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Ulster e bloody sunday: "The Troubles" tra politica e religione

La strage è solo uno dei tanti episodi raccontati in Guerra, Pace e Brexit (Odoya, pagg 287, euro 20) di Riccardo Michelucci, uno dei massimi esperti italiani della questione irlandese, racconta con grande lucidità

Ulster e bloody sunday: "The Troubles" tra politica e religione
Bloody Sunday

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30 Gennaio 2022 - 11.44


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di Rock Reynolds

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È stato un conflitto a “bassa intensità”, combattuto per quasi quarant’anni porta a porta, una sorta di Via Pal degli adulti, contrassegnato da violenze efferate, diffidenze, rancori e veti incrociati, che ancor oggi si lascia alle spalle una scia di morte e disgregazione sociopolitica. Definito dalla stampa “The Troubles”, come se chiamarlo i guai potesse bastare a spegnere il senso di vergogna e impotenza che questa guerra sporca ha trasmesso, sono divampati alle soglie dell’Europa sul finire degli anni Sessanta, mettendo in forte imbarazzo la Gran Bretagna di fronte al mondo intero. È proprio il ruolo ambiguo di madrepatria/invasore a rappresentare il peccato originale e, tutto sommato, le immancabili scintille che hanno dato fuoco a una miccia plurisecolare sono a loro volta frutto della politica dissennata – per non dire criminosa – della Gran Bretagna, aggrappata con gli artigli a un passato coloniale sbiadito ma mai del tutto ripudiato. La “partizione” dell’Irlanda nel 1921, con la creazione di uno stato fantasma, semiautonomo come l’Ulster – in realtà protettorato britannico creato per mantenere un piede sull’isola e farlo a scapito della popolazione cattolica in esso inscatolata – è ancor oggi vissuta come un tradimento degli ideali nazionalisti. Il suo principale artefice, Michael Collins, resta una figura controversa, fondamentalmente detestata dai repubblicani del nord. Non basta, a loro dire, che abbia pagato con la morte l’aver voltato le spalle all’unica soluzione ammissibile del conflitto, cioè l’ottenimento dell’indipendenza per tutta l’isola. In effetti, le conseguenze tragiche sono ancor oggi sotto gli occhi di tutti.

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Il 30 gennaio 2022 segna il cinquantennale della strage del “Bloody Sunday”, la domenica di sangue, un increscioso esempio della scarsa lungimiranza della Gran Bretagna, della sua sete di prevaricazione e della sua passione per le trame occulte: un reparto di paracadutisti sparò ad altezza uomo su una folla inerme, radunatasi solo per manifestare pacificamente perché a tutti i cittadini venisse garantita una vera parità di diritti. In totale, quattordici innocenti persero la vita.

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È solo uno dei tanti episodi che Guerra, Pace e Brexit (Odoya, pagg 287, euro 20) di Riccardo Michelucci, uno dei massimi esperti italiani della questione irlandese, racconta con grande lucidità. Mancava un libro italiano che facesse ordine in una matasse molto ingarbugliata. Il cinquantennale del Bloody Sunday era un’opportunità troppo ghiotta per non fargli una serie di domande su quello e su altri temi inerenti il conflitto.

Cosa l’ha intrigata della questione irlandese quando le si è accostato per la prima volta?

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Innanzitutto mi sono appassionato alla storia di un’ingiustizia plateale, istituzionalizzata e radicata nei secoli. Il rapporto tra l’Inghilterra e l’Irlanda è la metafora dello scontro tra Davide e Golia. Ma, quando ho iniziato a frequentare con regolarità, l’Irlanda, sono rimasto anche folgorato dalla straordinaria ricchezza della sua cultura, che è un riflesso delle sofferenze patite dal suo popolo. L’Inghilterra ha colonizzato l’Irlanda, ha schiavizzato e massacrato il suo popolo per secoli e l’ha privato della sua lingua ma poi è avvenuta una colonizzazione in senso contrario. Negli ultimi tre-quattro secoli è stata l’Irlanda a colonizzare culturalmente l’Inghilterra. Non è un caso che, dopo Shakespeare, i principali scrittori, letterati e poeti di lingua inglese siano tutti irlandesi: Joyce, Wilde, Yeats, Beckett, Shaw, Heaney, solo per citare i principali.

Con gli accordi del Venerdì Santo, l’atmosfera e la vita nell’Irlanda del Nord sono cambiate. Eppure, ci sono ancora parecchi nazionalisti che li hanno rigettati, in qualche caso, addirittura, riprendendo la lotta armata. Quanto peso ha l’opposizione a quegli accordi di pace oggi?

