Free Khaled, riconoscere lo Stato di Palestina: sinistra se ci sei batti due colpi
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Free Khaled, riconoscere lo Stato di Palestina: sinistra se ci sei batti due colpi

La vicenda, portata in evidenza da Globalist, è rilanciata dalla Rete italiana pace e disarmo (Ripd):

Free Khaled, riconoscere lo Stato di Palestina: sinistra se ci sei batti due colpi
Khaled El Qaisi
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

29 Settembre 2023 - 15.11


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Free Khaled. Nessuna impunità per Israele.

La vicenda, portata in evidenza da Globalist, è rilanciata dalla Rete italiana pace e disarmo (Ripd): “Il 31 agosto scorso Khaled El Qaisi, cittadino italo-palestinese, studente, ricercatore e traduttore presso l’Università La Sapienza, è stato arrestato dalla polizia di frontiera israeliana, su territorio palestinese, al valico di Allemby con la Giordania, mentre stava per lasciare la Palestina con moglie e figlio di 4 anni, cittadini italiani, dopo un soggiorno di due settimane a Betlemme, città natale della sua famiglia. Nessuna motivazione è stata formulata per giustificare l’arresto. Moglie e figlio sono stati spinti sul lato giordano senza cellulare e senza denaro e solo in serata sono riusciti a raggiungere l’Ambasciata italiana di Amman.

Nel frattempo Khaled è stato trasferito in un carcere israeliano. A tutt’oggi è detenuto senza aver ricevuto nessun capo d’accusa, ma è soggetto a continui interrogatori senza la presenza di un avvocato, privato di ogni contatto con l’esterno. Il suo avvocato ed il Console italiano hanno avuto il permesso di vederlo solo un paio di volte. 

Entro il prossimo 1 di ottobre le autorità israeliane, in base alla legge di Israele, dovranno formulare pubblicamente le accuse che hanno determinato l’arresto. In caso contrario, o sarà liberato oppure potrà essere considerato come un pericolo per la sicurezza israeliana e messo in regime di detenzione amministrativa che non prevede capi di accusa pubblici e che può durare all’infinito, con proroghe di sei mesi in sei mesi.

Siamo di fronte ad una netta violazione dei diritti umani e del diritto internazionale che garantiscono ad ogni persona le garanzie di ricevere un processo giusto ed in condizioni di rispetto dei propri diritti umani, in particolare, per questi casi, il diritto alla difesa.

Purtroppo, la paralisi del processo di pace tra Israele e Palestina ha significato, giorno dopo giorno, la restrizione dei diritti e delle libertà per entrambe le comunità e, dietro il dogma della sicurezza nazionale, si calpesta ogni tipo di diritto.

Oltre 5000 palestinesi sono in prigione per motivi politici ed oltre 1200 sono detenuti con la formula del carcere amministrativo, senza potere di difesa e senza processo anche per anni. 

L’assenza del riconoscimento dello Stato Palestinese è la causa profonda di questa deriva di illegalità e di violazioni dei diritti umani e delle libertà che non trova giustificazione alcuna e chiama alla responsabilità la comunità internazionale, gli stati ed i governi democratici che hanno il dovere di garantire il rispetto degli accordi e delle convenzioni internazionale e di tutelare i diritti umani di tutte le persone, senza discriminazione alcuna.

Di fronte ad una detenzione senza alcun capo d’accusa ed in palese violazione al diritto internazionale, chiediamo al Governo italiano di agire urgentemente per le vie diplomatiche nei confronti delle autorità israeliane per l’immediata liberazione di Khaled El Qaisi. 

Come pure rinnoviamo la richiesta di riconoscere lo Stato di Palestina, al fianco dello Stato d’Israele, come condizione fondamentale per porre fine al conflitto e porre le basi per la convivenza pacifica e di mutuo rispetto tra le diverse comunità presenti in Israele ed in Palestina”.

