di Antonio Salvati
Non è facile fare il punto di quanto accade in Cina. Nel conflitto tra USA e Iran, la Cina sembra attendere l’evolvere degli eventi. Per una questione politica di fondo, nel senso del dire “noi non ci pieghiamo a quello che tu fai“, ha risposto colpo su colpo ai dazi statunitensi. Dopo mesi di promesse e tregue commerciali i cinesi hanno rallentato, se non proprio bloccato, le autorizzazioni per l’export dei magneti in terre rare, materiali indispensabili per la filiera dell’auto elettrica. Un messaggio diretto agli Stati Uniti, ma che rimbalza anche in Europa. Le conseguenze si vedono già, le catene di montaggio tremano e il settore automotive rivive gli incubi del post pandemia.
L’economia cinese dopo la pandemia vive alcune difficoltà. Eravamo abituati alla Cina che negli ultimi trenta anni ha realizzato miracoli economici. La bolla immobiliare cinese sta vivendo una fase di prolungato sgonfiamento e profonda crisi iniziata intorno al 2021, con effetti strutturali che frenano la crescita del PIL. Ci si aspettava una resilienza del sistema cinese maggiore, una capacità quindi di rispondere a una situazione diversa con degli stimoli che avrebbero di fatto rimesso in moto l’economia cinese.
Dal 2020, la Cina ha vissuto momenti di profonda trasformazione. Innanzitutto, cresceva per le esportazioni e per gli investimenti a debito: si attendeva l’incremento dei consumi interni che continuano ad essere bassi rispetto a quelli dei paesi occidentali. Consumi che si sono fermati con la pandemia. La crescita del Drago continua perché vengono sussidiate moltissimo le esportazioni. Esporta più di prima, soprattutto prodotti tecnologici. Tuttavia, l’economia cinese vive una situazione paradossale. Da un lato il suo sistema economico è un sistema economico che deve essere trasformato.
Deve essere riformato, ripete continuamente Xi Jinping. Puntando, innanzitutto, sui consumi interni, per avere una crescita più equilibrata ed un’economia che non dipenda dalla domanda internazionale al fine di evitare quanto accadde con la crisi del 2008 quando la domanda proveniente dall’esterno diminuì sensibilmente.
Con la pandemia si è rotto qualcosa – osserva Filippo Fasulo, Co-head dell’Osservatorio Geoconomia di ISPI e esperto di Asia – nel rapporto fra la popolazione cinese e lo stesso Xi Jinping. È venuta meno nei cinesi la speranza per il futuro. In Cina il welfare non è simile a quello dei paesi occidentali dove molti se la cavarono con la cassa integrazione e con i sussidi. I cinesi, invece, hanno cominciato ad accantonare soldi per future evenienze.
La Cina nel breve termine continua a puntare sulle esportazioni, sul lungo termine vuole puntare sui consumi, ma puntare sui consumi significa spostare le risorse dalle imprese di stato, dagli enti locali, dal governo alle famiglie. Spostare le risorse alle famiglie non è semplice.
Occorre considerare che esistono due economie cinesi. Da un lato un sistema che non è sostenibile. Da qui gli inviti continui a riformare il sistema. Nello stesso tempo, esiste una nicchia di settori economici, altamente tecnologici che sono al massimo della loro potenza e beneficiano dello spostamento di investimenti che prima erano diretti nel “Real estate” (ossia il settore immobiliare nel suo complesso, includendo terreni, edifici, abitazioni e le relative attività economiche, tecniche e legali) e che oggi sono indirizzati in settori d’ alto valore aggiunto, come la BYD Auto, la DeepSeek (chatbot di intelligenza artificiale sviluppato in Cina, diventato noto per le sue elevate prestazioni a costi ridotti rispetto ai concorrenti occidentali come ChatGPT) o prodotti fotovoltaici.
Xi Jinping – ricorda Fasulo – dopo il post Covid ha voluto controllare di più gli enti privati. Infatti, molte persone che escono dalla dalle università cinesi si creano le loro aziende con un capitale di umano estremamente ricco, estremamente vario che si sviluppa al di fuori del controllo del governo. Quest’ultimo decide di convocare una riunione in cui partecipano tutti i grandi campioni delle aziende cinesi. E lo fa sapere al mondo. L’incontro è assai reclamizzato. In quell’occasione Xi Jinping ha la premura di far saper al mondo che mentre è in corso una poderosa crescita tecnologia il partito continua a comandare, danno loro la linea. Inoltre, l’azione dei grandi attori tecnologici deve servire gli obiettivi dello Stato. E quindi anche del partito. Pertanto, c’è un coordinamento in questo senso.
