Khaled El Qaisi, cittadino italo-palestinese imprigionato da Israele e Tajani latita
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Khaled El Qaisi, cittadino italo-palestinese imprigionato da Israele e Tajani latita

Globalist ha acceso i riflettori su un caso che la stampa mainstream ha colpevolmente ignorato. Il caso Khaled El Qaisi. Una vergogna italo-israeliana iniziata il 31 agosto scorso.

Khaled El Qaisi, cittadino italo-palestinese imprigionato da Israele e Tajani latita
Khaled El Qaisi,
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

28 Settembre 2023 - 01.11


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Globalist ha acceso i riflettori su un caso che la stampa mainstream ha colpevolmente ignorato. Il caso Khaled El Qaisi. Una vergogna italo-israeliana iniziata il 31 agosto scorso.

Una vergogna che prosegue

Ricorda l’Ambasciata di Palestina in Italia: “Lo scorso 31 agosto, Khaled El Qaisi, cittadino italo-palestinese, è stato arrestato dalle forze di occupazione israeliane al valico di frontiera di Allenby, tra la Palestina e la Giordania. Tuttora in prigione, nessuno sa la ragione per cui si trovi in regime di custodia cautelare. Traduttore e studente di Lingue e Civiltà Orientali a La Sapienza di Roma e fondatore del Centro di Documentazione Palestinese, che promuove la cultura palestinese in Italia, Khaled è anche membro dei Giovani Palestinesi d’Italia, che per primi hanno pubblicato un comunicato in cui chiedono al governo italiano di mobilitarsi per il suo rilascio, in ottemperanza al diritto internazionale.  Khaled era di ritorno dalle vacanze a Betlemme, dove era andato a trovare i parenti insieme alla moglie, Francesca Antinucci, e al figlio di 4 anni. Secondo quanto riportato da Antinucci, gli agenti di frontiera – dopo aver controllato e ricontrollato bagagli a mano ed effetti personali – hanno cominciato a fare domande su diversi aspetti della loro vita privata e lavorativa, concentrandosi sull’orientamento politico di Khaled. Come emerge dalla lettera aperta scritta dalla moglie e dalla madre di Khaled, Lucia Marchetti, dopo una lunga attesa Khaled è stato ammanettato, sotto lo sguardo incredulo del figlio, della moglie, e di tutti i presenti che erano in attesa di poter riprendere il proprio percorso. Alle richieste della moglie per avere chiarimenti ed elucidazioni non è seguita alcuna risposta; al contrario, lei stessa, insieme al figlio, è stata è stata privata di telefono e contanti e allontanata in territorio giordano. Solo qualche ora dopo, grazie all’aiuto di alcune donne che hanno offerto loro 40 dinari giordani, la moglie e il figlio di Khaled sono riusciti a raggiungere l’Ambasciata  italiana in Giordania, Paese straniero sia per Khaled che per la sua famiglia. La preoccupazione della famiglia è grande. “Immaginiamo Khaled in completo isolamento, senza contatti col mondo esterno, senza una percezione reale dello scorrere del tempo, sotto la pressione di continui interrogatori, in pensiero angoscioso per la sorte del proprio figlio e di sua moglie lasciati allo sbaraglio, con una sola immagine negli occhi: quella della propria deportazione in manette”, si legge nella lettera.
Il 7 settembre, si è tenuta un’udienza davanti al tribunale di Rishon Lezion, durante la quale i giudici israeliani hanno deciso di prolungare la detenzione di Khaled di una settimana senza rendere noti i capi di accusa a suo carico – sempre che ve ne siano. A quanto pare, per ordine dei giudici non può essere rivelato alcun particolare del procedimento in corso, ha spiegato l’avvocato di Khaled, Ahmed Khalifa, a cui è stato proibito di vedere il suo assistito fino all’udienza successiva, che si è tenuta il 14 settembre – dopo un’irruzione notturna che ha portato all’arresto del fratello di Khaled e dei suoi cugini, a Betlemme – ed ha confermato lo stato d’arresto del giovane ricercatore per un’altra settimana.
Khaled resta sotto indagine. Dopo aver trascorso qualche giorno nella prigione di Ashkelon, è stato infatti trasferito di nuovo nel Centro di detenzione di Petah Tikwa, dove sono portati i palestinesi dei Territori Occupati per essere interrogati dallo Shin Bet, il servizio di sicurezza israeliano. Si tratta di una struttura su cui numerose Ong per i diritti umani, tra cui B’Tselem e HaMoked, hanno scritto rapporti per denunciare i metodi di interrogatorio e gli abusi subiti dai detenuti palestinesi. Temendo questi maltrattamenti e il prolungarsi della pena sotto forma di “detenzione amministrativa”, di fatto ingiustificata, la famiglia richiede ovviamente l’immediato rilascio di Khaled, come lo richiedono diverse associazioni e forze politiche, che si sono attivate per fare pressione su Israele anche attraverso il Ministero degli Affari Esteri italiano, lanciando petizioni e campagne che culmineranno nell’assemblea unitaria voluta dalla famiglia di Khaled, proprio alla Sapienza, il pomeriggio del 15 settembre. 

