Ci torno continuamente.
Dall’indipendenza dell’Ucraina, nel 1991, la lingua ufficiale è l’ucraino, cosa che nessuno, o quasi, ha mai messo in discussione, e va benissimo così. Tuttavia, la serie “Il servitore del popolo”, che ha assicurato l’elezione di Zelenskij, era interamente in russo, l’ucraino vi compariva a volte, quasi sempre in modo ironico, o per prendersi cura del gioco dei “patrioti”, e una delle calamità della funzione presidenziale o, più in generale, politica, vi era rappresentata come il doverla imparare, l’ucraino, voglio dire, il poterla usare realmente.
Gli spettacoli del Quartiere 95, la troupe di Zelensky, così chiamata perché era composta da un nucleo di amici usciti dalla scuola pubblica 95, a Krivoï Rog, tutti, erano fatti in russo, davanti a decine di migliaia di spettatori, in tutto il paese, non solo nelle regioni tradizionalmente russofone, e nessuno ci trovava nulla da ridire. Al contrario. Non si prestava attenzione alla lingua, che era, di fatto, indifferente: l’unica cosa che contava, era il messaggio.
L’appello all’onestà e non all’identità, alla giustizia e non al patriottismo, e la denuncia di una corruzione che gangrena l’intera società, dai gradini più bassi fino al potere centrale.
Oggi, di fronte al trauma della guerra inflitta da Putin, condotta nel modo che sappiamo dai soldati dell’esercito russo, con questa barbarie, e al fatto, anche, di vedere cosa sono, questi soldati, questa specie di mostruosità misera, questa crudeltà costante, il terrore che diffondono e in cui vivono, di vedere cos’è la Russia oggi e, per specchio, alla fine, cos’è sempre stata, c’è un racconto d’ orrore della Russia, e un orrore talmente comprensibile che è diventato totalmente impossibile, semplicemente in-immaginabile, proporre uno spettacolo in russo, mettere in scena un autore russo, a maggior ragione in lingua russa e, sapendo che, per la propaganda putiniana, appunto, i russi e gli ucraini formano un solo e unico popolo, russo, si capisce, il rifiuto della Russia, e di tutto ciò che è russo in Ucraina è assoluto, radicale.
Solo che c’è un problema ontologico.
No, certo, i russi e gli ucraini non formano un solo popolo.
Gli ucraini formano non solo una nazione indipendente, ma, in realtà, un popolo separato dai russi. Diciamolo in altro modo: mentre più o meno un quarto degli ucraini ha parenti stretti in Russia, qualcosa, quindi, come 10 milioni di persone ei modi di vita sono stati gli stessi per quasi 300 anni almeno, e che, quindi, per esempio, le accuse di barbarie lanciate contro l’esercito russo durante la guerra del ’41-’45 riguardano tanto i russi quanto gli ucraini e tutte le altre nazionalità che compongono l’esercito sovietico, e che la corruzione sovietica era la stessa su tutto il territorio dell’URSS, è successo in Ucraina qualcosa di essenziale: l’Ucraina ha conosciuto una generazione di vita democratica.
Ovviamente la corruzione è rimasta, rimane ancora, anche se è combattuta, denunciata da una stampa indipendente, ma le elezioni erano regolari, costanti, e la gente, nello spazio di una generazione, ha sviluppato un’altra mentalità rispetto a quella che regnava in Russia.
È questa mentalità che Putin cerca di soffocare, ed è essa che permette all’Ucraina, come nazione e come popolo, non solo di resistere ma, oggi, forse bene, di ribaltare l’equilibrio delle forze.
Si è abituata al fatto che la propria voce contasse, o, diciamo, poteva contare, e che esistessero in sé stessi, non solo come massa mobilitabile o sfruttata.
La questione non è quindi per me, oggi, denunciare il fatto che le strade di Odessa siano state ribattezzate dai nomi di autori odessiti russofoni, né protestare contro le campagne stupide che si accaniscono, dall’Ucraina, su questo o quel musicista o musicista che suona, all’estero, musica russa, perché nessuno, in Ucraina, suona più musica russa, né nulla del genere.
Si tratta proprio di questo: cosa può fare l’Ucraina con il barbaro che è in lei?
Perché, in ogni caso, anche se, in un modo o nell’altro, “contro ogni previsione”, come si dice, l’Ucraina riesce ad assicurare la sua indipendenza, questa parte, fondamentale, di russità che la compone in modo intrinseco, cosa farne?