L’approccio di Trump verso la Cina si manifesta già nel primo mandato quando apertamente ritiene la Cina l’avversario principale statunitense. Anche Biden sottolinea ciò, evidenziando quanto i cinesi siano non solo un nemico economico, ma anche un nemico politico in quanto dotato di un sistema politico diverso. Uno scontro fra democrazie e autocrazie. Pochi ricordano che Trump aveva chiuso il suo primo mandato facendo un accordo con la Cina. Il 15 gennaio 2020, mentre il Covid si sviluppava, uno dei massimi inviati di Xi Jinping era a Washington a firmare un accordo che prevedeva l’aumento degli acquisti da parte cinese dei prodotti americani. Poi col Covid l’accordo si vanifica. Non è da escludere che oggi Trump ha ancora in mente quell’accordo. Ma i cinesi sono un osso duro, hanno imparato a conoscere Trump e i suoi aspetti umorali e irrazionali, come quello di negare completamente i visti ai cinesi per poi ridarli, visto che il sistema tecnologico americano dipende in buona parte sull’attrazione dei talenti cinesi.
Di fronte al conflitto in Iran, la Cina cerca di essere l’attore saggio nella contesa, con un approccio razionale e una precisa postura internazionale. La Cina è l’unico paese che di fatto ha risposto colpo su colpo sui dazi, non solo per ragioni economiche. Nel frattempo, i cinesi cercano di aumentare le relazioni con il resto del mondo, migliorando i rapporti commerciali. Nei giorni scorsi c’è stato un incontro con i paesi della ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico) e i paesi del Golfo a Kuala Lumpur, in Malesia, in cui c’è stata una forte condanna delle misure protezionistiche di Trump e un forte richiamo alle aperture di globalizzazione. I giapponesi addirittura han fatto degli incontri trilaterali Cina e Corea per migliorare le relazioni economiche e commerciali proprio perché guardano alla Cina paradossalmente come il paese diverso a cui rivolgersi per ridurre il costo dei danni dell’azione di Trump.
In questo contesto, in cui gli Stati Uniti e la Cina diventeranno sempre più avversari, l’Europa come si sta ponendo nei confronti della Cina? Finora, mentre gli Stati Uniti hanno sempre chiesto all’Europa di scegliere da che parte stare, gli europei hanno assunto un atteggiamento pragmatico, coltivando con la Cina importanti relazioni commerciali. Gli europei han cominciato a guardare con occhi diversi alla Cina, divenuta nuovamente appetibile. Sono previsti summit con Ursula von der Leyen. Il punto sarà quello trovare un accordo, considerando non solo la maggior attrattività della Cina. Si tratta anche di ridurre il costo dell’impatto americano in Europa. Un eventuale accordo non necessariamente risolverà i problemi tra cinesi e europei. Infatti, come dicevamo, i cinesi stanno inondando il mondo con prodotti ad alto valore aggiunto. Hanno già sviluppato un over capacity, ossia un eccesso di capacità produttiva. I consumi interni si rivelano incapaci di assorbire quanto prodotto dal paese. Pertanto, tale eccesso finisce sui nostri mercati. Vedi l’esempio classico delle auto elettriche. Difficile prevederà cosa accadrà, ma questo è l’oggetto del contendere. Ossia la concorrenza con le nostre aziende. Come far sì che l’Europa non prenda soltanto i prodotti cinesi e che quest’ultimi non aumentino eccessivamente il loro surplus. Si torna, dunque, alla questione dei consumi.
Il mondo guarda con trepidazione prossimo vertice tra Trump e il leader cinese Xi Jinping. Come detto, Trump cercherà di raggiungere un accordo con Xi per contribuire a ridurre il deficit commerciale degli Stati Uniti con la Cina, includendo l’impegno da parte di Pechino ad acquistare più soia americana e aerei Boeing. La Cina vorrebbe stabilizzare i rapporti con l’amministrazione federale. Estendendo, innanzitutto la tregua commerciale al fine di impegnarsi sulla ripresa della propria economia e sullo sviluppo delle proprie tecnologie. Pechino, infine, vorrebbe che gli USA riducessero il loro sostegno a Taiwan, come più volte ribadito. Trump si presenterà con una posizione negoziale indebolita. Dall’inizio della guerra in Medio Oriente, gli USA hanno consumato buona parte dei loro missili. La guerra non si è limitata a esaurire le scorte di munizioni statunitensi, ma ha anche pesantemente infranto l’aura di dominio dell’esercito americano, mettendo a nudo le carenze della loro egemonia militare globale. Vedremo.