In particolare, l’Intergruppo Parlamentare per la Pace tra Palestina e Israele si è appellato al Ministro Antonio Tajani e a tutte le autorità competenti, con un’interrogazione con cui si richiede che “siano rapidamente accertate le condizioni di salute di Khaled e sia garantito il pieno rispetto del diritto a un processo equo e alla propria difesa”. “Chiediamo inoltre che si esercitino tutte le pressioni necessarie per la sua liberazione immediata. È doveroso che le autorità italiane si attivino per tutelare i diritti di un proprio cittadino. No a un altro caso Zaki”, ha spiegato Stefania Ascari, deputata del Movimento 5 Stelle. Si tratta di “un arresto incomprensibile su cui chiediamo che il governo italiano si attivi a tutela del nostro concittadino”, ha sottolineato Nicola Fratoianni, primo firmatario, di Alleanza Verdi Sinistra. Per quanto riguarda il Parlamento Europeo, sarà l’eurodeputato Massimiliano Smeriglio a depositare a Bruxelles una richiesta urgente alla Commissione Europea per avere elucidazioni sul caso di Khaled. Nel suo ultimo Rapporto, presentato al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite a luglio e da lei stessa definito utilissimo per capire cosa sia successo a Khaled El Qaisi e a un altro milione di palestinesi dal 1967 ad oggi, la Relatrice Speciale sulla Situazione dei Diritti Umani nel Territorio Palestinese Occupato dal 1967, Francesca Albanese, evidenzia i gravi abusi inflitti ai palestinesi da Israele a partire dal 1967. Questi abusi non si limitano a un sistema di arresti e detenzioni arbitrarie, ma costituiscono un complesso “continuum carcerario” che comprende varie forme di confinamento, sia fisiche che burocratiche, nonché una sovrastante sorveglianza digitale. Il tutto equivale a una serie di crimini internazionali, soggetti alla giurisdizione dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale. La verità, sostiene Albanese, è che l’occupazione militare che va avanti da oltre mezzo secolo è diventata un vero e proprio “strumento di colonizzazione”, che ha comportato “l’intensificarsi delle restrizioni imposte alla popolazione palestinese”. Non può sorprendere che “i palestinesi, come qualsiasi popolo oppresso, perseverino nella loro opposizione ai propri carcerieri”. 

In un Rapporto pubblicato all’inizio di settembre, l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha denunciato che lo scorso 10 luglio, nel cuore della notte, decine di soldati mascherati e muniti di cani addestrati hanno fatto irruzione nella casa di una famiglia di Hebron costringendo le cinque donne che vi abitano a spogliarsi nude davanti agli occhi dei loro bambini terrorizzati. Ed è solo un altro esempio tra tanti”. 

Un rilancio importante

Lo fa Luigi Manconi su La Stampa: “Ormai da quasi un mese un nostro connazionale, Khaled El-Qaisi, si trova detenuto nel carcere di Petah Tiqwa, a est di Tel Aviv. El-Qaisi è studente presso l’università La Sapienza di Roma e ricercatore di storia della Palestina; ha 29 anni, è sposato con una donna italiana, ha un figlio di 4 anni ed è titolare della cittadinanza italiana e di quella palestinese.

Il 31 agosto scorso è stato arrestato dalle autorità israeliane mentre si accingeva a tornare a Roma, dove vive, dopo essere stato in vacanza a Betlemme. La famiglia, una volta giunta al valico di frontiera Allenby, al confine fra Giordania e Israele, viene fermata ed El-Qaisi ammanettato. La polizia fa domande sui loro spostamenti e sugli orientamenti politici dell’uomo. Le richieste di spiegazioni da parte della moglie non ottengono risposta e, dopo aver trattenuto il marito, le autorità rilasciano la donna e il bambino, sequestrando loro documenti, denaro ed effetti personali.

A oggi le motivazioni dell’arresto non sono state rese note né ai familiari né al legale Flavio Rossi Albertini; e si sono susseguite più udienze, tutte finalizzate alla proroga della misura della custodia cautelare in carcere. Il 21 settembre il tribunale di Rishon Le Tzion ha predisposto l’ulteriore proroga fino al primo ottobre, data oltre la quale – è stato comunicato – «le investigazioni dovranno presentare delle accuse, poiché in caso contrario il termine per questa forma di detenzione cautelare decadrebbe».

El-Qaisi, da quando è detenuto, non è stato destinatario di alcuna ordinanza di custodia cautelare e dunque non è stato informato dei capi di accusa, né tantomeno delle ragioni dell’arresto. L’avvocato ha potuto incontrare l’assistito solo dopo 15 giorni, ma non ha avuto accesso ad alcun atto che gli permettesse di verificare la rilevanza di indizi e prove e la legittimità dell’arresto. Gli interrogatori a cui è sottoposto quotidianamente El-Qaisi si svolgono senza alcuna assistenza legale e vengono condotti non da un giudice, bensì – presumibilmente – da membri della polizia giudiziaria o da appartenenti ai servizi di sicurezza. Infine, da quando è in prigione, El-Qaisi non ha potuto né ricevere visite da parte dei familiari, né comunicare con loro telefonicamente; e continua a non conoscere gli atti e dunque il merito delle accuse.

