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Pardonnez-moi, la vie m'est insupportable: 30 anni fa l'ultimo applauso per Dalida

Trenta anni fa il suicidio dell’artista francese. Una carriera dorata e una vita in solitudine. I suoi brani intramontabili e il successo del film con la Alviti che racconta la sua storia

Dalida

Francesco Troncarelli

3 Maggio 2017


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“Pardonnez-moi, la vie m’est insupportable” (Perdonatemi, la vita mi è insopportabile). Questo il biglietto che Dalida lasciò prima di togliersi la vita nella sua casa in rue d’Ochamp nei pressi di Montmartre a Parigi il 3 maggio del 1987, trent’anni fa. Una fine tristissima che colpì profondamente la Francia intera e chi la seguiva in tutto il mondo.

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Quel suicidio che metteva fine ad una vita artisticamente ricca di successi ma umanamente tormentata da momenti difficili e drammatici, lasciò sconcertato e smarrito l’esercito sterminato dei suoi fan che l’aveva sempre amata incondizionatamente. E non poteva essere altrimenti, perché Dalida era la diva della canzone francese, un’artista unica e carismatica, un’interprete di razza e di rara sensibilità, un’icona della femminilità, regina dei tabloid e della “presse du coeur”. 

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Un’artista insomma che nel corso della sua carriera era divenuta uno dei personaggi più famosi ed apprezzati della scena internazionale e che con quel tragico epilogo peraltro già tentato in precedenza per due volte, diveniva automaticamente e suo malgrado un mito, capace di continuare a fare breccia nel pubblico nel tempo come i 20 milioni di dischi venduti da quando è scomparsa, che si aggiungono ai 150 milioni precedenti, dimostrano.

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Un donna forte sul palcoscenico ma fragile nei sentimenti, capace di emozionare e interessare ancora oggi con la sua vicenda, come conferma il grande successo che sta riscuotendo ovunque, nelle sale e nei festival cinematografici (Parigi, Atene, Quebec, Las Vegas, ecc.), il film diretto da Lisa Azuelos da noi trasmesso su Rai 1, che ripercorre la sua esistenza dall’infanzia al Cairo, al primo concerto all’Olympia di Parigi nel ’56, dall’affermazione in Francia al tragico Sanremo in cui morì Luigi Tenco, dal successo in tutto il mondo fino al suo suicidio a soli 54 anni.

Un biopic molto apprezzato anche dalla critica, con una formidabile Sveva Alviti protagonista assoluta di enorme talento, che con un’interpretazione memorabile e perfetta fa rivivere la cantante di origini italiane (Jolanda Cristina Gigliotti il vero nome) insieme a Riccardo Scamarcio, che interpreta il fratello e produttore Orlando, Jean-Paul Rouve, il marito Lucien Morisse e Alessandro Borghi un Luigi Tenco introverso e molto credibile.

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Figlia di un maestro di violino calabrese stabilitosi al Cairo, Jolanda giovanissima partecipa al concorso di Miss Egitto e lo vince, gira alcune pellicole e notata da un regista francese si trasferisce a Parigi dove diventa Dalida, richiamando nel suo nome d’arte quello del celebre personaggio femminile del film di De Mille, “Sansone e Dalila”. L’incontro con Lucien Morisse direttore di Europe 1 e suo futuro marito e con Eddy Barclay, editore musicale e proprietario dell’omonima etichetta discografica, si rileverà decisivo. Incide “Bambino”, cover del celebre “Guaglione” del nostro Aurelio Fierro, ed è subito boom.

Da quel momento sarà tutto un susseguirsi di successi, concerti, recital, partecipazioni nei più importanti programmi televisivi e manifestazioni canore (in Italia ospite fissa alle varie “Canzonissime” oltre che al famoso Sanremo del 67 in coppia con Tenco), collezionando ben 55 dischi d’oro (uno per ogni milione di 45 giri) e sette dischi di platino (uno per ogni 10 milioni di dischi venduti), grazie alle interpretazioni di brani come “Romantica”, “La danse de Zorba”, “Mama”, “Bang bang”, “Dan dan dan”, “Paroles paroles” con Alain Delon, “Il venait d’avoir 18 ans”, “Gigi l’amoroso”, “Je suis malade”, “J’attendrai”, “Laissez moi dancer” e “Avec le temps”.

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Una vita in prima pagina tutti i giorni e sempre sotto i riflettori quindi, tra amori tormentati, illusioni, felicità effimera e tanta solitudine, una vita consumata in fretta condizionata dal “male oscuro” che la affliggeva, la depressione e che cercava di dimenticare quando interpretava le sue canzoni divenute delle hit internazionali ed entrate nella memoria collettiva dei francesi e nel cuore del suo pubblico.

Quello che oggi a Parigi, dove alla Ville Lumiere è stata aperta nel Museo della Moda, una mostra con i suoi abiti più belli indossati nella quotidianità e sulle scene, la ricorderà in occasione del trentennale della scomparsa, con un happening nella piazza a lei dedicata a Montmarte per tributarle un omaggio carico di nostalgia. Un attestato di affetto da parte di chi è stato sempre con lei e non l’ha mai dimenticata.  

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