La storia

Dalla newsletter dell’Ambasciata di Palestina in Italia: “Lo scorso 31 agosto, Khaled El Qaisi, cittadino italo-palestinese, è stato arrestato dalle forze di occupazione israeliane al valico di frontiera di Allenby, tra la Palestina e la Giordania. Tuttora in prigione, nessuno sa la ragione per cui si trovi in regime di custodia cautelare. Traduttore e studente di Lingue e Civiltà Orientali a La Sapienza di Roma e fondatore del Centro di Documentazione Palestinese, che promuove la cultura palestinese in Italia, Khaled è anche membro dei Giovani Palestinesi d’Italia, che per primi hanno pubblicato un comunicato in cui chiedono al governo italiano di mobilitarsi per il suo rilascio, in ottemperanza al diritto internazionale.  Khaled era di ritorno dalle vacanze a Betlemme, dove era andato a trovare i parenti insieme alla moglie, Francesca Antinucci, e al figlio di 4 anni. Secondo quanto riportato da Antinucci, gli agenti di frontiera – dopo aver controllato e ricontrollato bagagli a mano ed effetti personali – hanno cominciato a fare domande su diversi aspetti della loro vita privata e lavorativa, concentrandosi sull’orientamento politico di Khaled. Come emerge dalla lettera aperta scritta dalla moglie e dalla madre di Khaled, Lucia Marchetti, dopo una lunga attesa Khaled è stato ammanettato, sotto lo sguardo incredulo del figlio, della moglie, e di tutti i presenti che erano in attesa di poter riprendere il proprio percorso. Alle richieste della moglie per avere chiarimenti ed elucidazioni non è seguita alcuna risposta; al contrario, lei stessa, insieme al figlio, è stata è stata privata di telefono e contanti e allontanata in territorio giordano. Solo qualche ora dopo, grazie all’aiuto di alcune donne che hanno offerto loro 40 dinari giordani, la moglie e il figlio di Khaled sono riusciti a raggiungere l’Ambasciata  italiana in Giordania, Paese straniero sia per Khaled che per la sua famiglia. La preoccupazione della famiglia è grande. “Immaginiamo Khaled in completo isolamento, senza contatti col mondo esterno, senza una percezione reale dello scorrere del tempo, sotto la pressione di continui interrogatori, in pensiero angoscioso per la sorte del proprio figlio e di sua moglie lasciati allo sbaraglio, con una sola immagine negli occhi: quella della propria deportazione in manette”, si legge nella lettera.

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Il 7 settembre, si è tenuta un’udienza davanti al tribunale di Rishon Lezion, durante la quale i giudici israeliani hanno deciso di prolungare la detenzione di Khaled di una settimana senza rendere noti i capi di accusa a suo carico – sempre che ve ne siano. A quanto pare, per ordine dei giudici non può essere rivelato alcun particolare del procedimento in corso, ha spiegato l’avvocato di Khaled, Ahmed Khalifa, a cui è stato proibito di vedere il suo assistito fino all’udienza successiva, che si è tenuta il 14 settembre – dopo un’irruzione notturna che ha portato all’arresto del fratello di Khaled e dei suoi cugini, a Betlemme – ed ha confermato lo stato d’arresto del giovane ricercatore per un’altra settimana.


Khaled resta sotto indagine. Dopo aver trascorso qualche giorno nella prigione di Ashkelon, è stato infatti trasferito di nuovo nel Centro di detenzione di Petah Tikwa, dove sono portati i palestinesi dei Territori Occupati per essere interrogati dallo Shin Bet, il servizio di sicurezza israeliano. Si tratta di una struttura su cui numerose Ong per i diritti umani, tra cui B’Tselem e HaMoked, hanno scritto rapporti per denunciare i metodi di interrogatorio e gli abusi subiti dai detenuti palestinesi. Temendo questi maltrattamenti e il prolungarsi della pena sotto forma di “detenzione amministrativa”, di fatto ingiustificata, la famiglia richiede ovviamente l’immediato rilascio di Khaled, come lo richiedono diverse associazioni e forze politiche, che si sono attivate per fare pressione su Israele anche attraverso il Ministero degli Affari Esteri italiano, lanciando petizioni e campagne che culmineranno nell’assemblea unitaria voluta dalla famiglia di Khaled, proprio alla Sapienza, il pomeriggio del 15 settembre. 

