Il 24 febbraio sono passati esattamente quattro anni dall’inizio di quella che, ipocritamente, Putin ha chiamato operazione militare speciale, e che nella realtà è il tentativo, peraltro ampiamente fallito, di occupare un paese indipendente come l’Ucraina, sulla base di giustificazioni, che fin dal primo momento sono apparse inconsistenti e prive di qualsiasi logica.
Pochi, infatti, ricordano quali erano gli scopi dell’invasione russa, denazificazione, smilitarizzazione del Paese e difesa delle popolazioni russofone del Donbass. Al dà del loro carattere strumentale e propagandistico, dopo quattro anni, si deve riconoscere che nessuno di questi obiettivi è stato raggiunto, probabilmente perché erano talmente insensati e pretestuosi da non potersi ottenere, neppure da quello che era considerato uno dei più grandi eserciti del mondo.
L’unico risultato di cui siamo assolutamente certi, che la Russia di Putin ha conseguito, sono gli infiniti lutti e le interminabili sofferenze occorse al popolo ucraino.
In occasione dell’anniversario dell’invasione, nel silenzio complice di gran parte dello schieramento politico italiano, alcuni parlamentari e attivisti si sono recati a Odessa, per testimoniare la solidarietà alle istituzioni e alla popolazione ucraina. Tra di loro il Presidente di Europa Radicale, Igor Boni, che ci ha fornito preziose informazioni sulla condizione degli abitanti della città che si affaccia sul Mar Nero.
“Il primo incontro, esordisce Igor Boni, è stato quello con Ilhor Koval, Sindaco di Odessa, in Municipio il giorno dell’anniversario. Nel corso del colloquio è emerso un quadro dettagliato sullo stato della città dopo quattro anni di guerra. Odessa soffre di una grave mancanza di energia elettrica, a cui si cerca di porre rimedio attraverso l’uso di generatori di corrente, che sono stati installati in tutte le aree di parcheggio, che alimentano le abitazioni, e sostituiscono la rete elettrica che è stata danneggiata dai bombardamenti. Il secondo problema è l’acqua potabile, che manca per la maggior parte del giorno, in tutti i locali, pubblici e privati. A questo disagio è molto più difficile far fronte, perché gli acquedotti sono gravemente danneggiati e quindi si deve utilizzare l’acqua in bottiglia, per tutti gli usi domestici. Naturalmente la distruzione delle infrastrutture non è casuale, ma è parte di un preciso disegno che mira a sfiancare la popolazione, rendendo la vita impossibile alle persone. Altri luoghi sensibili colpiti sono il porto, per danneggiare le attività economiche, le scuole, gli ospedali e purtroppo anche le abitazioni civili. Nonostante l’intensità e il numero degli attacchi, tuttavia, la città mantiene un aspetto decoroso, e questo perché gli abitanti provvedono con una rapidità sorprendente a ricostruire gli edifici che vengono colpiti. L’Hotel Bristol, per esempio, che è considerato uno dei più importanti della città, era stato preso di mira dalle bombe russe e quasi distrutto, ma dopo un anno è stato completamente ricostruito. Un altro dato molto interessante è la reazione delle persone ai continui allarmi che scandiscono la vita quotidiana; mentre ci si aspetta che tutti corrano verso i rifugi per ripararsi da missili e droni, la maggior parte continua le proprie attività. Ci siamo chiesti il motivo di questa apparente indifferenza e le risposte del Sindaco sono state sorprendenti. Da una parte c’è una sorta di assuefazione alla guerra, dal momento che dall’inizio del conflitto gli allarmi sono stati 1970 e nell’ultimo anno circa 750, nonostante le promesse di Trump di una pace rapida; un’altra ragione è di ordine fatalistico: un missile ipersonico, dopo essere stato lanciato, impiega due minuti a colpire e quindi non c’è il tempo materiale per mettersi al riparo in un rifugio, pertanto si può soltanto sperare che non ci colpisca. I droni invece si sentono arrivare, a causa del loro tipico ronzio, ed essendo anche più lenti si può tentare di sfuggire, deviando dalla direzione che era stata programmata. Sono droni iraniani, di grosse dimensioni e cariche esplosive potenti, indirizzati verso obiettivi strategici. In ogni caso si tratta di tecniche di sopravvivenza. Per la maggior parte degli ucraini, oramai, la guerra è diventata parte integrante del loro scenario esistenziale quotidiano; nel corso degli anni hanno cercato una qualche forma di convivenza con la minaccia, con la possibilità di essere colpiti, ma non si sono arresi alla paura e continuano ostinatamente a voler vivere una vita normale, anche in condizioni estreme, nello stato di guerra.”
