Jeniin: non è un'operazione anti terrorismo ma è un massacro pianificato
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Jeniin: non è un'operazione anti terrorismo ma è un massacro pianificato

Jenin è sotto il fuoco israeliano. Dal cielo, con i droni, da terra con i mezzi corazzati e le truppe scelte di Tsahal. Non è un’operazione anti terrorismo. E’ una vera propria azione di guerra.

Jeniin: non è un'operazione anti terrorismo ma è un massacro pianificato
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

3 Luglio 2023 - 19.17


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Jenin è sotto il fuoco israeliano. Dal cielo, con i droni, da terra con i mezzi corazzati e le truppe scelte di Tsahal. Non è un’operazione anti terrorismo. E’ una vera propria azione di guerra.

Jenin sotto assedio

Cronaca di guerra. Almeno 8 palestinesi sono morti, tutti giovanissimi, tra i 16 e i 23 anni.,  e altri 50 sono stati feriti, di cui 3 in maniera grave A riferirlo è il ministero della Sanità palestinese, mentre la radio militare israeliana stima che almeno 10 miliziani siano stati uccisi nell’attacco condotto e ancora diversi corpi si trovino al momento sotto le macerie di un edificio che è stato colpito. L’operazione è stata definita da diversi media internazionali, tra cui New York TimesReutersBbc, come la più grande compiuta dall’esercito israeliano in Cisgiordania in più di vent’anni. L’operazione è proseguita anche nel corso della mattina e del primo pomeriggio di lunedì, con scambi di colpi d’arma da fuoco tra soldati israeliani e miliziani palestinesi nei pressi di una moschea di Jenin. L’esercito israeliano ha descritto l’operazione come «un’azione su larga scala per contrastare il terrorismo a Jenin». Ha riguardato la città di Jenin ma si è concentrata soprattutto sul campo profughi che si trova ai suoi margini, dove 14 mila persone abitano molto densamente in meno di mezzo chilometro quadrato.

Il raid ha impiegato un numero di truppe equivalenti a una «brigata», ha detto l’esercito israeliano, che farebbe pensare almeno a 1.000–2.000 soldati. Ma a creare il grosso dei danni, e a costituire uno degli elementi più notevoli dell’operazione, è stato l’utilizzo dei droni, che hanno bombardato dall’alto varie postazioni del campo.

Gli attacchi con droni non venivano usati per operazioni in Cisgiordania da anni, prima che il governo israeliano di estrema destra guidato da Benjamin Netanyahu non ne riprendesse l’utilizzo questo mese. L’esercito ha detto di aver colpito un «quartier generale militare» usato da un gruppo armato locale e di aver poi compiuto bombardamenti mirati su vari obiettivi all’interno del campo.

Alcuni testimoni palestinesi hanno descritto l’operazione come molto più indiscriminata. Khaled Alahmad, un autista di ambulanze, ha detto a Reuters che nel campo di Jenin c’era «una guerra vera» e ha detto: «Ogni volta che uscivano ambulanze, dai cinque ai sette veicoli, tornavano piene di persone ferite».

I gruppi di combattenti palestinesi all’interno del campo hanno comunque risposto violentemente all’operazione. I membri locali del gruppo del Jihad Islamico, che sono noti come Battaglione Jenin, hanno detto di aver attaccato numerosi mezzi corazzati israeliani con armi esplosive.

Il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant si è congratulato con le forze di sicurezza per l’operazione e ha assicurato che Israele si “prepara per ogni scenario” mentre “osserva da vicino le azioni dei nemici”. L’operazione arriva dopo che ieri sera Netanyahu ha incontrato il suo gabinetto di sicurezza, incluso Gallant; il capo di stato maggiore, Hezi Halevi o quello dello Shin Bet, Ronen Bar- per discutere della situazione in Cisgiordania.

La testimonianza di Msf

“A Jenin, in Cisgiordania, un nostro team sta fornendo assistenza medica in seguito al raiddelle forze israeliane che ha causato almeno 7 morti e 37 feriti, il più massiccio attacco nell’area dal 2002.

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Il raid,, avvenuto via terra e per via aerea, ha causato danni anche alle strutture sanitarie. Diverse bombole di gas lacrimogeno sono cadute nel cortile dell’ospedale Khalil Suleiman, dove dalle 2 del mattino i nostri team stanno curando i pazienti con ferite da arma da fuoco. Inoltre, i bulldozer militari hanno distrutto le strade che portano al campo profughi di Jenin, impedendo alle ambulanze di raggiungere i pazienti che necessitano di cure.

I raid a Jenin stanno diventando sempre più frequenti e sempre più intensi. Abbiamo visto diversi pazienti con ferite da arma da fuoco alla testa e abbiamo ricevuto 37 pazienti feriti. Le dichiarazioni delle forze israeliane secondo cui vengono prese di mira solo le infrastrutture militari sono in netto contrasto con quello che vediamo: l’ospedale dove stiamo curando i pazienti è stato colpito da gas lacrimogeni”, dice Jovana Arsenijevic, Coordinatrice del programma di Medici senza frontiere a Jenin. 

Qual è il vero obiettivo?

