Un partito arabo-ebraico: la sfida di Avraham Burg
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Un partito arabo-ebraico: la sfida di Avraham Burg

Tra i giornalisti israeliani, Jack Khoury, storica firma di Haaretz, è certamente quello più addentro alla complicata realtà politica dei partiti araboisraeliani

Un partito arabo-ebraico: la sfida di Avraham Burg
Avraham Burg
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

20 Agosto 2026 - 22.27


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Tra i giornalisti israeliani, Jack Khoury, storica firma di Haaretz, è certamente quello più addentro alla complicata realtà politica dei partiti araboisraeliani; una galassia che troppo spesso ha anteposto logiche personalistiche e di fazione piuttosto che far prevalere le ragioni dell’unità. Una unità ancora più imperativa di fronte ad una destra fascista e razzista che hanno trasformato un sistema democratico, per quanto con ampie falle, in una ferrea etnocrazia, dove si viene discriminati sulla base delle proprie origini e della fede religiosa che si professa. Una etnocrazia ebraica che ha istituzionalizzato, col la Legge su Israele, Stato della nazione ebraica” (luglio 2018), l’esistenza di cittadini di serie A (la maggioranza ebraica) e cittadini di serie B, i palestinesi israeliani, oltre il 20% della popolazione dello Stato d’Israele, oltre 1,2 milioni di persone. 

Jack Khoury firma per il quotidiano progressista di Tel Aviv, due articoli che danno conto di uno sviluppo, potenzialmente incoraggiante, all’interno dell’universo politico della comunità araba.

Il primo pezzo ha come titolo: “I partiti arabi non hanno avuto altra scelta che allearsi. Riusciranno a trasformare questa unità in voti?”

Scrive Khoury: “Quando nei prossimi giorni verrà annunciato ufficialmente che i partiti Hadash, Ta’al e Balad si presenteranno insieme alle prossime elezioni, probabilmente si sottolineerà l’importanza dell’unità. Ma dietro queste grandi speranze si nasconde un obiettivo ancora più fondamentale, ovvero fermare l’emorragia.

I disaccordi che hanno ritardato il raggiungimento di un accordo tra i tre partiti arabi non riguardavano principalmente l’ideologia o i principi, bensì la ripartizione dei seggi alla Knesset, la posizione dei candidati nella lista elettorale congiunta e i loro ruoli nella campagna elettorale. Se non fosse stato per queste controversie, soprattutto con Ta’al, l’annuncio della loro candidatura congiunta avrebbe potuto essere dato già un mese fa.

Come riportato in precedenza da Haaretz, il margine di manovra di Ta’al, guidato da Ahmad Tibi, era limitato. L’opzione di allearsi con la Lista Araba Unita non è andata a buon fine, soprattutto dopo l’entrata in scena di Yoav Segalovich e l’emergere della possibilità che questi ottenesse un posto nella lista del partito.

Ma presentarsi separatamente o allearsi con altri partiti, come la lista “Un posto per tutti noi”, comportava rischi significativi.

Prima che i tre partiti riuscissero a raggiungere un accordo, Ta’al aveva esaminato i sondaggi per valutare come si sarebbe configurata una candidatura congiunta con “Un posto per tutti noi”. Fonti di entrambi i partiti hanno affermato che, nella migliore delle ipotesi, l’alleanza avrebbe raccolto solo il 3,7% dei voti, una percentuale insufficiente a garantire il superamento della soglia minima per l’ingresso alla Knesset. Ta’al non aveva davvero altra scelta che presentarsi con Hadash e Balad.

Ora, la prova non riguarderà l’alleanza in sé, ma la loro capacità di tradurla in un maggiore peso elettorale. Il loro primo compito sarà quello di riparare il danno causato negli ultimi mesi da negoziati in stallo, lotte intestine e reciproci attacchi, principalmente da parte di Hadash e Balad contro l’UAL. L’obiettivo ora dovrebbe essere quello di portare l’elettorato arabo alle urne il 27 ottobre.

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I sondaggi interni indicano che un’affluenza superiore al 70 per cento aggiungerebbe altri cinque seggi alla Knesset alle liste arabe. È quindi fondamentale che raggiungano un accordo a tre con l’UAL sui voti in eccesso, per porre fine agli attacchi reciproci che si verificano principalmente sui social media. Il continuo scambio di accuse disgusta e allontana gli elettori, alcuni dei quali potrebbero decidere di rimanere a casa il giorno delle elezioni o cercare un’alternativa non araba, in particolare il Partito Democratico.