Come si è detto, dopo il primo ottobre la detenzione penale nei confronti di El-Qaisi non potrebbe più essere prorogata e la preoccupazione è che – in attesa di raccogliere prove contro di lui – essa venga tramutata in detenzione amministrativa. In tale caso, anche in assenza di processo, la reclusione sarebbe della durata di sei mesi, prorogabile senza limiti di tempo.

Leggi anche:  L’oscenità di ciò che osserviamo è totale e non interroga nessuno: la Palestina

Si pone, dunque, una grande questione giuridica e politico-diplomatica: è possibile che un cittadino italiano, protetto nel proprio Paese da un sistema di garanzie, proprie dello Stato di diritto, si trovi completamente indifeso e privo di tutele quando viene sottoposto a procedimento giudiziario in un Paese terzo? Tanto più che questo Paese – Israele, nel caso – è legato all’Italia da antichi e solidi rapporti politici? Sono interrogativi ineludibili per due ragioni: intanto perché nella situazione di El-Qaisi risultano violate tutte, ma proprio tutte, le prerogative di un procedimento giudiziario che voglia essere equo e rispettoso del diritto moderno, del quale il diritto alla difesa è condizione essenziale. In secondo luogo perché i dati più recenti dicono che i detenuti italiani all’estero sono oltre 2 mila; e una parte consistente tra loro ha conosciuto, sin dal momento del primo arresto, la violazione sistematica di tutti i diritti fondamentali della persona e le condizioni processuali e detentive che offendono la civiltà giuridica.

Il ministero degli Esteri italiano ha provveduto a far incontrare la nostra rappresentanza diplomatica con il detenuto e ha dichiarato che avrebbe continuato a «sensibilizzare le autorità israeliane sui diritti del nostro connazionale” [nient’altro?]

Ma che, dopo quattro settimane di reclusione, le istituzioni e l’opinione pubblica in Italia non abbiano ricevuto la più elementare informazione, e che un nostro connazionale resti recluso senza che vengano resi noti i capi di accusa, appare comunque scandaloso. Ne converranno, mi auguro, i sinceri amici di Israele. Anche perché emerge una singolare coincidenza. Israele non è l’Egitto di Abdel Fattah al-Sisi, ma ancora una volta un giovane ricercatore, come già Giulio Regeni e Patrick Zacki, risulta il bersaglio di una pesante attività di repressione.

Certo, restano incomparabili le differenze, ma colpisce il dato comune rappresentato dalla personalità delle vittime: giovani intellettuali colti e cosmopoliti, già ricchi di esperienze, a cavallo tra mondi diversi, impegnati in uno studio e in un lavoro proiettati oltre i confini tradizionali”.

Ha ragione Luigi Manconi. Israele non è l’Egitto di Abdel Fattah al-Sisi. Ma questo non giustifica minimamente l’inerzia del nostro ministro degli Esteri e il silenzio della stampa mainstream. Inerzia e silenzi complici dell’abuso perpetrato contro un nostro connazionale, la cui unica “colpa” è quella di essere di origine palestinese, figlio di un popolo sotto occupazione da parte dell’”unica democrazia del Medio Oriente” (sic). Un discorso che può essere allargato, con alcune lodevolissime eccezioni, anche alle opposizioni di sinistra. Cos’è, avete paura di essere tacciati di antisionismo o peggio ancora di antisemitismo se osate criticare lo Stato ebraico? Un consiglio: per farvi una cura di coraggio politico, leggete quanto scrive su questo caso, e su molto altro ancora, Haaretz, uno dei più autorevoli quotidiani israeliani. Se non avete tempo cliccate su Globalist che di quel coraggioso giornale si fa megafono in Italia. 

Globalist ha acceso i riflettori su un caso che la stampa mainstream ha colpevolmente ignorato. Il caso Khaled El Qaisi. Una vergogna italo-israeliana iniziata il 31 agosto scorso.

