Palestina, cosa resta di Jenin
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Palestina, cosa resta di Jenin

Palestina, perché i riflettori mediatici non si spengano sulla brutale occupazione israeliana e sul sistema di apartheid istaurato in Cisgiordania. 

Palestina, cosa resta di Jenin
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

21 Luglio 2023 - 13.38


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Palestina, perché i riflettori mediatici non si spengano sulla brutale occupazione israeliana e sul sistema di apartheid istaurato in Cisgiordania. 

Cosa resta degli ultimi attacchi israeliani contro Jenin? 

Dalla preziosa, in termini informativi, newsletter settimanale dell’Ambasciata di Palestina in Italia.

Oltre alle macerie, ai feriti e al dolore per i morti, la consapevolezza che sia in corso una nuova Nakba, una nuova “catastrofe” inflitta al popolo palestinese con lo scopo di allontanarlo dalla sua terra, come è accaduto nel 1948. Sono stati 3.000 – sui 18.000 presenti nel campo di Jenin – i profughi messi in fuga dall’esercito israeliano ai primi di luglio, costretti a trovare rifugio altrove e infine riusciti a rientrare nelle loro case. 

Nel frattempo, il 24 giugno 2023, il Ministro israeliano per la Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, aveva visitato l’insediamento illegale di Evyatar, appena rioccupato dai coloni, chiarendo definitivamente il progetto coloniale dell’attuale governo guidato da Benjamin Netanyahu. Accanto  a lui, Daniela Weiss, storica leader degli insediamenti illegali, che 40 anni fa collaborava con Ariel Sharon (allora Ministro dell’Agricoltura) per posizionare gli insediamenti in modo da tale bloccare qualsiasi ipotesi di Stato palestinese, 10 anni fa teorizzava il diritto di Israele sulla “Terra Promessa da Dio agli ebrei”, e oggi raccoglie i frutti avvelenati del suo lavoro, al fianco del Ministro che promette la totale soppressione dei palestinesi.


Stando così le cose, è difficile immaginare che mere “condanne” internazionali possano servire a qualcosa. Per questo, un gruppo di esperte Onu, non si è limitato a definire quanto accaduto a Jenin come un vero e proprio “crimine di guerra”, ma ha chiesto esplicitamente che questo crimine sia punito, sostenendo che “l’impunità di cui Israele ha goduto nel corso dei decenni” non faccia che alimentare e intensificare il ciclo ricorrente di violenza, e che Israele debba essere ritenuto responsabile, ai sensi del diritto internazionale, della sua occupazione illegale e degli atti violenti necessari a perpetuarla. “Perché questa incessante violenza abbia fine, l’occupazione illegale di Israele deve finire. Non può essere corretta o limata, perché è sbagliata nella sua essenza”, hanno scritto il 5 luglio Francesca Albanese, Relatrice Speciale sulla Situazione dei Diritti Umani nei Territori Palestinesi Occupati dal 1967, Paula Gaviria Betancur, Relatrice Speciale sui Diritti Umani degli Sfollati Interni, e Reem Alsalem, Relatrice Speciale sulla Violenza contro le Donne.

Il giorno dopo, il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha ammesso di essere profondamente turbato dalle notizie provenienti da Jenin. “Gli attacchi aerei e le operazioni di terra condotte da Israele all’interno di un affollato campo profughi rappresentano la peggiore violenza in Cisgiordania da molti anni a questa parte, con un impatto significativo sui civili, che contano più di cento feriti e migliaia di persone costrette a fuggire”, ha affermato Guterres durante una conferenza stampa. In questa occasione, il Segretario Generale ha ribadito a Israele il suo invito ad attenersi agli obblighi previsti dal diritto internazionale, ivi compreso il dovere di comportarsi con moderazione, di ricorrere all’uso della forza solo in maniera proporzionata, e di i ridurre al minimo i danni e le  ferite, rispettando e preservando la vita umana. Tra le altre cose, Guterres ha osservato che a Jenin le scuole e gli ospedali sono stati danneggiati, che le reti idriche ed elettriche sono state interrotte e che alle persone bisognose di cure è stato impedito di riceverle, mentre Israele, in quanto potenza occupante, dovrebbe garantire che la popolazione civile sia protetta da ogni atto di violenza. In conclusione, ha sottolineato il Segretario Generale delle Nazioni Unite, “il ripristino della speranza del popolo palestinese in un processo politico significativo, che porti alla soluzione dei due Stati e alla fine dell’occupazione, sarebbe un contributo essenziale di Israele alla propria sicurezza”. L’Ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite, Gilad Erdan, ha definito le critiche del capo delle Nazioni Unite all’aggressione militare israeliana “vergognose, inverosimili e completamente staccate dalla realtà”, spingendosi fino a chiedere a Guterres di ritrattare, ma il Segretario Generale ha confermato la sua posizione. 

