Nell'Israele di Netanyahu, Rabin è un peso, Ben-Gvir una risorsa
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Nell'Israele di Netanyahu, Rabin è un peso, Ben-Gvir una risorsa

L’Israele di Grossmann, Elon, Yehoshua, Oz. L’Israele di Yitzhak Rabin. L’amara verità di Carolina Landsmann parte da lui, dal generale

Nell'Israele di Netanyahu, Rabin è un peso, Ben-Gvir una risorsa
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4 Aprile 2026 - 18.04


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Nella considerazione di Carolina Landsmann, firma di punta di Haaretz, c’è tutto il cambiamento “genetico” d’ Israele. Un cambiamento che non è solo politico ma culturale, identitario, di senso e visione di sé. È la presa d’atto della fine di un’epoca e con essa delle aspirazioni dei padri fondatori dello Stato d’Israele.

Non è questione da poco. Non lo è soprattutto per chi, come me, Israele lo ha raccontato dall’ormai lontano 1987. Raccontato, vissuto e sì anche amato. L’Israele del pionierismo socialista dei kibbutz, della Gerusalemme inclusiva del sindaco di una vita, Teddy Kollek.

L’Israele di Grossmann, Elon, Yehoshua, Oz. L’Israele di Yitzhak Rabin. L’amara verità di Carolina Landsmann parte da lui, dal generale che aveva combattuto mille battaglie per la sicurezza d’Israele ma proprio per questo aveva compreso, da primo ministro, che il futuro d’Israele non poteva fondarsi sulla forza militare ma sulla politica, una politica di pace. Pace nella sicurezza. Una pace che comportava il riconoscimento del “nemico”, perché la pace si fa con il nemico, con chi altro sennò. Per questo Yitzhak Rabin è stato assassinato. Non da un terrorista di Hamas, ma da un giovane zelota di estrema destra, Yigal Amir, che per la destra messianica d’Israele era e resta un eroe. Quella destra è oggi al potere. 

Nell’Israele di Netanyahu, Rabin è un peso, Ben-Gvir una risorsa

Landsmann declina così il titolo-sentenza del suo pezzo: “La dottrina politica di Benjamin Netanyahu nei confronti dei palestinesi – quella che il 7 ottobre si è frantumata in mille pezzi – viene solitamente riassunta con una formula coniata dal suo alleato politico, Bezalel Smotrich: «L’Autorità Palestinese è un peso, Hamas è una risorsa».

Dal 7 ottobre questa formula è stata ripetuta innumerevoli volte, ma sembra che non abbiamo prestato sufficiente attenzione alla sua profonda mostruosità. Il dibattito pubblico si è concentrato sulle «valigette piene di contanti» provenienti dal Qatar. Secondo questo approccio, il problema della politica che considerava Hamas una risorsa si riduce all’affermazione che Israele abbia finanziato e armato Hamas, rendendone così possibile l’attacco del 7 ottobre.

Non dovremmo sottovalutare le condizioni materiali che hanno permesso i preparativi e l’esecuzione riuscita dell’assalto di Hamas. Ma dovremmo fermarci a considerare il significato profondo che sta alla base dell’idea che Hamas fosse una risorsa. Ciò è particolarmente vero dato che coloro che hanno adottato questo approccio erano proprio quelli che vedevano in Hamas l’incarnazione del desiderio di annientare Israele e il suo popolo. 

Dobbiamo comprendere a fondo la scelta di Netanyahu. Il primo ministro ha deciso che Israele avrebbe investito negli estremisti della parte palestinese, rafforzando proprio quelle persone che dichiaravano apertamente di non credere nel compromesso, di avere diritto all’intera terra, che essa apparteneva a loro e solo a loro, e che non vedevano un partner nella parte israeliana con cui dividere la terra, e quindi non avevano alcun interesse al compromesso.

Queste sono le persone che negano la possibilità dell’innocenza israeliana, per cui, date tutte queste considerazioni – mascherate da devozione religiosa – erano disposte a uccidere indiscriminatamente e a morire in una lotta per l’intera terra e a annientare l’altra parte.

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Ciò che è sorprendente, sebbene non inaspettato, è che Netanyahu abbia agito secondo lo stesso diabolico schema. In Israele, come dall’altra parte, ha preferito l’estremista al moderato, sostenendo lo shahid, il martire religioso, piuttosto che l’uomo pragmatico del compromesso, portando la religione al centro della scena nella sua incarnazione politica radicale, mentre relegava ai margini l’“israelianità” laica, sostituendola con il sionismo religioso.