In particolare, l’Intergruppo Parlamentare per la Pace tra Palestina e Israele si è appellato al Ministro Antonio Tajani e a tutte le autorità competenti, con un’interrogazione con cui si richiede che “siano rapidamente accertate le condizioni di salute di Khaled e sia garantito il pieno rispetto del diritto a un processo equo e alla propria difesa”. “Chiediamo inoltre che si esercitino tutte le pressioni necessarie per la sua liberazione immediata. È doveroso che le autorità italiane si attivino per tutelare i diritti di un proprio cittadino. No a un altro caso Zaki”, ha spiegato Stefania Ascari, deputata del Movimento 5 Stelle. Si tratta di “un arresto incomprensibile su cui chiediamo che il governo italiano si attivi a tutela del nostro concittadino”, ha sottolineato Nicola Fratoianni, primo firmatario, di Alleanza Verdi Sinistra. Per quanto riguarda il Parlamento Europeo, sarà l’eurodeputato Massimiliano Smeriglio a depositare a Bruxelles una richiesta urgente alla Commissione Europea per avere elucidazioni sul caso di Khaled. Nel suo ultimo Rapporto, presentato al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite a luglio e da lei stessa definito utilissimo per capire cosa sia successo a Khaled El Qaisi e a un altro milione di palestinesi dal 1967 ad oggi, la Relatrice Speciale sulla Situazione dei Diritti Umani nel Territorio Palestinese Occupato dal 1967, Francesca Albanese, evidenzia i gravi abusi inflitti ai palestinesi da Israele a partire dal 1967. Questi abusi non si limitano a un sistema di arresti e detenzioni arbitrarie, ma costituiscono un complesso “continuum carcerario” che comprende varie forme di confinamento, sia fisiche che burocratiche, nonché una sovrastante sorveglianza digitale. Il tutto equivale a una serie di crimini internazionali, soggetti alla giurisdizione dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale. La verità, sostiene Albanese, è che l’occupazione militare che va avanti da oltre mezzo secolo è diventata un vero e proprio “strumento di colonizzazione”, che ha comportato “l’intensificarsi delle restrizioni imposte alla popolazione palestinese”. Non può sorprendere che “i palestinesi, come qualsiasi popolo oppresso, perseverino nella loro opposizione ai propri carcerieri”. 

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“Italia, riconosci lo Stato di Palestina”

Ad affermarlo, in un’ intervista concessa a chi scrive e pubblicata da  L’Unità, è l’Ambasciatrice di Palestina in Italia, Abeer Odeh.

Di seguito alcuni stralci.

 “L’espansione degli insediamenti rappresenta un chiaro ostacolo all’orizzonte di speranza che cerchiamo”. Ad affermarlo è il Segretario di Stato Usa Antony Blinken. Ma Israele continua ad espanderli, gli insediamenti. Le parole si perdono nel vento. Che fare, Signora Ambasciatrice?

Non c’è nessuno al mondo che non abbia condannato e non continui a condannare le colonie illegali di Israele in Palestina. Sono illegali secondo il diritto internazionale e secondo numerose risoluzioni Onu. Ci basti qui ricordare la Risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 23 dicembre 2016, adottata con 14 voti a favore e l’astensione degli Stati Uniti, che non hanno fatto ricorso al loro potere di veto per bloccare il provvedimento. Ebbene, questa Risoluzione, come tutte le altre approvate sin qui dall’Onu, “sottolinea che la cessazione di tutte le attività di insediamento israeliane è essenziale per salvare la soluzione dei due Stati, e chiede che vengano immediatamente adottate misure concrete per invertire le tendenze negative che stanno mettendo in pericolo questa soluzione”. Nessuno osa negare questa realtà e questa necessità, a parte Israele, che ha appena intrapreso la costruzione di migliaia di nuove unità abitative in Cisgiordania e sta addirittura considerando l’ipotesi di far risorgere le vecchie colonie evacuate a Gaza nel 2005. 

La questione è come far rispettare questa giurisprudenza e come persuadere Israele a smettere di costruire colonie e a ritirarsi da quelle già esistenti. A dir la verità, ci sarebbero molte soluzioni diplomatiche per questo, a cominciare dalle sanzioni internazionali, che di solito funzionano come strumento di persuasione. Purtroppo, ci sono contesti in cui la comunità internazionale è disposta ad applicare misure concrete per far rispettare la legge, ci sono altre zone del mondo, come la Palestina, dove il diritto internazionale sembra valere di meno, e ci sono Paesi, come Israele, a cui viene garantita l’impunità sempre e comunque… 

L’Europa è tutta concentrata sulla guerra in Ucraina, a sostegno del popolo aggredito. Sulla Palestina e il suo popolo sembra essere calato il silenzio. Due pesi, due misure?

Questo è proprio quello che stavo cercando di dire. La guerra in Ucraina è un chiaro esempio di come la comunità internazionale – compresa l’Europa – sia pronta a mobilitarsi, e perfino a ricorrere alle armi, quando il diritto internazionale e i diritti umani sono a rischio.  