Una vergogna che prosegue

Ricorda l’Ambasciata di Palestina in Italia: “Lo scorso 31 agosto, Khaled El Qaisi, cittadino italo-palestinese, è stato arrestato dalle forze di occupazione israeliane al valico di frontiera di Allenby, tra la Palestina e la Giordania. Tuttora in prigione, nessuno sa la ragione per cui si trovi in regime di custodia cautelare. Traduttore e studente di Lingue e Civiltà Orientali a La Sapienza di Roma e fondatore del Centro di Documentazione Palestinese, che promuove la cultura palestinese in Italia, Khaled è anche membro dei Giovani Palestinesi d’Italia, che per primi hanno pubblicato un comunicato in cui chiedono al governo italiano di mobilitarsi per il suo rilascio, in ottemperanza al diritto internazionale.  Khaled era di ritorno dalle vacanze a Betlemme, dove era andato a trovare i parenti insieme alla moglie, Francesca Antinucci, e al figlio di 4 anni. Secondo quanto riportato da Antinucci, gli agenti di frontiera – dopo aver controllato e ricontrollato bagagli a mano ed effetti personali – hanno cominciato a fare domande su diversi aspetti della loro vita privata e lavorativa, concentrandosi sull’orientamento politico di Khaled. Come emerge dalla lettera aperta scritta dalla moglie e dalla madre di Khaled, Lucia Marchetti, dopo una lunga attesa Khaled è stato ammanettato, sotto lo sguardo incredulo del figlio, della moglie, e di tutti i presenti che erano in attesa di poter riprendere il proprio percorso. Alle richieste della moglie per avere chiarimenti ed elucidazioni non è seguita alcuna risposta; al contrario, lei stessa, insieme al figlio, è stata è stata privata di telefono e contanti e allontanata in territorio giordano. Solo qualche ora dopo, grazie all’aiuto di alcune donne che hanno offerto loro 40 dinari giordani, la moglie e il figlio di Khaled sono riusciti a raggiungere l’Ambasciata  italiana in Giordania, Paese straniero sia per Khaled che per la sua famiglia. La preoccupazione della famiglia è grande. “Immaginiamo Khaled in completo isolamento, senza contatti col mondo esterno, senza una percezione reale dello scorrere del tempo, sotto la pressione di continui interrogatori, in pensiero angoscioso per la sorte del proprio figlio e di sua moglie lasciati allo sbaraglio, con una sola immagine negli occhi: quella della propria deportazione in manette”, si legge nella lettera.
Il 7 settembre, si è tenuta un’udienza davanti al tribunale di Rishon Lezion, durante la quale i giudici israeliani hanno deciso di prolungare la detenzione di Khaled di una settimana senza rendere noti i capi di accusa a suo carico – sempre che ve ne siano. A quanto pare, per ordine dei giudici non può essere rivelato alcun particolare del procedimento in corso, ha spiegato l’avvocato di Khaled, Ahmed Khalifa, a cui è stato proibito di vedere il suo assistito fino all’udienza successiva, che si è tenuta il 14 settembre – dopo un’irruzione notturna che ha portato all’arresto del fratello di Khaled e dei suoi cugini, a Betlemme – ed ha confermato lo stato d’arresto del giovane ricercatore per un’altra settimana.
Khaled resta sotto indagine. Dopo aver trascorso qualche giorno nella prigione di Ashkelon, è stato infatti trasferito di nuovo nel Centro di detenzione di Petah Tikwa, dove sono portati i palestinesi dei Territori Occupati per essere interrogati dallo Shin Bet, il servizio di sicurezza israeliano. Si tratta di una struttura su cui numerose Ong per i diritti umani, tra cui B’Tselem e HaMoked, hanno scritto rapporti per denunciare i metodi di interrogatorio e gli abusi subiti dai detenuti palestinesi. Temendo questi maltrattamenti e il prolungarsi della pena sotto forma di “detenzione amministrativa”, di fatto ingiustificata, la famiglia richiede ovviamente l’immediato rilascio di Khaled, come lo richiedono diverse associazioni e forze politiche, che si sono attivate per fare pressione su Israele anche attraverso il Ministero degli Affari Esteri italiano, lanciando petizioni e campagne che culmineranno nell’assemblea unitaria voluta dalla famiglia di Khaled, proprio alla Sapienza, il pomeriggio del 15 settembre. 

In particolare, l’Intergruppo Parlamentare per la Pace tra Palestina e Israele si è appellato al Ministro Antonio Tajani e a tutte le autorità competenti, con un’interrogazione con cui si richiede che “siano rapidamente accertate le condizioni di salute di Khaled e sia garantito il pieno rispetto del diritto a un processo equo e alla propria difesa”. “Chiediamo inoltre che si esercitino tutte le pressioni necessarie per la sua liberazione immediata. È doveroso che le autorità italiane si attivino per tutelare i diritti di un proprio cittadino. No a un altro caso Zaki”, ha spiegato Stefania Ascari, deputata del Movimento 5 Stelle. Si tratta di “un arresto incomprensibile su cui chiediamo che il governo italiano si attivi a tutela del nostro concittadino”, ha sottolineato Nicola Fratoianni, primo firmatario, di Alleanza Verdi Sinistra. Per quanto riguarda il Parlamento Europeo, sarà l’eurodeputato Massimiliano Smeriglio a depositare a Bruxelles una richiesta urgente alla Commissione Europea per avere elucidazioni sul caso di Khaled. Nel suo ultimo Rapporto, presentato al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite a luglio e da lei stessa definito utilissimo per capire cosa sia successo a Khaled El Qaisi e a un altro milione di palestinesi dal 1967 ad oggi, la Relatrice Speciale sulla Situazione dei Diritti Umani nel Territorio Palestinese Occupato dal 1967, Francesca Albanese, evidenzia i gravi abusi inflitti ai palestinesi da Israele a partire dal 1967. Questi abusi non si limitano a un sistema di arresti e detenzioni arbitrarie, ma costituiscono un complesso “continuum carcerario” che comprende varie forme di confinamento, sia fisiche che burocratiche, nonché una sovrastante sorveglianza digitale. Il tutto equivale a una serie di crimini internazionali, soggetti alla giurisdizione dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale. La verità, sostiene Albanese, è che l’occupazione militare che va avanti da oltre mezzo secolo è diventata un vero e proprio “strumento di colonizzazione”, che ha comportato “l’intensificarsi delle restrizioni imposte alla popolazione palestinese”. Non può sorprendere che “i palestinesi, come qualsiasi popolo oppresso, perseverino nella loro opposizione ai propri carcerieri”. 