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I dissidenti disposti a riprendere le armi sono oggi un’esigua minoranza e per quello che ho avuto modo di vedere non rappresentano in alcun modo il popolo irlandese. Sono invece molti di più i “delusi” dal processo di pace e dalla leadership del Sinn Féin – ormai diventato il principale partito in tutta l’isola – , ma che nonostante tutto non sarebbero disposti per questo a usare la forza di nuovo. Innanzitutto perché sono cambiate le condizioni interne e internazionali per farlo. Personalmente rispetto le loro posizioni e ritengo sia difficile giudicare, dall’esterno, chi abbia davvero ragione. Capisco che le posizioni assunte da figure storiche come Adams e McGuinness abbiano fatto storcere il naso (per usare un eufemismo) a molti dei loro ex compagni. Ma la politica è l’arte del compromesso e quella che si è combattuta al Nord è stata una guerra terribile, che non ha solo ucciso ma ha anche devastato l’anima delle persone, ha seminato l’odio all’interno delle comunità e delle famiglie; una guerra nella quale Londra ha cercato con ogni mezzo di dividere gli irlandesi tra loro. La pace creata con l’accordo del 1998 è senza dubbio imperfetta, ma forse è stata l’unico sbocco possibile, considerando che l’Irlanda è oggi uno dei paesi più liberisti del mondo occidentale.

Quali sono le prospettive che la Brexit può aver anticipato?

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Personalmente, come ho scritto anche nell’introduzione al libro, ritengo che la prospettiva più plausibile e auspicabile sia la riunificazione dell’isola, la ricucitura di una ferita che dura ormai da oltre un secolo, la fine di un abominio geopolitico che, per colpa di Londra, ha causato soltanto morte e distruzione. Per quegli inglesi ancora legati a una mentalità post-imperiale la perdita dell’Irlanda del Nord (e magari anche della Scozia) sarà un brusco risveglio, considerando che sono stati proprio loro a volere a tutti i costi la Brexit. In questo senso le conseguenze dell’uscita dall’UE si rivelerebbero una sorta di legge del contrappasso.

Gli unionisti hanno paura del futuro. Direi che ne sono ossessionati. Perché?

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Perché molti di loro vivono in un mondo immaginario dove a regnare è ancora Guglielmo d’Orange e temono irrazionalmente di essere discriminati in una futura Irlanda unita. Ma chi ragiona ancora così è profondamente ignorante oppure è in malafede perché è chiaro che quando – spero prima possibile – l’isola sarà riunificata il riassetto costituzionale non potrà non prevedere uno status speciale per la minoranza unionista-protestante. Qualcosa di simile a quanto previsto ad esempio in Italia per i sud-tirolesi.

Perché i “Troubles” non sono mai stati una guerra di religione?

Premesso che a mio avviso non ci sono mai state guerre di religione nell’epoca moderna, quella anglo-irlandese (e tengo a sottolineare “anglo”, perché spesso si parla in modo fuorviante di “conflitto irlandese”) è stata spesso definita tale perché faceva comodo a Londra, che così poteva porsi come una forza di interposizione tra due ‘tribù’ belligeranti, ovvero i cattolici e i protestanti, e nascondere la vera natura del problema. Quanto accaduto a partire dalla fine degli anni Sessanta in Irlanda del Nord non è stato altro che l’ultima fase di un’antica guerra anticoloniale che ha visto da una parte l’esercito e le forze di polizia di uno stato occupante opporsi alle rivendicazioni di un popolo discriminato (i cattolico-nazionalisti) all’interno di uno staterello artificiale creato a misura di una parte della popolazione (gli unionisti-protestanti), ovvero i discendenti dei coloni anglo-scozzesi giunti nell’isola secoli fa, per mantenere e preservare il dominio della corona britannica.

Per quale ragione il Bloody Sunday è un evento così epocale?