La questione relativa a “Un posto per tutti noi” rimane aperta. Il partito di recente formazione dovrà decidere presto se rischiare di presentarsi come partito autonomo o se conservare le proprie forze per combattere un altro giorno, ovvero nelle elezioni successive a queste. In politica, come nella corsa di fondo, non ogni mossa è finalizzata al risultato immediato.

Anche se tutte le alleanze e gli accordi fossero firmati e sigillati, la campagna elettorale non sarebbe facile. Dopo la presentazione formale delle liste elettorali, i partiti arabi si aspettano di dover affrontare minacce di squalifica, tentativi di dissuadere gli arabi dal votare, incitamento all’odio e delegittimazione.

I recenti sviluppi offrono già un assaggio di ciò che ci aspetta: l’istigazione contro i medici arabi all’ospedale Rambam di Haifa, i tour provocatori che il ministro della Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir ha condotto nelle comunità arabe, gli ordini di demolizione e sgombero su larga scala emessi nelle comunità arabe e una serie di altre mosse che la società araba considera volte a intimidirla e a dissuadere i suoi membri dal votare.

Per tutto ciò, l’alleanza a tre funge da importante strumento politico. La domanda è se i tre partiti e l’UAL comprendano davvero che l’obiettivo non è sconfiggersi a vicenda, ma rovesciare l’attuale governo e garantire che la comunità araba non venga ignorata alla Knesset. La lista congiunta non è la fine della saga; è solo un’opportunità per ricominciare da capo, questa volta con meno ego e attacchi personali e con un obiettivo più chiaro.

Se i partiti arabi riusciranno a riconquistare la fiducia dei propri elettori e ad aumentare l’affluenza alle urne, l’alleanza raggiunta questa settimana potrebbe benissimo cambiare gli equilibri di potere nella politica israeliana.  In caso contrario, sarà solo un altro capitolo nella storia di politici che faticano a imparare dai propri fallimenti”.

L’altro articolo dà conto di un fatto di grande significanza culturale, prim’ancora che politica.

Di cosa si tratti è già evidenziato dal titolo: “L’ex presidente della Knesset Avraham Burg entra a far parte di un nuovo partito arabo-ebraico”

Annota Khoury: “Un partito arabo-ebraico di recente costituzione, candidato alla Knesset israeliana, ha annunciato sabato l’adesione del suo membro di più alto profilo finora, in un momento di crisi dei piccoli partiti di sinistra alla vigilia della stagione elettorale.

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L’ex presidente della Knesset Avraham Burg entrerà a far parte della lista di “A Place for Us All” e si candiderà alla Knesset per conto del partito, come annunciato dallo stesso partito. Burg è stato in precedenza membro della Knesset per il Partito Laburista e ha ricoperto la carica di presidente dell’Agenzia Ebraica. Burg è il primo ex membro della Knesset a far parte della lista.

La mossa arriva mentre “A Place for Us All” conduce trattative con altri partiti in vista di una fusione prima delle elezioni di ottobre. Si prevede che il partito otterrà un numero di voti insufficiente per superare la soglia elettorale, ovvero la percentuale minima di voti necessaria a un partito per entrare nella Knesset.

I membri di «A Place for Us All» hanno incontrato a Taibeh, la scorsa settimana, i rappresentanti di Ta’al, il partito guidato da Ahmad Tibi. Anche i partiti arabi rischiano di non superare la soglia elettorale, poiché la formazione della Lista Comune dei partiti arabi, un’alleanza che potrebbe aumentare le possibilità dei partiti arabi alla Knesset, sembra sempre più improbabile. 

La scorsa settimana, Ta’al ha dichiarato di opporsi   a una proposta di lista per la Lista Comune dopo che una commissione di riconciliazione incaricata di mediare un accordo aveva presentato il proprio quadro di riferimento.

Due settimane prima che la commissione rendesse pubblico il proprio quadro di riferimento, i rappresentanti di “Un posto per tutti noi” avevano incontrato a loro volta i rappresentanti della commissione di riconciliazione. Tuttavia, il quadro pubblicato dalla commissione non includeva alcun rappresentante del partito. Fonti interne alla commissione hanno riferito a Haaretz di ritenere che il partito non sia sufficientemente influente nella comunità araba da giustificare un posto nella lista.

