Ne avessimo in Italia uno come Gideon Levy. Un grande giornalista, indipendente, coraggioso, coscienza critica di un Paese, Israele, marchiato da un governo fascista e guerrafondaio. Ne avessimo noi un Gideon Levy che su un grande giornale del fu Belpaese raccontasse, documentasse, denunciasse i crimini perpetrati da un esercito di occupazione e dalle squadracce armate dei coloni. Lo avessimo, ma non l’abbiamo. Ma le lettrici e i lettori di Globalist hanno il privilegio, sì il privilegio, di poter leggere i reportage, le analisi, i possenti j’accuse di Gideon Levy. Come quello su Haaretz, il giornale libero, nel senso più alto e nobile del termine, di Tel Aviv, dal titolo: Pulizia etnica 3.0: come Israele è diventato lo “Stato del trasferimento”
Scrive Levy: “Il quartiere di Silwan a Gerusalemme sta venendo svuotato dei suoi abitanti. Con pretesti bizzarri e scandalosi, le famiglie vengono sfrattate dalle case in cui vivono da decenni. Nella Striscia di Gaza, centinaia di migliaia di sfollati vengono ammassati in campi profughi inabitabili. Alcuni non torneranno mai più alle loro case, delle quali non rimane più nulla. Il capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale israeliano ha convocato una riunione d’emergenza per «incoraggiare l’emigrazione volontaria» degli abitanti di Gaza.
Himnuta, Elad, il Fondo Nazionale Ebraico, il Consiglio di Sicurezza Nazionale, le Forze di Difesa Israeliane, la società funebre sefardita hevra kadisha e l’Amministrazione Civile Israeliana sono tutti enti governativi o organizzazioni senza scopo di lucro che lavorano per un unico obiettivo: la pulizia etnica 3.0. Dopo le pulizie etniche riuscite del 1948 e del 1967, è giunta la fase successiva dell’impresa sionista che costituisce il fondamento dello Stato ebraico. Tutto sta procedendo secondo il piano graduale.
Negli ultimi giorni si è verificata una serie di eventi apparentemente spontanei. Ciò che a prima vista sembra l’anarchia di coloni in rivolta – estremisti determinati a vendicare il 7 ottobre – ha uno scopo più grande. La destra ha un piano ben ordinato e una strategia chiara, e sta lavorando alacremente per attuarla. Mentre la sinistra ha perso la strada, impantanandosi in cliché vuoti e rimanendo praticamente in stato comatoso dall’assassinio di Yitzhak Rabin, la destra continua a plasmare una realtà irreversibile.
Israele è diventato uno Stato di trasferimento, per il quale la pulizia etnica è un pilastro centrale della politica. Questa pulizia etnica ha una varietà di nomi e volti diversi; a volte è palese, a volte nascosta e repressa, ma sta diventando un fenomeno storico in pieno svolgimento, lontano dagli occhi di tutti. Dopo la creazione dell’apartheid, che non è mai stata l’obiettivo del sionismo né dello Stato, è arrivato il trasferimento, l’unico obiettivo per cui l’apartheid era stato creato in primo luogo.
Pertanto, Israele non è uno Stato di apartheid. È qualcosa di peggio: è uno Stato di trasferimento. L’apartheid in Sudafrica non ha mai avuto l’intenzione di liberare il Paese dai suoi abitanti indigeni. L’apartheid israeliano sì. Negli ultimi mesi ho scritto quasi esclusivamente della violenza dei coloni in Cisgiordania.
Settimana dopo settimana, villaggio dopo villaggio, famiglia dopo famiglia, stanno facendo tutto il possibile per conservare le loro case e le loro terre, finché, alla fine, si arrendono. Dalle comunità di pastori, che vivono come i nostri antenati nelle grotte senza disturbare anima viva, ai ricchi banchieri, che abbandonano le ville nei villaggi benestanti; tutti vivono nella paura e sono costretti a lasciare le loro case.
Un villaggio dopo l’altro viene abbandonato. Una famiglia dopo l’altra alza le braccia in segno di resa. Proclamano «sumud per sempre», ma pochi mesi dopo il sumud finisce, e tutto ciò che resta della loro casa sono rovine. Indifesi e senza speranza, non hanno altra scelta. E la terra viene gradualmente ripulita dalla sua gente.
Il «governo del cambiamento» non sarà in grado di cambiare molto. I fatti sono già stati stabiliti «sul campo». Anche se è possibile che, in termini assoluti, escludendo Gaza e il Libano meridionale, ci siano state solo poche famiglie sfollate, e sebbene sia vero che c’è ancora molto lavoro da fare – la tendenza è chiara, e il suo carattere sistematico è spaventoso.
Hanno iniziato dalle popolazioni più vulnerabili, le comunità di pastori e gli abitanti di Gerusalemme Est, che non hanno alcun ricorso presso un sistema giudiziario israeliano di natura fondamentalmente apartheid. La campagna procede a pieno ritmo senza ostacoli.
Le espulsioni a Gaza e quelle a Silwan hanno un legame evidente: una visione del mondo secondo cui in questa terra c’è spazio solo per un popolo, o noi o loro. Questa visione è apparentemente condivisa dalla maggioranza degli israeliani, persino da coloro che si agitano a disagio sulle loro poltrone quando assistono a ciò che sta accadendo, cosa che, nella migliore delle ipotesi, non viene quasi mai riportata dai media israeliani.
Sappiate che mentre dormivate, un popolo veniva espropriato della propria terra, passo dopo passo”, conclude Levy.
Da scolpire nella pietra della Verità.