Per citare un solo dato, dalla fine di settembre del 2000 ai primi di maggio di quest’anno, Israele ha ucciso 2.250 bambini palestinesi. Gli estremi per intervenire a livello internazionale e fermare questa strage ci sarebbero eccome, eppure regna l’inerzia. Né si può dire che siano gli interessi economici ad impedire qualsiasi azione, visto che il giro d’affari con Israele non è nemmeno paragonabile a quello con la Russia, che pure in molti sembrano felici di sacrificare anche incorrendo in gravi crisi, se necessario. 

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Il fatto che nessuna misura concreta sia stata presa ad oggi rispetto alle violazioni commesse da Israele contro il popolo palestinese rappresenta una chiara applicazione di “due pesi, due misure”. 

Signora Ambasciatrice, i governanti israeliani s’inalberano quando vengono accusati di aver realizzato un sistema di Apartheid nei Territori Palestinesi Occupati. Cosa risponde e quali sono gli aspetti più pervasivi, brutali, di questo sistema per la popolazione palestinese?

Perché mai dovrebbero inalberarsi se sono proprio loro a teorizzare e ad incoraggiare la nostra eliminazione dalla terra in cui viviamo e che loro occupano illegalmente? Noi palestinesi siamo da molto tempo consapevoli di vivere in un regime di Apartheid.  Il primo a paragonarlo a quello del Sudafrica è stato proprio Nelson Mandela. I lavori pubblicati dall’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem e da Human Rights Watch rispettivamente nel gennaio e nell’aprile del 2021, quello pubblicato da Amnesty International nel febbraio del 2022, e il Report della Relatrice Speciale sulla Situazione dei Diritti Umani nel Territori Palestinesi Occupati dal 1967, presentato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel settembre del 2022, confermano quello che noi già sapevamo. Ciò che chiedono è di porre fine a un sistema di Apartheid che non solo ci nega la possibilità di avere un nostro Stato, ma viola costantemente i nostri diritti umani, infliggendoci uccisioni ingiustificate, detenzioni arbitrarie e condizioni disumane nelle carceri israeliane, trasferimenti forzati e demolizioni delle nostre case come sta accadendo a Sheikh Jarrah e a Masafer Yatta, per non parlare di come ci è precluso un accesso equo alle risorse naturali e finanziarie, ai mezzi di sostentamento, all’assistenza sanitaria, all’istruzione e persino alla religione, come abbiamo visto con l’ultima provocazione del governo israeliano che ha deciso di riunirsi presso la Moschea di Al-Aqsa. Tutto questo è diventato più evidente adesso che Israele è governato da estremisti, ma possiamo assicurarvi che il sistema di Apartheid è stato costruito e mantenuto per decenni dai successivi governi israeliani, indipendentemente dalle forze politiche al potere. 

E’ forse giunto il momento che la comunità internazionale faccia il suo dovere e cominci a proteggere il popolo palestinese, se non vuole che la situazione peggiori ulteriormente fino ad esplodere.

La politica internazionale è fatta anche di gesti, di atti simbolici. Quanto peserebbe il riconoscimento unilaterale da parte dell’Italia e dell’Unione Europea di uno Stato palestinese indipendente?

Il riconoscimento da parte dell’Italia e dell’Europa di uno Stato palestinese indipendente sui confini del 1967 con capitale Gerusalemme Est sarebbe molto importante. Aggiungo che non si tratterebbe solo di un gesto simbolico, ma di un atto dovuto e atteso da tempo che l’Italia e l’Europa devono necessariamente compiere se vogliono attenersi al diritto internazionale. Non dimentichiamo che il diritto di tutti i popoli all’autodeterminazione rappresenta uno dei principi fondamentali del diritto internazionale, e che è responsabilità di tutti gli Stati assicurare che questo diritto sia realizzato. Sappiamo che l’Italia non si sottrarrebbe mai a questa responsabilità. Ecco perché chiediamo semplicemente al governo italiano di riconoscere lo Stato di Palestina, in linea con la storica posizione ufficiale dell’Italia a favore di “due popoli e due Stati” e coerentemente con le risoluzioni Onu alla cui approvazione l’Italia ha così tanto contribuito. L’Italia, l’Europa, l’intera comunità internazionale dovrebbero prendere sul serio le proprie responsabilità, pretendere il rispetto del diritto internazionale, far pagare Israele per i suoi crimini ed esigere la fine dell’occupazione più lunga mai vista nella storia moderna.

Chiosa finale nostra: lottare contro l’occupazione è anche rilanciare la campagna Free Khaled.

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