Sia il kahanismo sionista-religioso che Hamas dovranno per sempre la loro gloria a Netanyahu. Egli ha incitato contro Yitzhak Rabin e i suoi successori mentre promuoveva Itamar Ben-Gvir. Dimmi chi sono i tuoi partner e ti dirò chi sei. Beh, con Netanyahu, la scelta era chiara: Yahya Sinwar a Gaza   e Ben-Gvir in Israele.

Quando Netanyahu ha alimentato gli estremisti, ha alimentato l’estremismo. In altre parole, ha spinto attivamente la società verso i suoi estremi. Chiunque trovi difficile credere che Netanyahu abbia contribuito a radicalizzare i palestinesi e non solo abbia gestito un’economia spericolata dei rischi riguardo a una società estremista fin dall’inizio dovrebbe guardare alla società israeliana.

Netanyahu ha fatto la stessa cosa in Israele. Il kahanismo un tempo era inaccettabile; oggi è quasi un consenso. Ricordate che il movimento Kach di Meir Kahane era stato messo fuori legge in Israele. Sarei felice di sapere qual è la differenza tra Kach e l’attuale governo israeliano.

Sotto ogni aspetto, constatiamo che la società israeliana è diventata più estrema: la normalizzazione del kahanismo, la legittimazione degli insediamenti (perdonatemi, “pionieri”), l’etica militare dell’Idf (“non ci sono innocenti a Gaza”, fame deliberata), la crescente religiosità della società e persino le sue canzoni (Habu Darbu) 

Cosa si può dire? Guardate il governo. Il kahanista Ben-Gvir è il ministro della sicurezza nazionale. Smotrich, l’artefice del “Piano Decisivo”, è ministro delle finanze e ministro responsabile dell’Amministrazione civile nei territori occupati. Sessantadue parlamentari israeliani hanno tremato di eccitazione questa settimana quando hanno udito i gemiti del deputato Limor Son Har-Melech, che ha celebrato la morte definendola vita.”, conclude Landsmann.

Ecco la trasformazione “generica” d’Israele. Qualcosa che non può essere spiegata e compresa utilizzando le categorie classiche della politica, della geopolitica, della strategia militare. Scienze fredde, per quanto importanti, che non tengono però in conto l’aspetto psicologico, emotivo, che connota lo spirito di un individuo e di una nazione. Ecco, lo spirito maggioritario oggi in Israele è più vicino al rabbino Kahane che a Rabin, al messianesimo da popolo eletto che alla idea secolarizzata d’Israele propria dei suoi padri fondatori. A imporsi è una visione della vita e della morte che, sempre su Haaretz, Nehemia Shtrasler spiega molto bene.

Gli israeliani hanno adottato un approccio fatalistico e rassegnato nei confronti della morte

Annota Shtrasler: “Che sia colpa dei missili che seminano paura o forse della tendenza al misticismo religioso, in ogni caso è diventato un vero e proprio fastidio pubblico, che porta tantissime persone a usare la frase più fastidiosa e pericolosa del mondo: «Quello che deve succedere, succederà».

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Viene pronunciata in ogni occasione: prima di prendere una decisione, prima di un incontro importante o di un colloquio di lavoro. Riflette un’accettazione fatalista, mentre si elude ogni responsabilità. Se «quello che deve succedere succederà», allora non c’è nulla da fare – la scusa perfetta per l’apatia e per non fare nulla. Se tutto è determinato da un potere superiore, non ha senso prendere l’iniziativa e impegnarsi. Dopotutto, «tutto viene dall’alto, tutto è “predestinato” e “quello che deve succedere succederà”».

Questa idea è piuttosto diffusa tra gli Haredim. Credono che Dio determini tutto e che non ci sia nulla che possiamo fare per cambiarlo. Negli ultimi anni questa superstizione ha guadagnato terreno anche tra gli ebrei laici di orientamento tradizionale che abbracciano calorosamente tutto il misticismo Haredi. Ecco perché ora si possono trovare israeliani che non corrono ai rifugi quando suonano le sirene antiaeree, perché “qualunque cosa debba accadere, accadrà”.

Gli Haredim non sono nemmeno eccessivamente preoccupati dalla morte, che ritengono sia predestinata. Dicono che le persone vengano al mondo con una data di nascita e una data di morte, quindi non fa alcuna differenza quanto siano prudenti o se cerchino di condurre una vita sana: In ogni caso moriranno nel giorno prestabilito. Ecco perché non c’è bisogno di prendere particolari precauzioni su una strada trafficata (basta vedere come attraversano la strada a Bnei Brak) e non c’è bisogno di correre ai rifugi durante un allarme aereo. È esattamente così che si sono comportati gli chassidim di Gur ad Arad, con il risultato di decine di feriti a causa di un missile iraniano il mese scorso.