Leggi anche:  Il capo della Federcalcio palestinese accusa Israele per gli attacchi allo sport

In un Rapporto pubblicato all’inizio di settembre, l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha denunciato che lo scorso 10 luglio, nel cuore della notte, decine di soldati mascherati e muniti di cani addestrati hanno fatto irruzione nella casa di una famiglia di Hebron costringendo le cinque donne che vi abitano a spogliarsi nude davanti agli occhi dei loro bambini terrorizzati. Ed è solo un altro esempio tra tanti”. 

Un rilancio importante

Lo fa Luigi Manconi su La Stampa: “Ormai da quasi un mese un nostro connazionale, Khaled El-Qaisi, si trova detenuto nel carcere di Petah Tiqwa, a est di Tel Aviv. El-Qaisi è studente presso l’università La Sapienza di Roma e ricercatore di storia della Palestina; ha 29 anni, è sposato con una donna italiana, ha un figlio di 4 anni ed è titolare della cittadinanza italiana e di quella palestinese.

Il 31 agosto scorso è stato arrestato dalle autorità israeliane mentre si accingeva a tornare a Roma, dove vive, dopo essere stato in vacanza a Betlemme. La famiglia, una volta giunta al valico di frontiera Allenby, al confine fra Giordania e Israele, viene fermata ed El-Qaisi ammanettato. La polizia fa domande sui loro spostamenti e sugli orientamenti politici dell’uomo. Le richieste di spiegazioni da parte della moglie non ottengono risposta e, dopo aver trattenuto il marito, le autorità rilasciano la donna e il bambino, sequestrando loro documenti, denaro ed effetti personali.

A oggi le motivazioni dell’arresto non sono state rese note né ai familiari né al legale Flavio Rossi Albertini; e si sono susseguite più udienze, tutte finalizzate alla proroga della misura della custodia cautelare in carcere. Il 21 settembre il tribunale di Rishon Le Tzion ha predisposto l’ulteriore proroga fino al primo ottobre, data oltre la quale – è stato comunicato – «le investigazioni dovranno presentare delle accuse, poiché in caso contrario il termine per questa forma di detenzione cautelare decadrebbe».

El-Qaisi, da quando è detenuto, non è stato destinatario di alcuna ordinanza di custodia cautelare e dunque non è stato informato dei capi di accusa, né tantomeno delle ragioni dell’arresto. L’avvocato ha potuto incontrare l’assistito solo dopo 15 giorni, ma non ha avuto accesso ad alcun atto che gli permettesse di verificare la rilevanza di indizi e prove e la legittimità dell’arresto. Gli interrogatori a cui è sottoposto quotidianamente El-Qaisi si svolgono senza alcuna assistenza legale e vengono condotti non da un giudice, bensì – presumibilmente – da membri della polizia giudiziaria o da appartenenti ai servizi di sicurezza. Infine, da quando è in prigione, El-Qaisi non ha potuto né ricevere visite da parte dei familiari, né comunicare con loro telefonicamente; e continua a non conoscere gli atti e dunque il merito delle accuse.

Come si è detto, dopo il primo ottobre la detenzione penale nei confronti di El-Qaisi non potrebbe più essere prorogata e la preoccupazione è che – in attesa di raccogliere prove contro di lui – essa venga tramutata in detenzione amministrativa. In tale caso, anche in assenza di processo, la reclusione sarebbe della durata di sei mesi, prorogabile senza limiti di tempo.

Si pone, dunque, una grande questione giuridica e politico-diplomatica: è possibile che un cittadino italiano, protetto nel proprio Paese da un sistema di garanzie, proprie dello Stato di diritto, si trovi completamente indifeso e privo di tutele quando viene sottoposto a procedimento giudiziario in un Paese terzo? Tanto più che questo Paese – Israele, nel caso – è legato all’Italia da antichi e solidi rapporti politici? Sono interrogativi ineludibili per due ragioni: intanto perché nella situazione di El-Qaisi risultano violate tutte, ma proprio tutte, le prerogative di un procedimento giudiziario che voglia essere equo e rispettoso del diritto moderno, del quale il diritto alla difesa è condizione essenziale. In secondo luogo perché i dati più recenti dicono che i detenuti italiani all’estero sono oltre 2 mila; e una parte consistente tra loro ha conosciuto, sin dal momento del primo arresto, la violazione sistematica di tutti i diritti fondamentali della persona e le condizioni processuali e detentive che offendono la civiltà giuridica.

Il ministero degli Esteri italiano ha provveduto a far incontrare la nostra rappresentanza diplomatica con il detenuto e ha dichiarato che avrebbe continuato a «sensibilizzare le autorità israeliane sui diritti del nostro connazionale” [nient’altro?]

