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"Pinocchio" danza sul palco del Todi Festival

Debutto nazionale per la nuova coreografia di Emilio Calcagno al Todi Festival. "Pinocchio è un ragazzo che non ha naso"

Emilio Calcagno debutta al Todi Festival con "Pinocchio" - intervista di Alessia de Antoniis su Globalist
Emilio Calcagno debutta al Todi Festival con Pinocchio

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30 Agosto 2022 - 18.52


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di Alessia de Antoniis

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Un altro debutto nazionale al Todi Festival. È “Pinocchio”, la nuova messa in scena del coreografo internazionale Emilio Calcagno, catanese francese di adozione, fondatore della Compagnie ECO. Martedì 30 Agosto, al Teatro Comunale di Todi “Pinocchio” va in scena con cinque ballerini: Amalia BorsellinoGiulia Di GuardoLuigi Geraci VilottaRosada Letizia ZangriIlyes Triki.

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I temi di questo racconto, tra sogno e realtà, bugie, verità e manipolazione, lo rendono ancora estremamente contemporaneo. Figlio improbabile, Pinocchio è il figlio desiderato e fatto su misura dal genitore per colmare la sua solitudine. Un racconto che descrive perfettamente la violenza dell’educatore, la tensione tra la manipolazione e l’apprendimento che nasce dal confronto con gli adulti, ma anche la prepotenza dei bambini tra di loro. Pinocchio impara così che, di fronte alla violenza del mondo, la menzogna non è sempre punita, né la verità premiata.

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Ma Pinocchio è anche la storia di un viaggio: un bambino che lascia la casa di suo padre per inseguire un sogno. Dice bugie, ma trova protezioni come la Fata Turchina. Viene imbrogliato dal Gatto e la Volpe. Ha un Grillo parlante che è sì la coscienza, ma che in fondo sono anche i buoni amici che incontriamo lungo il cammino. A tratti, Pinocchio ricorda la vita del coreografo Emilio Calcagno.

Quanto c’è di Pinocchio nella sua storia?

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Quando si sceglie una tematica per creare, non è mai per caso.

Probabilmente vivere, costruire, scappare, è il desiderio di tutti, almeno in Sicilia, dove sono cresciuto. Ed essere libero, perché alla fine, questo ragazzo vuole solo essere libero, fare le sue esperienze, crescere senza che gli dicano cosa fare e cosa non fare. In questo, Pinocchio è molto autobiografico.

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Ha avuto fate turchine, gatti e volpi, grilli parlanti?

Diciamo di sì. Nella mia vita ho avuto molta fortuna, incontrando persone significative per il mio percorso, magari proprio in viaggio. La mia fortuna è stata quella di fare più esperienze positive che negative, mentre Pinocchio, da questo punto di vista, è l’opposto di me: non fa altro che prendere schiaffi in faccia, è sfortunato, con il Gatto e la Volpe sempre dietro; qualsiasi cosa faccia gli va tutto male. Oggi diremmo che è sfigato. E poi “non ha naso”.

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Nella mia versione, Pinocchio non ha il naso che si allunga, perché “avere naso” significa avere intuito. Invece questo ragazzo non ha intuizione, sbaglia sempre. Da questo punto di vista siamo l’opposto: il mio intuito mi ha aiutato spesso.

Il naso, poi, è anche un simbolo fallico, alla Cyrano, per questo l’ho tolto. Ho messo però in scena una grande testa di pesce spada con un lungo naso, che purtroppo non sarà nell’allestimento a Todi.

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Siamo stati tutti cresciuti con Pinocchio, una favola con una morale ottocentesca. Se dici bugie ti cresce il naso, se non vai a scuola ti vengono le orecchie da asino, Lucignolo è l’emblema delle cattive compagnie e il Paese dei balocchi è peggio di Sodoma e Gomorra. Più che una favola della buonanotte è l’ansia della buonanotte. Poi ci sono altri aspetti. Mangiafuoco è uno sfruttatore di minori ed è un violento, ma nessuno chiede che venga punito. Geppetto è un padre single e, come diremmo oggi, crea un figlio in laboratorio. Però è anche un uomo meraviglioso, che ama incondizionatamente un figlio diverso, dimostrando che le famiglie sono belle così come sono. Con Pinocchio, Collodi racconta una famiglia che di tradizionale non ha nulla. Qual è il suo Pinocchio?

Il Pinocchio che metto in scena io è già un un Pinocchio con delle difficoltà reali. È un ragazzo che ha tutto, che non vuole lavorare. La tecnologia ha un ruolo importante nello spettacolo. Ci sono scene girate con i cellulari e le immagini sono molto presenti.

Pinocchio è il figlio al quale facciamo passare tutto. La nozione di padre amorevole che Geppetto rappresenta è messa in discussione. Lo spettacolo inizia dicendo che Geppetto ha voluto costruire questa marionetta, ma ci si può chiedere perché l’abbia costruita. L’ha costruita per guadagnare soldi. Viene sollevato il dubbio che non abbia fatto un figlio per colmare la sua solitudine. Perché, e lo riportano i testi di Collodi tradotti in francese, ha fatto questo figlio per andare in giro a divertirsi e guadagnare un po’ di soldi esibendosi con un burattino. Sicuramente, alla fine si rivela un padre che vuole che il ragazzo studi, eccetera. Ma il motivo alla base della sua realizzazione è un altro.