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Su richiesta degli Emirati Arabi Uniti, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha discusso a porte chiuse dell’operazione israeliana venerdì 7 luglio, mentre sabato 8 per le vie di Jenin si aggirava una folta delegazione internazionale guidata dal Rappresentante dell’Unione Europea in Palestina, Sven Kuehn von Burgsdorff, composta da funzionari ONU e diplomatici provenienti da 25 diversi Paesi. La devastazione era sotto gli occhi di tutti, ma così come il Consiglio di Sicurezza non ha deliberato alcuna azione concreta, così nemmeno la passeggiata degli emissari tra le rovine di Jenin ha sortito alcuna misura affinché tutto ciò non abbia più a ripetersi. 

Save the Children sui bambini palestinesi detenuti da Israele 

Secondo una nuova ricerca di Save the Children, i bambini palestinesi inseriti nel sistema di detenzione militare israeliano subiscono abusi fisici ed emotivi: nell’86% dei casi subiscono percosse, nel 69% vengono denudati e sottoposti a perquisizioni, e nel 42% sono feriti al momento dell’arresto, riportando ferite da arma da fuoco e/o fratture ossee. Alcuni di loro denunciano poi violenze di natura sessuale, mentre altri raccontano di essere stati trasferiti in tribunale o da una  prigione all’altra in piccole gabbie.


Questo è ciò che emerge dalle interviste svolte con 228 bambini provenienti dalla Cisgiordania, che hanno trascorso da uno a 18 mesi nelle carceri israeliane, e che una volta usciti raccontano di essere stati interrogati non solo senza un’assistenza legale, ma senza nemmeno un accompagnatore adulto, per poi essere a lungo privati di acqua, cibo e sonno. 

Khalil (nome di fantasia) è stato arrestato quando aveva 13 anni. Dice di essere stato completamente ignorato quando, a causa di una gamba ferita, non riusciva a camminare e chiedeva aiuto. Oltre ai suoi ricordi degli abusi fisici, condivide quelli che riguardano le violenze psicologiche, e parla del soldato israeliano che gli promette di fargli fare la fine del cugino ucciso dalle forze di occupazione, per cui ogni giorno teme “l’arrivo di quel momento”. 

Alcuni dei bambini, intervistati insieme ai familiari, riferiscono di abusi che avevano il preciso scopo di spingerli ad ammettere cose non vere per incriminare altri, compresi membri della loro stessa  famiglia. Yasmeen, madre di Ahmad, spiega che durante l’interrogatorio hanno convinto il figlio, che aveva solo 14 anni, a denunciare il fratello in cambio del suo rilascio: “Lui, ingenuo, non capiva cosa stesse succedendo e ha detto quello che gli hanno chiesto di dire. Così, pochi giorni dopo, sono venuti a casa nostra e hanno arrestato anche l’altro mio figlio”. 

La nuova ricerca segue il Rapporto 2020 di Save the Children intitolato “Indifesi” e rileva che l’impatto di abusi fisici e psicologici durante la detenzione dei minori palestinesi è aumentato vertiginosamente, con gravi conseguenze sulla capacità di recupero dei bambini, sempre più incapaci di tornare completamente alla loro vita “normale”, tormentati dagli incubi (nel 53% dei casi) e dall’insonnia (nel 73% dei casi). 

I risultati della ricerca di Save the Children sono arrivati proprio mentre la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla Situazione dei Diritti Umani nei Territori Palestinesi Occupati dal 1967 presentava al Consiglio per i Diritti Umani, il 10 luglio scorso, le prove da lei raccolte sui bambini palestinesi arrestati. Si stima che ogni anno ci siano tra i 500 ei 1.000 bambini detenuti nelle prigioni militari israeliane. Il lancio di una pietra può comportare per loro fino a 20 anni di carcere. 

