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Michael Phillips: "Turbolento Ulster, non è mai stata una guerra di religione"

Il militante repubblicano nord-irlandese ha scritto "A Belfast Boy", una divertente, a tratti accorata raccolta di ricordi dell’infanzia e degli anni della crescita

Michael Phillips
Michael Phillips

globalist

2 Maggio 2021 - 16.55


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di Rock Reynolds

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Parlate con chiunque abbia vissuto la propria infanzia in uno scenario di guerriglia urbana e, con ogni probabilità, vi sentirete dire le stesse cose. Parlatene con un cattolico di Belfast e, forse, quelle stesse cose ve le condirà con un briciolo di umorismo nero, senza farvi mai perdere di vista il fatto che, dietro una sana battuta, ci sono secoli di prevaricazioni, sofferenza, morte.

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La “questione irlandese” è balzata nuovamente alle cronache negli ultimi giorni, con una preoccupante recrudescenza di episodi di violenza a opera dei lealisti dell’Ulster che parrebbero aver riportato indietro di cinquant’anni l’orologio della storia.

Michael Phillips ha alle spalle una vicenda anomala anche per chi, come me, da sempre segue la questione irlandese e ne ha lette e sentite tante. L’anomalia sta nel fatto che ha scelto di vivere in Italia, a Bologna per l’esattezza, dopo aver scontato un annetto in un carcere inglese. Non ama parlare del suo coinvolgimento (o presunto tale) nella lotta armata, ma non si tira indietro quando si tratta di gridare al mondo che la sua comunità, la comunità cattolica dell’Irlanda del Nord, ha subito e in parte subisce tuttora inaccettabili ingiustizie.

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Il suo A Belfast Boy (Homeless Book, traduzione di Silvia Agogeri, pagg 247, euro 15) è una divertente, a tratti accorata raccolta di ricordi dell’infanzia e degli anni della crescita, durante i quali ha coltivato il sogno del volo (realizzato) e quello della solidarietà internazionale (con un eclatante viaggio nel Chiapas). Non troverete tra le sua pagine descrizioni di scene di violenza inaudita o di battaglie furibonde e neppure analisi politiche da salotto televisivo, ma, se avete voglia di un po’ di sana avventura e vi va di fare qualche semplice riflessione sull’ipocrisia della politica internazionale e sul crollo ineluttabile dell’ex-impero britannico, A Belfast Boy fa per voi. Phillips ne sta già scrivendo il seguito, per colmare le lacune lasciate volutamente tra le sue pagine, una sorta di romanzo che racconta tutto ciò che Phillips non ha scritto in A Belfast Boy. Da Bologna, ha accettato di parlare della difficile situazione attuale del suo paese.

 

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Per parlare dell’Irlanda di oggi non si può non parlare di quella di ieri. Quand’è che si è reso conto di essere nato in un paese diviso, in guerra?

Fin da giovanissimo, ancora all’asilo. Da casa mia si sentivano spesso spari lontani un chilometro o due, dato che vivevamo in una zona relativamente tranquilla. Ma non era inusuale vedere arrivare mezzi blindati da cui scendevano in fretta e furia dei soldati armati di tutto punto, che magari si infrattavano tra le piante del giardino di casa nostra e ti facevano domande sui tuoi familiari. Una volta, addirittura, ne ho convinto uno a mostrarmi il fucile: il massimo per solleticare lo spirito d’avventura di un bambino. E l’arrivo dei soldati veniva annunciato dal latrato isterico dei cani del quartiere. Crescendo, mi sono accorto di quanto fosse ingiusto il sistema per noi cattolici e, quando una gang di lealisti tentò di uccidere mio fratello maggiore, ferendolo soltanto, non potei più restare indifferente.

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Ci sono alcuni ex-esponenti dell’IRA che non hanno accettato gli accordi di pace e altri che li hanno sposati. Qual è la sua posizione?

Sono del tutto a favore degli Accordi del Venerdì Santo. Credo che abbiamo sofferto abbastanza. Basta guerra! La scelta della lotta armata è stata devastante per l’intera comunità. Non ne hanno sofferto solo quelli che vi hanno preso parte in prima persona, ma pure le loro famiglie e la loro cerchia amicale. Credo che seguitare a sposare quella via sia estremamente egoista. Si può personalmente non essere soddisfatti di tale compromesso, ma ritengo sbagliato promuovere tale opposizione in pubblico. Come detto, abbiamo delle responsabilità verso i nostri familiari e amici. È bene che gli Accordi del Venerdì Santo restino in vigore. Per il momento, non c’è altra strada. Di certo, indietro non si può tornare.

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Nella sua famiglia di parlava della situazione politica del paese?

Sì. La mia non era una delle famiglie più fortemente repubblicane, ma certo non aveva problemi a dire che non era contenta della presenza degli inglesi. In casa mia, però, si parlava pochissimo di politica, anche perché mia madre ha sempre fatto di tutto per tenerci lontano dai guai. D’altro canto, come racconto nel mio libro, di problemi ne aveva già abbastanza senza che il conflitto armato varcasse la soglia di casa nostra.

