probabilmente dalla generazione giusta, né ha interesse a capirla – la sua è anche una delle definizioni meno giudicanti verso chi lo fa, il ghosting. Ma rimanderò al libro, per via di quella storia del non fare troppi spoiler, di lasciare un po’ di sacrosanto mistero. Una recensione di una raccolta di racconti deve essere per forza impressionista. Quindi, ecco qui qualche pennellata, qualche impressione. Non saranno impressioni di “soleil levant” come quelle di Monet, quanto piuttosto di sole che cala. Il mondo che racconta Codogno è crepuscolare. È il nostro. 

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Ci sono le luci blu della polizia, è l’America di George Floyd (cui è dedicato un racconto). 

La copertina è un dipinto di Santiago Ydanez che ritrae, a colori, una donna con un uccello in bocca. Si tratta di un volatile, naturalmente, non dell’ambiguità sghignazzante che sembra dalla descrizione letterale. Insomma: il riferimento è a un mondo in cui succede che ogni tanto qualcuno va fuori di testa e se la prende con gli uccelli. Canarini, per l’esattezza. Non è la rivincita armata di gatto Silvestro su Titti; è piuttosto un gesto che ha a che fare con una Winchester, e con un canarino dal piumaggio morbido in bocca, e con un uomo che vedendo la scelta della consorte scuote la testa e tra sé e sé giudica il fatto – che non diremo, che chi ha capito ha capito e chi non ha capito lo troverà nel libro – “il frutto di una cattiva influenza, una posa moderna, cittadina”. Con poche pennellate Barbara Codogno sa descrivere la psiche dei suoi personaggi, e con una penna profondamente letteraria sa fare quella cosa che un libro dovrebbe fare. Quella cosa che, lo diceva Mastandrea in “Tutti giù per terra” suona più o meno così: «Mi piacevano i libri perché nei libri tutto è chiaro e bello anche quando è brutto». Racconti americani è questo, che poi è uno dei motivi per cui leggiamo.  

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