Questa è la situazione nella quale si trova Odessa, città russofona, che subisce, insieme ad altre città del Donbass, le attenzioni di Putin, e che ha maturato uno spirito di resistenza nei confronti dei russi, che non appaiono come dei liberatori, ma come dei nemici dai quali occorre difendersi.
“Nei giorni che avete trascorso nella città, ho chiesto a Boni, in che modo avete registrare la volontà di resistenza da parte degli abitanti?”
“Attraverso l’ostinazione, che si respira in ogni momento, risponde Igor. La città, quando non ci sono gli allarmi, sembra normale, ci sono le persone che passeggiano, i giovani nei locali, le famiglie nei parchi, c’era un sole primaverile, e non lontano, dall’altra parte del mare i russi, con i loro missili che incombono. Le due cose, anche se può sembrare assurdo, coesistono.”
Provo a immaginare che cosa significa spartire le gioie e i dolori della vita con il demone insaziabile della guerra.
“Questo viaggio ha avuto un senso? chiedo.”
“Lo ha avuto, anche se poteva sembrare un azzardo. L’immagine simbolo, risponde Boni, che conservo è quella della mattina del 24 febbraio, sulla celebre scalinata Potemkin, che si affaccia sul mare. L’orchestra della città di Odessa, disposta sugli scalini che suona gli inni ucraini ed europei e alla fine O’ sole mio, che è stato composto a Odessa. Due napoletani che risiedevano nella città, assaliti dalla nostalgia, hanno composto la celebre canzone.”
Un filo invisibile che lega due città di mare, Napoli e Odessa, la stessa condizione di esilio, degli abitanti della città ucraina, stranieri nella loro stessa patria e i migranti napoletani, che rimpiangono la loro terra.
“Dal punto di vista politico, aggiunge Boni, abbiamo voluto sottolineare tre punti che consideriamo fondamentali, l’ingresso immediato dell’Ucraina nell’Unione Europea, che sarebbe il provvedimento più decisivo contro Putin, la creazione di una no flight zone, che chiamiamo l’Europa in Ucraina, concepita come supporto difensivo per impedire gli attacchi, e il terzo è il processo a Putin per crimini di guerra.”
“Ma questo non equivarrebbe a dichiarare guerra alla Russia? chiedo.”
“Bisogna uscire dall’ipocrisia. Se questa è una guerra vitale non solo per l’Ucraina, ma anche per l’Europa, gli Stati europei non possono restare a guardare, ma devono aiutare gli ucraini a difendersi. Anche perché lo scudo americano, dopo l’elezione di Trump è venuto meno.”
La posta in gioco in questo conflitto non è soltanto l’indipendenza dell’Ucraina, che rimane comunque un obiettivo legittimo, quanto piuttosto il futuro dell’intero Continente, di fronte al disegno neozarista di Putin.
“L’Ucraina e gli ucraini insegnano; continua Boni, la loro resistenza orgogliosa è la conferma che i valori occidentali, che sono innanzitutto democrazia, libertà e rispetto dei diritti individuali, sono ancora preferibili rispetto ai regimi autocratici e tirannici che rappresentano una delle più gravi minacce del nostro tempo.”