A cavallo degli anni Sessanta e Settanta, una generazione di giovani cattolici si ribellò allo status quo a cui si erano conformati i loro genitori e si armò. Cosa ha spinto lei, nativo del 1975, a ribellarsi?

Be’, io ero il più piccolo in famiglia. E non potevo certo coprirmi occhi e orecchi. E, quando vedi la polizia arrestare i tuoi vicini o i soldati ferire un tuo amico o familiare, qualcosa dentro di te scatta. Erano scene a cui assistevamo tutti i giorni: gente che veniva arrestata o ammazzata. Le avevamo davanti agli occhi. Il pericolo era palpabile. Ovviamente, lo shock per il ferimento di mio fratello è stato cruciale, ma si è trattato piuttosto di una concatenazione di eventi, dell’incapacità di accettare quel perenne stato di ingiustizia. Avevo delle aspirazioni, come qualsiasi giovane, ma la nostra condizione di cattolici in un paese dominato da una minoranza protestante mi impediva di fare programmi concreti. Non vedevo un futuro luminoso per me.

È vero ciò che molti sostengono, ovvero che la guerra di religione non c’entra nulla con i “Troubles”? Ho la sensazione che i protestanti, o meglio i lealisti, insistano maggiormente sull’aspetto confessionale del conflitto…

Senza il minimo dubbio. Lo dice la storia, una storia di soprusi ai danni dei cattolici. I lealisti si battono per l’Unione e l’Unione nemmeno li vuole. Ci sono due ragioni parallele che lo spiegano. Prima di tutto, non hanno nulla per cui battersi. Non l’hanno mai avuto. I protestanti d’Irlanda sono irlandesi, eppure sostengono di essere britannici e la loro rivendicazione è assurda, come assurdo è sostenere di essere diversi dal resto di noi irlandesi: non li sono! Da parte loro c’è un brutale settarismo, ma, a differenza dell’IRA che combatte per la riunificazione dell’Irlanda, i lealisti non hanno nulla per cui combattere, a parte combattere contro noi cattolici. L’altra ragione è il fatto che il governo britannico favorisce tale situazione: divide et impera. Agli inglesi quel settarismo ha fatto gioco e così lo hanno alimentato, armando la mano dei lealisti negli anni. Ancor oggi, le nostre scuole sono divise, un elemento che rafforza l’assurda idea della guerra di religione che tanto piace agli inglesi. Ovviamente, nell’Irlanda del Nord, un protestante in genere è immediatamente identificabile da come parla così come lo è un cattolico. Ed è ancor più semplice riconoscerlo attraverso il nome che porta.

Come lo vede il difficile momento attuale?

Quello che sta succedendo non è promettente, per via della Brexit e del protocollo sull’Irlanda del Nord. C’è una parte del governo britannico che è schierata al fianco degli unionisti, che alimenta le spinte a portare avanti il conflitto, la divisione, a riportare indietro le lancette della storia, e che sfrutta i lealisti, ovvero il braccio armato degli unionisti, nella speranza di creare forte instabilità. Secondo un sondaggio recentissimo, l’Irlanda si riunificherà entro venticinque anni. La cosa certa è che, prima o poi, succederà perché non è sostenibile una situazione socioeconomica così diversa in un paese così piccolo: tre milioni e mezzo di abitanti nella Repubblica e un milione e mezzo in Ulster. Il sistema sanitario è diverso, la pubblica istruzione è diversa. Non ha il minimo senso. I disordini attuali sono pericolosi perché il rischio è che una generazione di giovani possa essere trascinata in un nuovo conflitto e va fatto di tutto per scongiurare tale possibilità. Vanno create le premesse per far sì che i protestanti nordirlandesi vedano un futuro possibile in un’Irlanda unificata e non in Gran Bretagna. Anche perché presto non ci sarà più una Gran Bretagna: la Scozia opterà per la secessione e il Galles potrebbe seguirla a ruota. Una prospettiva che mi entusiasma, naturalmente. E molti dei giovani protestanti che stanno creando i disordini non erano nemmeno nati quando sono stati stipulati gli Accordi del Venerdì Santo: sono i lealisti a trascinarli in qualcosa di sciocco e pericoloso.

Pensa che l’idea di combattere sulle strade possano intrigare i giovani cattolici, magari di aree disagiate?

Certamente. La prima cosa che possa venire in mente a un ragazzino è lanciare una molotov contro un blindato dell’esercito inglese. Adrenalina a mille! D’altro canto, è risaputo che di unionisti arrestati per atti vandalici non ce ne sono mai stati. Non vengono mai arrestati e si fanno scudo dietro il loro braccio armato, i lealisti, in larga parte semplici lavoratori proprio come i repubblicani a cui si oppongono. Una guerra tra poveri.

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