C’è un retaggio ottocentesco anche nel fatto che tutti gli impongono qualcosa: Geppetto, il Grillo, la Fata. È una morale che detesto, perché sono cresciuto in modo molto libero: mi dà fastidio che mi dicano fai questo, non fare quello.

Al contempo, Pinocchio è un bambino che va inquadrato, altrimenti, a livello educativo, lo si perde.

Il protagonista che ho scelto per lo spettacolo è un ragazzo tunisino. Uno splendido danzatore in scena, e un vero Pinocchio nella vita reale, nel senso che tutto quello che fa è ciò che gli è successo nella vita.

Svelo un piccolo aneddoto accaduto pochi giorni fa. È stato aggredito in Tunisia. E, come una specie di Gatto e la Volpe, gli hanno rubato il passaporto e i pochi soldi che aveva per partire. Ogni volta gli succede qualcosa. È entusiasmante vederlo in scena che difende il ruolo in modo impressionante. È un danzatore a cui questa storia sta proprio addosso.

È un “Pinocchio” attuale anche nell’ambientazione. Il Paese dei balocchi ha tutta una parte cinematografica che completa la coreografia: è un paese dove i ragazzi vanno a fare un rave party, a divertirsi. Quelle scene sono state girate ai piedi dell’Etna, con una cinquantina di ragazzi più Lucignolo e Pinocchio, tutti in bianco e nero, in una specie di rave party trasmesso come fosse in diretta.

Le fate sono tre invece che una, perché la fata può essere l’amante, la madre, la sorella.

Pinocchio oggi sta sui social e ha un cellulare. Quando Pinocchio lascia Mangiafuoco non riceve le monetine, che sarebbero anacronistiche, ma un cellulare. Il telefonino è il filo conduttore per il quale incontra il Gatto e la Volpe che vogliono derubarlo. Non ha più senso farsi rubare le monetine, è più attuale farsi rubare il telefono.

Quando Pinocchio apre il pacco e esce il cellulare, questo è collegato direttamente allo schermo in scena, quindi viene inquadrato il viso in primissimo piano. L’immagine ottocentesca non aveva più senso.

Molti amano la danza classica, pochi la conoscono. Si fa confusione tra danza moderna e contemporanea. Anche grazie ai format televisivi, tutti vogliano danzare, ma i nomi conosciuti dal grande pubblico sono solo Carla Fracci e Roberto Bolle. Dov’è il gap?

In Italia non ci sono compagnie. I finanziamenti sono limitati. Ogni metro quadro c’è una scuola di danza, ma poi c’è una differenza fra la pratica e la realtà. Se i ragazzi vogliono veramente ballare, devono andare fuori perché non esistono le compagnie, a parte pochi centri di produzione. L’Opera di Roma, La Scala e pochissime compagnie sovvenzionate. A questo si aggiunge il fatto che c’è un’ignoranza artistica, nel senso che a malapena conoscono, appunto, la danza classica. Quando si vogliono poi le grosse compagnie, si chiamano le compagnie straniere perché in Italia non ci sono.

Detto questo, c’è un livello molto alto di preparazione in Italia. I ragazzi sono bravissimi, ma la maggior parte di quelli che vogliono continuare va fuori. Faccio l’esempio della Francia: il Conservatorio è gratis; in Italia, se vuoi fare danza, paghi rette alte.

Quindi bisogna formare il pubblico?

Il problema è che chi fa programmazione non vuole rischiare. Se fanno un’opera o fanno venire Elettra Lamborghini, hanno dieci volte di pubblico in più rispetto alla danza. Uno spettacolo di danza va fatto anche per educare il pubblico, ma servono le sovvenzioni.

Ci aspettano quattro anni di lotta alle “devianze”.  Lei è un ex ballerino e lavora in un mondo dove gli uomini danzano in calzamaglia. Si sente un deviato?

A novembre presenterò un progetto che è stato fatto poco prima della pandemia. È un progetto sul Mediterraneo. Due grandi produzioni con dieci danzatori. La prima si chiama “Catania Catania” , presentato anche a Bolzano Danza qualche anno fa con un successo enorme. La seconda si chiama “L’isola” e ha debuttato qualche mese prima del lockdown. “L’isola” è costruita sulla presa dei poteri di Salvini, inizia con il video di Salvini in un famoso lido e finisce con Giorgia Meloni. Sono felicissimo di riprendere questa creazione, con Giorgia Meloni in video con il famoso “sono una donna, sono cristiana e madre” dietro a due donne nude che danzano in contrasto. È un pezzo fortissimo. Se la Meloni vince a settembre, questa rappresentazione cade a pennello. L’Italia, dopo la guerra, non ha fatto i conti con il fascismo

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