Anche a Bnei Brak non si preoccupano dei missili. In via Rabbi Akiva, la gente continua a camminare come al solito anche quando suonano le sirene. Poco più di un decennio fa, il rabbino Chaim Kanievsky (ora defunto) scrisse che il rabbino Avraham Yeshayahu Karelitz, noto come Hazon Ish, aveva detto: «Non ci saranno bombe a Bnei Brak», motivo per cui «non c’è motivo di temere nulla».

All’epoca, era un’allusione ai razzi lanciati da Gaza; ora ci sono missili dall’Iran che colpiscono duramente Bnei Brak, ma alcuni residenti della città preferiscono abbracciare la promessa di Kanievsky e disdegnare le direttive del Comando del Fronte interno.. Mostrano disprezzo anche per altre norme di sicurezza. A Bnei Brak si può costruire una sukkah sospesa in aria, si può ignorare il distanziamento sociale durante una pandemia (e si può morire per questo) e si può persino evitare di vaccinare i propri figli contro il morbillo. È tutto predestinato comunque.

Questo approccio influisce anche sul reddito. Se la ricchezza e il sostentamento sono predestinati da Dio, perché preoccuparsi di imparare un mestiere o una professione e lavorare sodo? Meglio non lavorare affatto, con conseguente povertà e privazioni.

Anche il governo ha abbracciato questo approccio fatalistico. Ha inventato la cultura del “fidati di me” e del “Andrà tutto bene”. Nei suoi 18 anni come primo ministro, Benjamin Netanyahu non ha provveduto a rendere disponibili a tutti gli israeliani rifugi antiaerei o altri spazi protetti, nella speranza che “Andrà tutto bene”. 

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Ora, circa 3 milioni di persone non hanno un rifugio e vengono ferite o uccise. Gli svizzeri, ad esempio, non credono nel “fidati di me” né nel destino. Credono nell’iniziativa e nell’azione. Pertanto, hanno approvato una legge che impone la presenza di un rifugio in ogni casa, con porte e finestre massicce e un purificatore d’aria. Il risultato: i 9 milioni di svizzeri dispongono di rifugi eccellenti, anche se il Paese non è in guerra da circa 200 anni.

Nel 2018, quando era ministro della Difesa, Avigdor Lieberman presentò un piano per migliorare la difesa civile in decine di comunità vicino al confine settentrionale di Israele. Netanyahu accantonò il piano a causa dell’indifferenza verso le vite dei suoi sudditi e anche perché preferiva consegnare i soldi agli ultraortodossi. Di conseguenza, una parte significativa della popolazione del nord di Israele non dispone di un’adeguata difesa civile. Non resta loro altro da fare che credere che «tutto viene dall’alto» e che «qualunque cosa debba accadere, accadrà».

Conclude così la sua riflessione, Shtrasler. E meglio non poteva fare. Perché coglie l’aspetto più rilevante della mutazione generica d’Israele, l’affermarsi di una visione della guerra come stile di vita e della morte come naturale conseguenza. Una visione apocalittica che è propria di ogni fondamentalismo. Che porta con se l’assoluto. Che nega non solo le ragioni ma l’identità stessa dell’altro da sé, che disumanizza o riduce a non umano. 

Non c’è niente di “difensivo” in questa visione. All’opposto, c’è la bramosia di un potere assoluto sulla sacra Terra d’Israele, che proprio perché concessa da Dio al popolo eletto, nessun umano può arrogarsi il diritto di cedere, sacrificare, in una pace “blasfema”. Per i rabbini ultraortodossi Yitzhak Rabin meritava di morire perché aveva osato ergersi a Dio e sacrificare una parte di Eretz Israel. Il reato di blasfemia comporta la morte. E chi si fa mano di Dio per realizzarne la volontà, è un eroe, non un assassino. 

Ecco, chi ha pensato questo dopo l’assassinio di Rabin, oggi governa Israele. 

Tutto il resto è contorno. O peggio, per venire a casa nostra, in Italia, è il tentativo di chiudere gli occhi di fronte alla realtà dei fatti, e dei comportamenti, adottata da quanti continuano, quando in buonafede, ad avere in testa un Israele che non c’è più o, per meglio dire, è oggi minoranza della minoranza. L’Israele che domina costruisce patiboli per i palestinesi, sostiene i pogrom in Cisgiordania da parte dei coloni in armi sostenuto dal fu “esercito più etico al mondo”. È l’Israele di chi ha vissuto il 7 ottobre come occasione imperdibile per attuare la soluzione finale della questione palestinese. 

In questo sta il “suicidio d’Israele”. Per quello che è stato. E che non è più. 

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