Parlando con Haaretz, Burg ha affermato che il partito non ha ancora ricevuto un’offerta concreta per unirsi a un altro partito e ha respinto l’affermazione secondo cui una candidatura indipendente porterebbe a una perdita di voti.

«Il rischio è loro», ha detto, riferendosi agli altri partiti. «Noi ci candidiamo per una causa, per dei valori e per esercitare influenza. Loro possono continuare a sistemare le sedie a sdraio sul loro Titanic che sta affondando». 

La candidatura del partito potrebbe in realtà aumentare il numero degli elettori, ha affermato.

«Non solo non sprecheremo voti, ma aggiungeremo due dimensioni al nostro schieramento in crescita: coloro che avevano perso ogni speranza a causa della corruzione e che improvvisamente ritrovano la speranza, e che verranno comunque a votare – specialmente gli elettori della comunità araba; e anche gli elettori ebrei che non hanno alternative tra le 50 sfumature di destra che vengono loro offerte». 

Burg, figlio del ministro del governo e alto funzionario del Partito Nazionale Religioso Yosef Burg, è stato attivista di “Peace Now” ed è stato eletto alla Knesset per il Partito Laburista alla fine degli anni ’80. Ha ricoperto la carica di deputato nella XII e XIII Knesset, e successivamente nella XV e XVI Knesset – per un totale di circa 11 anni. Nel frattempo, è stato presidente dell’Agenzia Ebraica. 

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Nel 2001, dopo le dimissioni di Ehud Barak, Burg si è candidato alla guida del Partito Laburista contro Benjamin Ben-Eliezer, ma ha perso. Nel 2004 si è ritirato dalla politica.

Dalla metà degli anni 2010, Burg ha espresso il proprio sostegno a strutture politiche congiunte ebraico-arabe. Nel 2015 ha manifestato il proprio sostegno a Hadash e nel 2022 ha fondato un nuovo partito che, alla fine, non si è presentato alle elezioni della Knesset. A giugno, in un articolo pubblicato sul sito web in ebraico di Haaretz, ha espresso il proprio sostegno a “A Place for Us All”, definendolo “l’alternativa più importante nata qui da molti anni”.

Il partito è stato lanciato a giugno dagli attivisti Rula Daood e Alon-Lee Green, leader del movimento di base per la pace e la solidarietà «Standing Together». Daood e Green lo definiscono una «vera partnership ebraico-araba» che si rivolge a entrambe le popolazioni. L’attrice israeliana naturalizzata americana Natalie Portman ha espresso il proprio sostegno al partito il mese scorso”.

Così Khoury. 

Chi scrive, nella quasi quarantennale frequentazione di Israele e della Palestina, ha avuto modo di conoscere e intervistare più volte Avraham Burg. Una persona di straordinario spessore culturale, di grande onestà intellettuale, che ha saputo rompere vecchi steccati identitari, che ha sempre anteposto il suo essere “israeliano” a quello di essere ebreo. Tant’è che si è battuto per una modifica di un immenso valore simbolico: scrivere sul passaporto “israeliano” e non ebreo o arabo…

Una battaglia che, per Burg, ha importanti conseguenze politiche: lavorare per e in un partito dove si vive e si coopera come israeliani, e non come ebrei o arabi. Un partito che prefigura una visione dello Stato, come Stato israeliano e non come Stato ebraico. Non è una differenza semantica, ma sostanziale. Uno Stato multietnico e multiculturale, che non si definisce sulla base di una identità condivisa e non divisiva. 

Avraham Burg impersona questa sfida. Una sfida metapolitica, che interviene su questioni che vanno ben aldilà delle tradizionali divisioni destra-centro-sinistra e interroga la natura stessa dello Stato, l’identità nazionale, la psicologia di massa. Burg va controcorrente e, con la sua scelta, dice alla sua gente che i partiti vanno pensati, costruiti, rifondati sulla base dei loro progetti, della loro agenda politica, di ciò che pensano e propongono sulla pace e la guerra; sulla brutale colonizzazione della Cisgiordania; sulla lotta alle povertà e alle crescenti diseguaglianze sociali; sul rispetto delle libertà individuali e collettive nella sfera della sessualità. Su questo e altro e non sull’essere “ebrei”.

Una svolta, questa sì, davvero epocale. Che impone scelte coerenti, che fanno i conti, anche dolorosi, con la propria storia personale e familiare. Avraham Burg l’ha fatto, Onore a lui. 

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