Save the Children afferma che queste pratiche rappresentano da tempo un motivo di preoccupazione molto importante e chiede per questo al governo di Israele di non sottoporre più i bambini palestinesi – unici al mondo – ai processi nei tribunali militari e alla detenzione prevista dalle leggi militari. 

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Israele colpisce la Cooperazione Italiana 

Le violenze nella Cisgiordania occupata non si placano. Mentre a nord l’esercito israeliano ha attaccato la città e il campo profughi di Jenin anche via cielo, nel sud avanzano i piani di evacuazione forzata della popolazione palestinese e nel mirino di Israele è finita anche una scuola costruita con i soldi della Cooperazione Italiana. Domenica 18 maggio, la scuola elementare del villaggio di Khirbet Um Qussa, nell’area di Masafer Yatta, ha infatti ricevuto un ordine di demolizione da parte dell’amministrazione civile israeliana: “Circa 60 bambini perderebbero il diritto allo studio, visto che la scuola più vicina è a 8 chilometri di distanza”, spiega Ali Awad, attivista palestinese del movimento Youth of Sumud. 

La scuola che le forze di occupazione vogliono demolire è stata finanziata nel 2020 dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (Aics) e nasce originariamente come un agglomerato di tende. Oggi la struttura è composta da otto aule che ospitano circa 60  studenti – dalla prima alla quarta elementare – provenienti da Khirbet Um Qussa e dalle vicine comunità di Al-Makhroub e Al-Obaidiya. L’esercito fa sul serio. Nella stessa zona ha già raso al suolo, nel novembre del 2022, la scuola di Al-Sfai, anch’essa finanziata dalla UE. Tutte queste demolizioni fanno parte del progetto di pulizia etnica e di annessioni portato avanti dalla potenza occupante. “L’esercito di occupazione ti rende la vita impossibile. È evidente che l’obiettivo del governo israeliano è quello di annettere la zona C allo Stato di Israele”, afferma Issa Amro, attivista palestinese e fondatore del movimento nonviolento Youth Against Settlements, di Hebron (Al-Khalil). 

Masafer Yatta è una zona collinare dove abitano 2.800 persone in 12 villaggi a sud di Hebron. Nei primi anni ’80, l’intera area stata dichiarata zona di addestramento militare, più precisamente “Firing Zone 918”. Tale destinazione d’uso è servita a mascherare l’obiettivo di espellere i palestinesi dalle loro terre per favorire l’espansione degli insediamenti israeliani. Fatto sta che dopo oltre 40 anni di resistenza nonviolenta, in seguito a una sentenza dell’Alta Corte di Giustizia israeliana del maggio 2022, l’esercito ha acquisito l’autorità legale – benché illegale – di demolire 8 dei 12 villaggi dell’area. Da allora gli avvisi di demolizione si sono moltiplicati e alle famiglie residenti è stato ripetutamente negato l’accesso alle strade, alle fonti d’acqua e di energia, alle scuole e ai servizi medici. 

L’appello ai tribunali israeliani rappresenta l’ultima risorsa per fermare quest’ultima demolizione della scuola voluta dalla Cooperazione Italiana. Tuttavia, le passate esperienze dimostrano che si tratta solo un disperato tentativo di rimandare quella che per molti sta diventando una realtà inevitabile. “Quando le nostre case ricevono un ordine di demolizione abbiamo due opzioni: o demolirle con le nostre stesse mani o pagare l’esercito israeliano per farlo”, dice Sami Huraini, attivista palestinese dell’area di Masafer Yatta e leader del Comitato popolare nonviolento. Ciò significa che, senza un intervento della comunità internazionale, non solo gli aiuti finanziari dell’AICS andranno sprecati a causa di una prassi illegale secondo il diritto internazionale, ma saranno le medesime comunità verso cui questi finanziamenti sono stati devoluti a dover pagare per la distruzione delle proprie case e delle proprie scuole. Per questo – lo spiega bene Nasser Nawaj’ah, attivista palestinese dell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem – “la presenza protettiva degli attivisti internazionali e israeliani rappresenta spesso una questione di vita o di morte per la nostra comunità”. 

