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Il giornalismo di qualità è ancora possibile: ma serve studiare (e capire)

L'ultimo libro di Antonio Salvati - "E via dicendo" - contiene racconti puntuali e documentati su vari argomenti di attualità che hanno segnato l’Italia e il mondo negli ultimi anni. E indica una via...

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13 Luglio 2021 - 10.16


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di Gaetano Marino

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L’intento dell’ultimo libro di Antonio Salvati, E via dicendo. Considerazioni e annotazioni sul tempo presente (Intrecci edizioni 2021 pp. 298, € 19), è segnalare che c’è spazio per un giornalismo di qualità. Nel volume non ci sono ricette vincenti da esibire. Su come poterci riuscire esiste una vasta letteratura. Il filosofo e linguista John L. Austin ebbe a dire che «con le parole si fanno le cose», ossia le parole diventano cose quando vengono pronunciate o scritte. L’articolo giornalistico non è semplice descrizione, semplice cronaca: la scelta delle parole dà forma al racconto, lo rende visibile, diventa contenuto. Si potrebbe a lungo discettare su questo ed altre questioni come la verifica dei fatti, la consultazione di esperti e l’utilizzo di termini corretti e giuridicamente appropriati, alcune delle regole di base del mestiere di giornalista che valgono sempre.

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Non è proprio di moda parlare di giornalismo di qualità – o buon giornalismo – in un tempo, il nostro, nel quale larga parte dell’opinione pubblica delegittima il sapere. Inoltre, siamo di fronte ad un orizzonte dell’eterno presente, prigionieri del presentismo, come hanno mirabilmente scritto Giuseppe De Rita e Antonio Galdo, in un loro recente ed interessante libro. Una società prigioniera del presente non progetta il futuro e non ha memoria del passato.

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Che fare dunque? Intanto, puntare al constructive journalism, ovvero il “giornalismo positivo”, che indica anche le soluzioni, non soltanto i problemi. Per fare questo occorre studiare. Per Federico Rampini un giornalista prima di aspirare a scrivere un libro deve averne letti almeno cinquanta sullo stesso argomento. Anche per scrivere un reportage occorrerebbe aver letto diversi libri sull’argomento. Tutto sembra – avverte Salvati – dannatamente alla nostra portata, relativamente semplice: non è proprio così, ma è certamente possibile.

Avvicinandoci ai temi roventi dell’attualità, la ricerca delle costanti storiche, dei precedenti, delle analogie proiettata su tempi lunghi del passato, sono necessarie e ci aiutano a ritrovare il cammino verso un dialogo civile tra noi e con chi la pensa diversamente. Anche per scongiurare il pericolo sempre presente – segnalato nella postfazione da Gianni Cipriani – dell’approssimazione, «nella quale non raramente i giornalisti finiscono alle prese con argomenti dei quali hanno poca o nulla conoscenza». Accanto al presentismo, un altro tratto che caratterizza il nostro tempo è la paura. Questo spiega il nostro spaesamento e le difficoltà a confrontarci con la realtà, sia in termini culturali che politici. La paura non è una novità. Da sempre ha accompagnato l’uomo e la donna. Ma ci sono paure tipiche del nostro tempo. Negli ultimi decenni, le nostre paure di fronte al mondo sono cresciute. Un esempio eloquente è quello dell’immigrazione con la conseguente paura di un’invasione del nostro paese e del cambiamento del nostro modo di vivere.

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L’allargamento degli orizzonti – sviluppatisi con la globalizzazione negli ultimi decenni del secolo scorso – sembrò a tanti una preziosa opportunità. Malgrado siamo sommersi da tante informazioni abbiamo la percezione di non capire compiutamente come vada il mondo. Non ci districhiamo di fronte a conflitti complessi, etnici, razziali. Prima della globalizzazione il mondo era più “semplice”: da una parte l’Occidente, dall’altra il mondo comunista. In un mondo molto frammentato, come quello odierno, il problema è la mancanza di visioni, direbbe Andrea Riccardi. In tale scenario, ne soffre la politica che si fa sempre più “corta”, sottomessa al presentismo degli annunci e dei fuochi d’artificio degli scontri. Una politica senza tempo, molto personale, senza respiro. Ne soffre la cultura – sottolinea Salvati – che inizia a confondersi con l’informazione, con tutti i difetti che conosciamo, come le fake news. Del resto – si chiede Riccardi – che bisogno c’è di visioni? Nel mondo globale di oggi, si ha la sensazione di vedere tutto quello che si vuole e di poter raggiungere tutto. Tuttavia, avere tante notizie non vuol dire elaborare un pensiero o una visione. Potremmo dire: vediamo tanto, ma senza visione. Abbiamo tante informazioni, «ma – sottolinea Salvati – senza una cultura che le ordini e le filtri, che dia le priorità, che tracci una prospettiva. Ciò aumenta lo spaesamento e provoca false impressioni».

Oggi – ricorda l’autore – si legge in modo diverso dal passato, ci si informa in maniera più complessa di come lo si faceva solo pochi anni fa. Sono soprattutto i giovani ad avere abitudini di consumo culturale e mediale assai lontane da quelle dei loro genitori. E il nostro tempo, la stessa società italiana, il mondo nel suo insieme, sono decisamente complessi. Questo davvero non è il tempo per i semplificatori. In tal senso, bisogna provare a capire – inutile pensare il contrario -, sforzarci di comprendere, possibilmente con la mente sgombra da pregiudizi. Potremmo dire che occorre tornare a studiare. È quello che ha tentato di fare con questo volume Antonio Salvati, raggruppando alcuni suoi articoli usciti negli ultimi tre anni e apparsi soprattutto su Globalist. Il libro contiene racconti puntuali e documentati su vari argomenti di attualità che hanno segnato l’Italia e il mondo negli ultimi anni. Salvati si è accostato all’uno o all’altro scenario della vita quotidiana o dell’attualità con la consapevolezza che la scrittura può aiutare a ritessere un clima di simpatia con gli altri e con la vita. In tal modo, la speranza rientra nella vita quotidiana. Bisogna credere che un altro mondo è possibile. Del resto, la storia continua a riservarci molto sorprese, sia alla vita dei singoli individui che a quella di interi popoli. E’ necessario un atteggiamento di simpatia per gli uomini e le donne del nostro tempo. Per manifestare questo sentimento di simpatia – ricorda Salvati – serve un linguaggio scevro da odio, di critica sprezzante dell’avversario o di tutti coloro identificati come nemici, di sberleffo delle istituzioni.

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Si tratta di tornare personalmente a pensare la vita e la socialità oltre ciò che la quotidianità ci pone in termini di tempi e di abitudini. E’ necessario – ha scritto Paolo Ciani, nella prefazione – «andare più in profondità e tornare alle domande ultime della vita, non in maniera pesante, ma seria: questa la sfida che questo libro pone a ciascuno. Sfida importante di cui ringraziare Antonio Salvati, da condividere insieme a chi ha a una visione solidale del futuro delle nostre società».

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