Quanti ho visto dei miei interlocutori ucraini, di cui uno dei genitori è russo, e con i quali, ovviamente, scambio in russo, perché era la loro lingua normale di comunicazione prima di febbraio ’22, coprire di insulti tutti i russi in generale, tutto ciò che riguarda la Russia, e quindi, oggettivamente, anche loro stessi.
Il trauma legato alla guerra è così forte che si è diffuso in tutta la coscienza di tante persone, e che vi rimarrà come un cancro, anche in tempo di pace. Le forme di questo trauma si evolveranno, ma la sua natura rimarrà la stessa:
l’odio e il disprezzo.
Come uscire da questo odio?
Si tratta di uno sforzo che dovrebbero fare gli ucraini da soli in, non so, un’idea cristianiforme di perdono globale o di chissà quale insalata moralizzatrice?
La questione non è ovviamente quella del perdono, come se, a titolo di paragone, chiunque potesse “perdonare” il popolo tedesco per aver eletto e sostenuto Hitler? La vita normale è tornata possibile per un’unica e sola ragione: c’è stata, in Germania stessa, e non da un giorno all’altro, una messa in discussione di ciò che era successo, e c’è, da allora, oggi, quattro generazioni o quasi, una vita democratica in Germania, e se, certo, l’idea fascista è sempre viva, essa è anche viva e ben più, ahimè, nei paesi vincitori del 1945, come in Francia, minacciati di eleggere, dopo tre tentativi, all’Eliseo un partito fondato da Waffen-SS, dopo aver visto gli italiani eleggere eredi dei fascisti mussoliniani.
Si può immaginare, non so, un muro stagno, che separi, a termine, il “mondo civilizzato”, il nostro e quello di un’Ucraina democratica e la barbarie russa?
I muri, vediamo cosa danno in Israele. Certo che no. Non ci sono muri possibili. E come dimenticare questa realtà. Questo paese, la Russia, anche sconfitto, anche dissanguato, anche più misero ancora di quanto non sia oggi e, chiaramente, la sconfitta militare non farà che accentuare questa miseria , rimarrà sempre lì. È un fatto geografico.
Questo fatto detta il resto: l’Ucraina non può vincere la guerra senza l’aiuto della Russia stessa. Voglio dire che se la Russia continua ad essere ciò che è oggi, e ciò che è sempre stata, sempre, assolutamente sempre nella sua storia , se non conosce un’esperienza democratica un minimo duratura e stabile, non ci sarà mai pace. Perché la miseria genera sempre, sempre, senza eccezione alcuna, la dittatura, il bisogno dell’uomo provvidenziale, la volontà di un “ordine” che metterebbe, quest’”uomo forte”, e tutto ricomincerà incessantemente, in una catena infernale, la miseria e il terrore che portano a un ripiegamento sui bisogni vitali del quotidiano, e quindi all’indifferenza, e quindi alla via maestra lasciata alle manipolazioni.
L’ideologia nazionalista verrà sempre a innestarsi su questa miseria, per nasconderla prima, e quindi prolungarla, e Dio sa se la Russia è ricca di “pensatori della Russità”, o della “slavitudine” il cui unico scopo è questo: rivendicando una “specificità russa”,
rifiutare i Diritti dell’Uomo e ogni democrazia.
L’unica vittoria possibile dell’Ucraina che lo voglia o no, che noi occidentali lo vogliamo o no, non è solo una vittoria militare, o piuttosto, non è affatto una vittoria militare, che sarebbe solo temporanea, illusoria, e portatrice, in sé stessa, della sua stessa sconfitta, poiché l’odio del nemico continuerebbe a infettare il corpo sociale e le coscienze delle persone.
L’unica vittoria possibile dell’Ucraina, è un cambiamento in Russia.
Non solo un cambio di regime, anche se è la condizione prima: certo che Putin deve cadere, ma bisogna soprattutto che Putin non sia sostituito da un altro Putin, e quindi che, in un modo o nell’altro, sia giudicato, lui e i suoi complici più stretti. Ciò che serve quindi, è un cambio di regime che stabilizza le funzioni della democrazia e della giustizia.
Ciò è possibile oggi, con le persone che esistono, scartando le élite visibili.
In Francia, nel ’45, mentre tutti i giudici avevano giurato fedeltà a Pétain, la giustizia ha ben cominciato ad essere resa, e, in America del Sud, si è ben giudicato alcuni dei torturatori, il che non impedisce a Kast e Milei, di essere eletti democraticamente.
Ciò che deve cambiare, non è “l’uomo russo”, è l’uomo sotto dittatura.
Non credo nell’anima dei popoli, nell’anima russa.
Credo nella banalità del tempo. Nella banalità della vita quotidiana.