Nel sud del Libano una giornalista locale è rimasta gravemente ferita mentre documentava le conseguenze di un precedente bombardamento su civili e, secondo fonti militari libanesi, un drone israeliano avrebbe lanciato una granata contro i soccorritori intervenuti per salvarla, impedendo di fatto le operazioni di recupero e lasciando ancora dispersa un’altra reporter in un episodio che rischia di aggravare ulteriormente la tensione lungo il fragile confine segnato da una tregua sempre più contestata.
Zainab Faraj è stata estratta viva ma in condizioni critiche dalle macerie nella zona di at-Tiri mentre Amal Khalil risultava scomparsa e irraggiungibile dopo che le squadre della Croce Rossa libanese sarebbero state bersagliate e costrette a interrompere le ricerche secondo quanto riferito da una fonte militare a media internazionali e agenzie come Reuters, che parlano esplicitamente di un attacco diretto ai soccorritori impegnati a recuperare la giornalista ferita. La giornalista poi è stata ritrovata morta.
L’esercito libanese avrebbe tentato di ottenere attraverso un meccanismo mediato dagli Stati Uniti il via libera israeliano per permettere l’evacuazione dei feriti senza però ottenere risultati immediati mentre dal lato israeliano non è arrivato alcun commento ufficiale neppure dopo l’attacco che ha colpito operatori umanitari e giornalisti impegnati sul campo.
Il presidente libanese Joseph Aoun è intervenuto chiedendo alla Croce Rossa di coordinarsi con l’esercito e con le forze internazionali per accelerare le operazioni di salvataggio nel più breve tempo possibile, rinnovando al contempo l’appello a non interferire con il lavoro dei media.
L’episodio si inserisce in un contesto più ampio in cui Israele continua a condurre operazioni nel sud del Libano sostenendo di agire entro i limiti dell’accordo di cessate il fuoco e mirando a Hezbollah o a chiunque superi la cosiddetta linea gialla, una posizione che richiama precedenti analoghi sia in Libano sia a Gaza ma che alimenta crescenti critiche anche sul piano interno israeliano.
Il primo ministro Benjamin Netanyahu è infatti sotto pressione per una tregua percepita come imposta dagli Stati Uniti e incapace di eliminare Hezbollah, obiettivo dichiarato del governo, mentre si avvicinano elezioni difficili in ottobre in un clima di crescente insoddisfazione pubblica e incertezza strategica sul fronte settentrionale dove episodi come quello di at-Tiri rischiano di trasformare la fragile tregua in una nuova escalation con implicazioni dirette per civili, operatori umanitari e giornalisti sempre più esposti in un conflitto che continua a sfumare i confini tra operazioni militari e violazioni del diritto internazionale umanitario.