Ma che, dopo quattro settimane di reclusione, le istituzioni e l’opinione pubblica in Italia non abbiano ricevuto la più elementare informazione, e che un nostro connazionale resti recluso senza che vengano resi noti i capi di accusa, appare comunque scandaloso. Ne converranno, mi auguro, i sinceri amici di Israele. Anche perché emerge una singolare coincidenza. Israele non è l’Egitto di Abdel Fattah al-Sisi, ma ancora una volta un giovane ricercatore, come già Giulio Regeni e Patrick Zacki, risulta il bersaglio di una pesante attività di repressione.

Certo, restano incomparabili le differenze, ma colpisce il dato comune rappresentato dalla personalità delle vittime: giovani intellettuali colti e cosmopoliti, già ricchi di esperienze, a cavallo tra mondi diversi, impegnati in uno studio e in un lavoro proiettati oltre i confini tradizionali”.

Ha ragione Luigi Manconi. Israele non è l’Egitto di Abdel Fattah al-Sisi. Ma questo non giustifica minimamente l’inerzia del nostro ministro degli Esteri e il silenzio della stampa mainstream. Inerzia e silenzi complici dell’abuso perpetrato contro un nostro connazionale, la cui unica “colpa” è quella di essere di origine palestinese, figlio di un popolo sotto occupazione da parte dell’”unica democrazia del Medio Oriente” (sic). Un discorso che può essere allargato, con alcune lodevolissime eccezioni, anche alle opposizioni di sinistra. Cos’è, avete paura di essere tacciati di antisionismo o peggio ancora di antisemitismo se osate criticare lo Stato ebraico? Un consiglio: per farvi una cura di coraggio politico, leggete quanto scrive su questo caso, e su molto altro ancora, Haaretz, uno dei più autorevoli quotidiani israeliani. Se non avete tempo cliccate su Globalist che di quel coraggioso giornale si fa megafono in Italia. 

Globalist ha acceso i riflettori su un caso che la stampa mainstream ha colpevolmente ignorato. Il caso Khaled El Qaisi. Una vergogna italo-israeliana iniziata il 31 agosto scorso.

Una vergogna che prosegue

Ricorda l’Ambasciata di Palestina in Italia: “Lo scorso 31 agosto, Khaled El Qaisi, cittadino italo-palestinese, è stato arrestato dalle forze di occupazione israeliane al valico di frontiera di Allenby, tra la Palestina e la Giordania. Tuttora in prigione, nessuno sa la ragione per cui si trovi in regime di custodia cautelare. Traduttore e studente di Lingue e Civiltà Orientali a La Sapienza di Roma e fondatore del Centro di Documentazione Palestinese, che promuove la cultura palestinese in Italia, Khaled è anche membro dei Giovani Palestinesi d’Italia, che per primi hanno pubblicato un comunicato in cui chiedono al governo italiano di mobilitarsi per il suo rilascio, in ottemperanza al diritto internazionale.  Khaled era di ritorno dalle vacanze a Betlemme, dove era andato a trovare i parenti insieme alla moglie, Francesca Antinucci, e al figlio di 4 anni. Secondo quanto riportato da Antinucci, gli agenti di frontiera – dopo aver controllato e ricontrollato bagagli a mano ed effetti personali – hanno cominciato a fare domande su diversi aspetti della loro vita privata e lavorativa, concentrandosi sull’orientamento politico di Khaled. Come emerge dalla lettera aperta scritta dalla moglie e dalla madre di Khaled, Lucia Marchetti, dopo una lunga attesa Khaled è stato ammanettato, sotto lo sguardo incredulo del figlio, della moglie, e di tutti i presenti che erano in attesa di poter riprendere il proprio percorso. Alle richieste della moglie per avere chiarimenti ed elucidazioni non è seguita alcuna risposta; al contrario, lei stessa, insieme al figlio, è stata è stata privata di telefono e contanti e allontanata in territorio giordano. Solo qualche ora dopo, grazie all’aiuto di alcune donne che hanno offerto loro 40 dinari giordani, la moglie e il figlio di Khaled sono riusciti a raggiungere l’Ambasciata  italiana in Giordania, Paese straniero sia per Khaled che per la sua famiglia. La preoccupazione della famiglia è grande. “Immaginiamo Khaled in completo isolamento, senza contatti col mondo esterno, senza una percezione reale dello scorrere del tempo, sotto la pressione di continui interrogatori, in pensiero angoscioso per la sorte del proprio figlio e di sua moglie lasciati allo sbaraglio, con una sola immagine negli occhi: quella della propria deportazione in manette”, si legge nella lettera.
Il 7 settembre, si è tenuta un’udienza davanti al tribunale di Rishon Lezion, durante la quale i giudici israeliani hanno deciso di prolungare la detenzione di Khaled di una settimana senza rendere noti i capi di accusa a suo carico – sempre che ve ne siano. A quanto pare, per ordine dei giudici non può essere rivelato alcun particolare del procedimento in corso, ha spiegato l’avvocato di Khaled, Ahmed Khalifa, a cui è stato proibito di vedere il suo assistito fino all’udienza successiva, che si è tenuta il 14 settembre – dopo un’irruzione notturna che ha portato all’arresto del fratello di Khaled e dei suoi cugini, a Betlemme – ed ha confermato lo stato d’arresto del giovane ricercatore per un’altra settimana.