Il Parlamento europeo batte un colpo

Il Parlamento Europeo ha chiesto il riconoscimento in linea di principio dello Stato palestinese, in linea con le conclusioni del Consiglio del 2014. Per la precisione, il 12 luglio ha adottato una serie di raccomandazioni su come la UE dovrebbe continuare a impegnarsi con l’Autorità Palestinese (AP). “Pur ribadendo il loro incrollabile sostegno a una soluzione negoziata a due Stati per Israele e la Palestina, sulla base dei confini del 1967, con due Stati sovrani e democratici, e con Gerusalemme come loro capitale condivisa, i deputati europei chiedono alla UE e ai suoi Stati Membri di sostenere in linea di principio un riconoscimento dello Stato palestinese, in conformità con i parametri delle conclusioni del Consiglio del luglio 2014. I deputati continuano inoltre a sostenere il pieno rispetto del diritto internazionale, ribadendo al contempo l’impegno della UE per la parità di diritti di tutti gli israeliani e dei palestinesi”, afferma la Dichiarazione.
A proposito di una soluzione pacifica giusta e duratura, la Relatrice Evin Incir (S&D, Svezia) ha ribadito che “un’Autorità Palestinese forte e democratica è essenziale per raggiungere tale obiettivo”, e che l’Unione Europea ha dunque la responsabilità di rafforzare la cooperazione con l’AP sulla base di un approccio a lungo termine, anziché con interventi ad hoc. 

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Resta vitale “la fine dell’occupazione e dell’espansione degli insediamenti israeliani”, ha detto Incir, sottolineando che queste raccomandazioni al Consiglio, alla Commissione e all’Alto Rappresentante Josep Borrell giungono in un momento straordinariamente cruciale”.


I deputati europei chiedono infatti nuovi sforzi per porre fine all’ultimo ciclo di violenze legate agli insediamenti, affermando che la UE dovrebbe adottare misure che prendano specificamente di mira l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania. 

Gli stessi membri del Parlamento Europeo hanno poi chiesto un risarcimento per la demolizione di tutte le infrastrutture finanziate dalla UE nell’area, rilevando che, solo nel 2022, ben 101 strutture sponsorizzate dalla UE o da suoi Stati Membri sono state demolite o sequestrate dalle autorità israeliane. 

Infine, la Dichiarazione del Parlamento conferma il forte sostegno della UE per il lavoro della Corte Penale Internazionale (Cpi), per la sua imparzialità e per la sua neutralità, prendendo tuttavia atto dei progressi limitati nelle indagini in corso sui crimini di guerra e contro l’umanità commessi nei Territori Palestinesi Occupati. Per questo, i deputati chiedono alla UE di impegnarsi ad aiutare la Cpi e il suo Procuratore ad andare avanti con le indagini e l’azione penale”. 

Un discorso a parte merita il trasferimento al Ministro delle Finanze Israeliano Bezalel Smotrich – secondo il quale “i palestinesi non esistono” – di un’ampia autorità sulle questioni civili in Cisgiordania. Ciò consentirebbe un ulteriore aumento della presenza israeliana nei Territori Palestinesi, e su questo i deputati chiedono alla UE di commissionare un parere legale che ne valuti le conseguenze politiche ed economiche. 

Il Ministero degli Affari Esteri dello Stato di Palestina ha espresso “il suo profondo apprezzamento” per l’adozione di questa Dichiarazione e per tutto ciò che contiene, nella speranza “che questi appelli non siano confinati al regno della retorica, ma portino ad azioni decisive, dando vita a una nuova era di pace, stabilità e prosperità per i palestinesi”. 

Altrettanto soddisfatto si è detto il Ministero degli Esteri per l’adozione, da parte del Consiglio Onu per i Diritti Umani – di cui l’Italia al momento non è Membro – della Risoluzione 31/36 sulla Banca Dati contenente le imprese che operano all’interno o per gli insediamenti israeliani nello Stato di Palestina, approvata il 14 luglio. Definendo questo voto “una vittoria per la giustizia aziendale e il diritto internazionale”, il Ministero sostiene che si tratti di “un passo necessario per far rispondere alle imprese della loro complicità nei crimini di guerra. Inoltre, enfatizza il Ministero, “questo voto schiacciante costituisce la riaffermazione di un impegno internazionale nei confronti della Carta, dei principi e degli scopi delle Nazioni Unite, incluso il divieto di acquisizione di territorio con la forza”. Di qui la richiesta al Segretario Generale delle Nazioni Unite di “stanziare le risorse finanziarie e umane necessarie per garantire la piena attuazione della Risoluzione, ivi compresi gli aggiornamenti annuali della Banca Dati”. 

Palestina, la resistenza continua. 

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