In effetti viene da chiederselo, considerando che purtroppo la storia del conflitto anglo-irlandese è costellata da eventi simili, che hanno visto molte brutali stragi di civili compiute dall’esercito britannico. Direi che quanto accaduto a Derry il 30 gennaio 1972 costituisce uno spartiacque, non solo in Irlanda, per una serie di motivi. Innanzitutto perché per la prima volta nel secondo dopoguerra l’esercito di uno stato democratico dell’Europa occidentale ha sparato e ucciso i suoi stessi cittadini alla luce del sole, di fronte a migliaia di testimoni, sapendo di poter contare sulla totale impunità e riuscendo a mentire spudoratamente per decenni, cercando di rovesciare la colpa sulle vittime. L’evento segnò una svolta nel conflitto anglo-irlandese perché lasciò intendere chiaramente che la lotta nonviolenta per i diritti civili non era possibile, che l’unica soluzione era la lotta armata e quella mattanza fu infatti la miglior campagna di reclutamento per l’IRA. La “domenica di sangue” di Derry ha avuto un impatto mediatico mondiale grazie ad artisti come John Lennon e Paul McCartney, che scrissero due canzoni molto forti subito dopo la strage, seguiti alcuni anni dopo dagli U2 con il loro brano celeberrimo. Quelle canzoni hanno sicuramente contribuito in modo decisivo a far conoscere quell’evento all’opinione pubblica internazionale e a promuovere l’apertura della gigantesca inchiesta Saville, che molti anni dopo ha fatto luce sul massacro. Ma gran parte del merito va senza dubbio ai familiari delle vittime e alla straordinaria gente di Derry, che non ha mai smesso di lottare per la verità e la giustizia.

Analogamente, perché lo sciopero della fame indetto da Bobby Sands è stato un simile spartiacque?

Prima di morire in quel modo così atroce Bobby Sands venne eletto al parlamento di Westminster ottenendo oltre 32.000 voti in una clamorosa tornata elettorale suppletiva. Ciò fece comprendere al movimento repubblicano, all’IRA e al Sinn Féin (che all’epoca era ancora un piccolo partito semi-clandestino) che era possibile combattere gli inglesi anche attraverso strumenti democratici, con la scheda elettorale in una mano e il mitragliatore nell’altra, come spiegò molto bene Danny Morrison in una frase entrata nella storia. Oggi molti studiosi ritengono che l’elezione di Sands in quelle circostanze drammatiche costituisca la prima scintilla del processo di pace.

Perché, a distanza di tanti anni, le autorità britanniche continuano a essere così reticenti e restie a far luce su un capitolo di storia a cui, forse, solo una piena ammissione di colpe potrà mai mettere fine?

Per due motivi molto semplici. In primo luogo per una questione di prestigio e di credibilità delle istituzioni britanniche. Poi per una ragione assai più prosaica: perché ammettendo chiaramente le proprie colpe lo stato britannico rischierebbe in breve tempo di vedersi sommerso da centinaia, se non da migliaia, di richieste di risarcimento. Proprio com’è già accaduto in casi molto meno noti e circoscritti, ad esempio per gli abusi commessi in Kenya negli anni Cinquanta dagli stessi eserciti britannici o quelli compiti dai tedeschi in Namibia all’inizio del XX secolo, soltanto per citare un paio di casi recenti. Ecco perché il parlamento di Londra ha in agenda, proprio in questi mesi, la discussione di un progetto di legge per concedere un’amnistia generalizzata relativa a quanto accaduto in Irlanda del Nord negli ultimi cinquant’anni.

Come escono dalle pagine della storia Gerry Adams e Martin McGuinness?

Per raccontare Adams non basterebbe un’enciclopedia. Negli ultimi anni si è dedicato ad attività curiose, come pubblicare libri di cucina e twittare foto di peluche, ma senza dubbio è stato una figura gigantesca, nel bene e nel male. Sebbene continui a ripetere come un disco rotto di non aver fatto mai parte dell’IRA, è stato il grande stratega della guerra da parte repubblicana e poi uno dei principali architetti del processo di pace. Sono convinto che la sua ambiguità sia stata in un certo senso funzionale e forse persino necessaria per uscire dal conflitto. E credo che custodisca segreti che gli storici potranno rivelare solo tra alcuni decenni. Lo stesso discorso vale a mio avviso per McGuinness, anche se la sua figura è stata meno ambigua. Ma in entrambi i casi, è troppo presto per formulare un giudizio storico.

Se la sente di spiegare a un “bambino” cos’è il settarismo?

Molto banalmente penso che sia l’intolleranza e l’odio nei confronti di chi è diverso da noi o perlomeno viene percepito come tale. In Irlanda il seme del settarismo è stato gettato dagli inglesi molti secoli fa e purtroppo ancora oggi si manifesta in varie forme, per esempio alle bandiere dei parà inglesi che vengono esposte sui lampioni stradali a Derry, proprio in questi giorni, in concomitanza con l’anniversario del Bloody Sunday. Penso alla mancanza di rispetto nei confronti delle vittime, al fatale disprezzo per la memoria e per la verità. Troppo a lungo i bambini sono stati costretti a respirare un’atmosfera inquinata dal veleno del settarismo in una società basata sull’ingiustizia.

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