Leggi anche:  La disoccupazione nella Striscia di Gaza ha raggiunto quasi l’80% dopo il 7 ottobre


Khaled resta sotto indagine. Dopo aver trascorso qualche giorno nella prigione di Ashkelon, è stato infatti trasferito di nuovo nel Centro di detenzione di Petah Tikwa, dove sono portati i palestinesi dei Territori Occupati per essere interrogati dallo Shin Bet, il servizio di sicurezza israeliano. Si tratta di una struttura su cui numerose Ong per i diritti umani, tra cui B’Tselem e HaMoked, hanno scritto rapporti per denunciare i metodi di interrogatorio e gli abusi subiti dai detenuti palestinesi. Temendo questi maltrattamenti e il prolungarsi della pena sotto forma di “detenzione amministrativa”, di fatto ingiustificata, la famiglia richiede ovviamente l’immediato rilascio di Khaled, come lo richiedono diverse associazioni e forze politiche, che si sono attivate per fare pressione su Israele anche attraverso il Ministero degli Affari Esteri italiano, lanciando petizioni e campagne che culmineranno nell’assemblea unitaria voluta dalla famiglia di Khaled, proprio alla Sapienza, il pomeriggio del 15 settembre. 

In particolare, l’Intergruppo Parlamentare per la Pace tra Palestina e Israele si è appellato al Ministro Antonio Tajani e a tutte le autorità competenti, con un’interrogazione con cui si richiede che “siano rapidamente accertate le condizioni di salute di Khaled e sia garantito il pieno rispetto del diritto a un processo equo e alla propria difesa”. “Chiediamo inoltre che si esercitino tutte le pressioni necessarie per la sua liberazione immediata. È doveroso che le autorità italiane si attivino per tutelare i diritti di un proprio cittadino. No a un altro caso Zaki”, ha spiegato Stefania Ascari, deputata del Movimento 5 Stelle. Si tratta di “un arresto incomprensibile su cui chiediamo che il governo italiano si attivi a tutela del nostro concittadino”, ha sottolineato Nicola Fratoianni, primo firmatario, di Alleanza Verdi Sinistra. Per quanto riguarda il Parlamento Europeo, sarà l’eurodeputato Massimiliano Smeriglio a depositare a Bruxelles una richiesta urgente alla Commissione Europea per avere elucidazioni sul caso di Khaled. Nel suo ultimo Rapporto, presentato al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite a luglio e da lei stessa definito utilissimo per capire cosa sia successo a Khaled El Qaisi e a un altro milione di palestinesi dal 1967 ad oggi, la Relatrice Speciale sulla Situazione dei Diritti Umani nel Territorio Palestinese Occupato dal 1967, Francesca Albanese, evidenzia i gravi abusi inflitti ai palestinesi da Israele a partire dal 1967.

Questi abusi non si limitano a un sistema di arresti e detenzioni arbitrarie, ma costituiscono un complesso “continuum carcerario” che comprende varie forme di confinamento, sia fisiche che burocratiche, nonché una sovrastante sorveglianza digitale. Il tutto equivale a una serie di crimini internazionali, soggetti alla giurisdizione dello Statuto di Roma della Corte Penale Internazionale. La verità, sostiene Albanese, è che l’occupazione militare che va avanti da oltre mezzo secolo è diventata un vero e proprio “strumento di colonizzazione”, che ha comportato “l’intensificarsi delle restrizioni imposte alla popolazione palestinese”. Non può sorprendere che “i palestinesi, come qualsiasi popolo oppresso, perseverino nella loro opposizione ai propri carcerieri”. 

In un Rapporto pubblicato all’inizio di settembre, l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha denunciato che lo scorso 10 luglio, nel cuore della notte, decine di soldati mascherati e muniti di cani addestrati hanno fatto irruzione nella casa di una famiglia di Hebron costringendo le cinque donne che vi abitano a spogliarsi nude davanti agli occhi dei loro bambini terrorizzati. Ed è solo un altro esempio tra tanti”. 

Un rilancio importante

Lo fa Luigi Manconi su La Stampa: “Ormai da quasi un mese un nostro connazionale, Khaled El-Qaisi, si trova detenuto nel carcere di Petah Tiqwa, a est di Tel Aviv. El-Qaisi è studente presso l’università La Sapienza di Roma e ricercatore di storia della Palestina; ha 29 anni, è sposato con una donna italiana, ha un figlio di 4 anni ed è titolare della cittadinanza italiana e di quella palestinese.

Il 31 agosto scorso è stato arrestato dalle autorità israeliane mentre si accingeva a tornare a Roma, dove vive, dopo essere stato in vacanza a Betlemme. La famiglia, una volta giunta al valico di frontiera Allenby, al confine fra Giordania e Israele, viene fermata ed El-Qaisi ammanettato. La polizia fa domande sui loro spostamenti e sugli orientamenti politici dell’uomo. Le richieste di spiegazioni da parte della moglie non ottengono risposta e, dopo aver trattenuto il marito, le autorità rilasciano la donna e il bambino, sequestrando loro documenti, denaro ed effetti personali.

