Dasvidania, ossia il riscatto degli orfani

Non si fa fatica a individuare l’autore Nikolai in Kola, il giovane che, insieme alla sorellina, vive in un orfanotrofio russo

Dasvidania

Dasvidania

globalist 17 luglio 2021

di Rock Reynolds

 

Cosa passa per la testa di un bambino che perde i genitori presto ma in età sufficiente a comprendere la spietatezza del fato e la crudezza della vita? E quanto conta lo spirito di sopravvivenza in quella stessa creatura fragile che, in un soffio, passa dalle difficoltà della vita di una famiglia disgregata alle incertezze della sua ricollocazione in un orfanotrofio?

Leggete il bel romanzo Dasvidania (Marsilio, pagg 152, euro 16) di Nikolai Prestia e qualche idea in più ve la farete di certo.

Non si fa fatica a individuare l’autore Nikolai in Kola, il giovane che, insieme alla sorellina, vive in un orfanotrofio russo, all’interno del quale il ventaglio delle banali malvagità e, soprattutto, dei piccoli slanci di generosità è il pane quotidiano: incertezze, nonnismo, senso di smarrimento, dolore lancinante, terrore, speranza. In Dasvidania c’è tutto questo e altro ancora, declinato con garbo e pure con una cera durezza, quasi che l’esperienza traumatica fatta da Nikolai e dalla sorella prima del momento catartico dell’adozione da parte di una coppia siciliana abbia lasciato cicatrici talmente profonde da necessitare di una rivisitazione per esorcizzarle appieno. Una frase che appare quasi all’inizio di questa bella storia non può passare inosservata. Un bambino che si è già fatto una scorza dura nell’istituto accoglie Kola nell’orfanotrofio con queste parole: “Non durerai molto qui senza piangere”. D’altro canto, “Da bambini le cose si capiscono, è solo che non si è in grado di dare forma e ordine ai pensieri. La paura e l’angoscia ti scavano dentro e lo faranno per sempre. In questo edificio molto piccolo potevamo giocare e avere un pasto caldo, ma la mamma non c’era”. E la mamma Irina è lo spettro che aleggia in tutta la narrazione. Mentre “solitudine, freddo e fame” fanno da contorno reale ai pensieri di Kola, l’io narrante, e dei suoi compagni. Fortuna che solidarietà e cameratismo si intrecciano alla forza positiva di alcune delle figure di riferimento per Kola, come quella del direttore dell’istituto, un uomo garbato, affettuoso, sempre pronto a sussurrare una parola positiva o a consigliare un buon libro.

Oggi Nikolai vive a Roma e ha accettato di rispondere a qualche nostra domanda.

 

La prima domanda è quasi d’obbligo: questo romanzo lo ha scritto per chiudere una pagina dolorosa del suo passato?

Non esattamente. Con Dasvidania provo, e riesco per me stesso, a fissare i ricordi in maniera definitiva. E allo stesso tempo cerco di dare la possibilità di “salvezza” ad alcune persone del mio passato. Eccetto una, nonostante abbia provato fino alla fine.

Come fa un bambino a proteggere se stesso dal dolore dell’anima?

Non credo esista un modo. Da bambino puoi inventare delle vie di fuga, come Kola che trova rifugio nell’immaginazione. Ma negli anni dovrai fare una scelta affrontando il dolore: o implodi, o esplodi.

Gli orfanotrofi storicamente appaiono come luoghi di sofferenza, anche quando sono ben gestiti. Quelli dell’ex-Unione Sovietica hanno una reputazione famigerata. Secondo lei perché? Che c’è di così malato in quella società?

Credo che alla base di tutto bisogna considerare il contesto socio-economico. Negli anni Novanta in Russia la situazione era drammatica sotto tutti gli aspetti, e un contesto del genere non lascia spazio, se non raramente, alla compassione o alla pietà. Anzi, ne compromette lo sviluppo: è una maledetta lotta che non conosce principi morali ma solo istinto di sopravvivenza.

Nella sua esperienza, che differenza corre tra un orfano che abbia qualche ricordo dei genitori e uno che, invece, non li abbia mai conosciuti e sia cresciuto all’interno di un istituto?

Dal punto di vista affettivo non penso che cambi molto: se ricevi calore, ti fai travolgere ad occhi chiusi, e addio ai legami di sangue. Mentre dal punto di vista delle esperienze vissute prima dell’adozione, chi viene adottato a due anni non deve portarsi dietro immagini sgradevoli o ricordi di persone che non ci sono più o che non vedrà più. E non deve perdonare nessuno: la parte più difficile.

Mi è parso che nel suo modo di scrivere ci sia qualcosa di intrinsecamente, classicamente russo, un forte richiamo a Dostoevskij. Che letture ha fatto?

Leggo principalmente i grandi autori russi, Dostoevskij e Majakovskij su tutti, passando per i poeti maledetti francesi. In particolare Baudelaire, che con Cesare Pavese, mi ha permesso di malleare la malinconia. Tra scrittori italiani Buzzati e Daniele Mencarelli. Di recente sono rimasto folgorato dalla scrittura di Mario Desiati.

Si è davvero accostato alla lettura in orfanotrofio, come succede a Kola?

Ho iniziato a leggere per davvero al liceo, ampliando l’importanza e la conoscenza della lettura negli anni dell’università. Ma le parole del direttore sono nella mia testa tutte le volte che apro un libro.

Ci sono pagine crude nel suo romanzo. Quant’è difficile per uno come lei trasformare un bagaglio di ricordi personali in vicende romanzate? E quanto di autobiografico, senza entrare nei dettagli, c’è in questa sua storia?

Per me non è stato difficile raccontare parte della mia vita, anzi scriverne è stata la parte più semplice: accettare e razionalizzare alcune cose è stata la parte più complicata. Credo che ognuno di noi cerchi un modo per salvarsi, purificarsi e testimoniare a se stesso di “essere qui”: io lo faccio scrivendo. Per quanto riguarda la seconda domanda, la risposta è netta, ma preferisco non darla: perché non lasciare il beneficio della speranza a chi lo legge?