Ecco cos’è diventato “l’esercito più etico del mondo”. Ne scrive, sempre sul quotidiano progressista di Tel Aviv,Yaniv Kubovich.
“La maggior parte delle restrizioni alla libertà di movimento attualmente imposte ai palestinesi in Cisgiordania vengono applicate senza le necessarie autorizzazioni legali, violando i protocolli delle Forze di Difesa Israeliane (Idf), come ha segnalato un alto consulente legale militare israeliano in una recente lettera indirizzata ai vertici dell’Idf.
La lettera, indirizzata al capo del Comando Centrale, il generale di divisione Avi Bluth, e ad altri alti ufficiali militari, descrive quella che fonti a conoscenza del suo contenuto hanno definito «anarchia». In essa si sottolinea che i comandanti impongono sistematicamente restrizioni alla libertà di movimento ad hoc, che spesso durano più di 24 ore, senza ottenere le valutazioni professionali e le approvazioni legali richieste dalle procedure militari e dalle sentenze dell’Alta Corte.
Il consulente legale, il colonnello Cobi Marcus, ha sottolineato nella lettera che si tratta di un fenomeno ricorrente di cui i vertici del Comando Centrale sono a conoscenza. Ha affermato che l’esercito è scivolato in queste pratiche dall’inizio della guerra a Gaza, il 7 ottobre 2023, e che aveva lanciato un primo avvertimento al riguardo già due anni fa.
I comandanti sul campo, ha affermato il consulente legale, hanno intensificato l’uso dei posti di blocco ignorando completamente i protocolli che lo Stato si era impegnato a rispettare dinanzi alla Corte Suprema nel 2017. Il riferimento è al protocollo redatto a seguito di una petizione presentata dai sindaci delle comunità palestinesi in Cisgiordania contro le restrizioni alla libertà di movimento imposte dall’esercito.
Un’accusa particolarmente grave contenuta nella lettera riguarda la mancanza di documentazione ufficiale e di supervisione dei posti di blocco. L’erezione di barriere da parte dell’Idf senza l’emissione di ordini legali né l’annuncio delle loro ubicazioni crea situazioni pericolose e confuse, afferma Marcus. Egli spiega che né i residenti né le autorità di polizia sono in grado di distinguere tra le barriere erette per motivi di sicurezza e quelle “piratiche” installate dai coloni o da entità civili di propria iniziativa.
Marcus ha sottolineato che la direttiva dell’Amministrazione Civile relativa all’erezione delle barriere e alla pubblicazione dei relativi ordini in arabo non è una raccomandazione facoltativa, ma piuttosto un dovere volto a consentire alla popolazione locale -persone protette ai sensi delle leggi sull’occupazione militare – di pianificare i propri spostamenti e a garantire un processo di ricorso di base. Ha avvertito che la violazione generalizzata e incontrollata dei diritti fondamentali dei residenti, senza un’adeguata autorizzazione, contraddice profondamente i principi del diritto amministrativo e internazionale.
L’anno scorso, l’Associazione per i diritti civili in Israele ha presentato un ricorso alla Corte Suprema chiedendo che l’esercito pubblichi regolarmente gli ordini che impongono restrizioni alla libertà di movimento dei palestinesi in Cisgiordania; la Corte non si è ancora pronunciata in merito. La lettera di Marcus rivela come il tentativo dell’Idf di difendere la propria politica di fronte a questa petizione abbia portato a una gestione localizzata della crisi piuttosto che a una correzione globale delle norme errate: il Comando Centrale si è limitato a discussioni interne volte a legalizzare retroattivamente alcuni dei posti di blocco esistenti.
Il consulente legale del comando avverte che non solo si tratta di un mero espediente giuridico, ma che ciò indebolisce anche la posizione giuridica del comando nei confronti della Corte; la risposta dell’esercito alla pressione legale dimostra infatti ai giudici che, se il ricorso non fosse stato presentato, l’esercito avrebbe continuato ad agire in completa contraddizione con le proprie direttive ufficiali.
Peggio ancora, Marcus osserva che anche dopo le udienze urgenti sui blocchi, comandanti sul campo hanno continuato a ordinare nuove restrizioni alla circolazione senza seguire la procedura di approvazione prevista.
A differenza di questioni quali l’espropriazione dei terreni o la costruzione di infrastrutture di sicurezza in Cisgiordania, in cui esiste un’unica autorità che centralizza la politica militare, per quanto riguarda la libertà di movimento dei palestinesi si registra un vuoto di comando. I colleghi di Marcus lamentano che oggi, all’interno del Comando Centrale, non esista alcun organo ufficiale incaricato di gestire tutti i posti di blocco né responsabile di garantire che le forze sul campo rispettino la legge.
Nella sua lettera al capo del Comando Centrale, il consulente legale del comando cerca di tracciare una linea rossa e avverte che la condotta del sistema sta rendendo più difficile che mai organizzare una difesa legale delle azioni dell’esercito. Marcus sostiene che la mancata osservanza della legge renda la discrezionalità operativa dei comandanti vulnerabile a un intervento giudiziario diretto; la Corte Suprema potrebbe ordinare la revoca generalizzata dei posti di blocco.
Per questo motivo, chiede che alle divisioni e alle brigate venga ordinato di cessare immediatamente la pratica attuale, di attuare rigorosi meccanismi di controllo sulle restrizioni di movimento e di nominare un coordinatore per la questione”.
Così Kubovich. È il caso di dirlo: parafrasando lo storico “c’è un giudice a Berlino”, possiamo affermare che c’è “un avvocato a Tel Aviv”.
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