A oggi le motivazioni dell’arresto non sono state rese note né ai familiari né al legale Flavio Rossi Albertini; e si sono susseguite più udienze, tutte finalizzate alla proroga della misura della custodia cautelare in carcere. Il 21 settembre il tribunale di Rishon Le Tzion ha predisposto l’ulteriore proroga fino al primo ottobre, data oltre la quale – è stato comunicato – «le investigazioni dovranno presentare delle accuse, poiché in caso contrario il termine per questa forma di detenzione cautelare decadrebbe».

El-Qaisi, da quando è detenuto, non è stato destinatario di alcuna ordinanza di custodia cautelare e dunque non è stato informato dei capi di accusa, né tantomeno delle ragioni dell’arresto. L’avvocato ha potuto incontrare l’assistito solo dopo 15 giorni, ma non ha avuto accesso ad alcun atto che gli permettesse di verificare la rilevanza di indizi e prove e la legittimità dell’arresto. Gli interrogatori a cui è sottoposto quotidianamente El-Qaisi si svolgono senza alcuna assistenza legale e vengono condotti non da un giudice, bensì – presumibilmente – da membri della polizia giudiziaria o da appartenenti ai servizi di sicurezza. Infine, da quando è in prigione, El-Qaisi non ha potuto né ricevere visite da parte dei familiari, né comunicare con loro telefonicamente; e continua a non conoscere gli atti e dunque il merito delle accuse.

Come si è detto, dopo il primo ottobre la detenzione penale nei confronti di El-Qaisi non potrebbe più essere prorogata e la preoccupazione è che – in attesa di raccogliere prove contro di lui – essa venga tramutata in detenzione amministrativa. In tale caso, anche in assenza di processo, la reclusione sarebbe della durata di sei mesi, prorogabile senza limiti di tempo.

Si pone, dunque, una grande questione giuridica e politico-diplomatica: è possibile che un cittadino italiano, protetto nel proprio Paese da un sistema di garanzie, proprie dello Stato di diritto, si trovi completamente indifeso e privo di tutele quando viene sottoposto a procedimento giudiziario in un Paese terzo? Tanto più che questo Paese – Israele, nel caso – è legato all’Italia da antichi e solidi rapporti politici? Sono interrogativi ineludibili per due ragioni: intanto perché nella situazione di El-Qaisi risultano violate tutte, ma proprio tutte, le prerogative di un procedimento giudiziario che voglia essere equo e rispettoso del diritto moderno, del quale il diritto alla difesa è condizione essenziale. In secondo luogo perché i dati più recenti dicono che i detenuti italiani all’estero sono oltre 2 mila; e una parte consistente tra loro ha conosciuto, sin dal momento del primo arresto, la violazione sistematica di tutti i diritti fondamentali della persona e le condizioni processuali e detentive che offendono la civiltà giuridica.

Il ministero degli Esteri italiano ha provveduto a far incontrare la nostra rappresentanza diplomatica con il detenuto e ha dichiarato che avrebbe continuato a «sensibilizzare le autorità israeliane sui diritti del nostro connazionale” [nient’altro?]

Ma che, dopo quattro settimane di reclusione, le istituzioni e l’opinione pubblica in Italia non abbiano ricevuto la più elementare informazione, e che un nostro connazionale resti recluso senza che vengano resi noti i capi di accusa, appare comunque scandaloso. Ne converranno, mi auguro, i sinceri amici di Israele. Anche perché emerge una singolare coincidenza. Israele non è l’Egitto di Abdel Fattah al-Sisi, ma ancora una volta un giovane ricercatore, come già Giulio Regeni e Patrick Zacki, risulta il bersaglio di una pesante attività di repressione.

Certo, restano incomparabili le differenze, ma colpisce il dato comune rappresentato dalla personalità delle vittime: giovani intellettuali colti e cosmopoliti, già ricchi di esperienze, a cavallo tra mondi diversi, impegnati in uno studio e in un lavoro proiettati oltre i confini tradizionali”.

Ha ragione Luigi Manconi. Israele non è l’Egitto di Abdel Fattah al-Sisi. Ma questo non giustifica minimamente l’inerzia del nostro ministro degli Esteri e il silenzio della stampa mainstream. Inerzia e silenzi complici dell’abuso perpetrato contro un nostro connazionale, la cui unica “colpa” è quella di essere di origine palestinese, figlio di un popolo sotto occupazione da parte dell’”unica democrazia del Medio Oriente” (sic). Un discorso che può essere allargato, con alcune lodevolissime eccezioni, anche alle opposizioni di sinistra. Cos’è, avete paura di essere tacciati di antisionismo o peggio ancora di antisemitismo se osate criticare lo Stato ebraico? Un consiglio: per farvi una cura di coraggio politico, leggete quanto scrive su questo caso, e su molto altro ancora, Haaretz, uno dei più autorevoli quotidiani israeliani. Se non avete tempo cliccate su Globalist che di quel coraggioso giornale si fa megafono in Italia. 

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