Di grande interesse è l’analisi a caldo di Anshel Pfeffer, firma storica di Haaretz: “Qual è l’obiettivo dell’operazione israeliana a Jenin, iniziata poco dopo la mezzanotte di lunedì? La risposta dipende da chi informa i giornalisti. Secondo fonti politiche di alto livello, che si sono affrettate a rilasciare dichiarazioni anonime, l’obiettivo è quello di “porre fine al ruolo di Jenin come rifugio sicuro per il terrorismo” e di “preparare il terreno per il ritorno dell’Autorità Palestinese a Jenin”. Per raggiungere questo obiettivo, l’operazione “durerà tutto il tempo necessario”. Una serie di obiettivi leggermente diversi emerge dai briefing degli ufficiali delle Forze di Difesa israeliane. Secondo loro, si tratta di una “operazione limitata contro le infrastrutture del terrore”, la cui durata è attualmente prevista “tra le 24 e le 48 ore”. I militari hanno anche tenuto a sottolineare che, pur essendo più grande in termini di scala e di potenza di fuoco rispetto ai raid precedenti, questa rimane una di una serie, limitata all’area del vecchio campo profughi di Jenin, che si estende per meno di un chilometro quadrato. Le sfumature tra il livello politico e quello militare non sono casuali. In sostanza, questa operazione è un compromesso tra la preferenza dell’Idf di continuare con l’attuale strategia di raid su scala relativamente piccola a Jenin, che di solito si concludono nel giro di poche ore, e la richiesta degli elementi di estrema destra del governo di Benjamin Netanyahu di quella che il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir ha descritto come “un’operazione militare, per abbattere edifici, sterminare i terroristi – non uno o due, ma decine e centinaia, se necessario migliaia”.

Un’operazione più ampia a Jenin è stata presa in considerazione da più di un anno, da quando l’Autorità Palestinese ha perso il controllo della città e il suo campo profughi è diventato un centro di bande armate palestinesi, che compiono attentati sia in Cisgiordania che in Israele. Ma l’Idf non ha raccomandato un’operazione di questa portata e nemmeno i tre primi ministri di questo periodo – Naftali Bennett, Yair Lapid e ora Netanyahu – hanno fatto pressioni in tal senso. Il rischio di una potenziale escalation e di pesanti perdite ha pesato contro di essa.

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Tutto è cambiato due settimane fa, quando un altro dei raid di routine è andato storto. La “Brigata Jenin” ha sorpreso l’Idf utilizzando ordigni esplosivi più grandi e sofisticati di quelli visti in passato, che sono riusciti a immobilizzare i veicoli blindati. Sette palestinesi sono stati uccisi durante le lunghe operazioni di estrazione delle forze israeliane, e gli ufficiali dell’Idf hanno ammesso che il bilancio delle vittime avrebbe potuto essere molto più alto, da entrambe le parti. Tornare a Jenin, questa volta con forze molto più numerose, per arrestare i fabbricanti di bombe e distruggere i loro laboratori divenne una priorità operativa.


Due giorni dopo è avvenuta la sparatoria nei pressi di Eli, in cui sono stati uccisi quattro coloni israeliani. Mentre la sparatoria sembra essere stata una vendetta per quanto avvenuto a Jenin, gli autori (che sono stati uccisi) non provenivano da Jenin e sembra che lavorassero in modo indipendente. Questo non importava ai coloni e ai loro rappresentanti nel gabinetto di Netanyahu. Anche loro volevano sangue e vedere grandi forze israeliane operare alla luce del giorno nelle città palestinesi.
L’operazione che ne è scaturita, con l’intera brigata per le operazioni speciali di Oz, insieme ad elementi di altre unità e alla costante copertura aerea da parte dei droni, è probabilmente più grande di quanto l’Idf avrebbe previsto se non avesse dovuto fornire anche uno spettacolo pirotecnico per i politici. Certamente non è quello che Ben-Gvir e i suoi fanatici sostenitori hanno chiesto, ma almeno permette a Netanyahu di sembrare che stia agendo con decisione e ai suoi partner di affermare di aver cambiato il paradigma. I coloni hanno trascorso la maggior parte delle ultime due settimane a criticare i generali per non aver fatto abbastanza contro il terrorismo. Resta da vedere se saranno soddisfatti se l’operazione andrà secondo i piani e se l’Idf si ritirerà rapidamente, senza aver causato la scala di distruzione che avevano immaginato”.

Racconta in diretta Michele Giorgio, corrispondente de Il Manifesto da Gerusalemme: “Nelle ultime ore dozzine di persone sono state arrestate e decine di case perquisite. Tiratori scelti sono stati disposti sui tetti di decine di case. Sono stati inoltre lanciati almeno 15 attacchi con droni ed elicotteri contro edifici che Israele descrive come «centri di comando dei gruppi armati», depositi di armi e di esplosivi. Le ruspe militari inoltre stanno distruggendo le strade che portano al campo profughi ostacolando l’arrivo dei mezzi di soccorso. Gran parte del campo profughi è senza corrente elettrica.


I combattenti palestinesi rispondono con il fuoco di armi automatiche e hanno fatto esplodere un ordigno sotto un bulldozer provocando però solo danni. I palestinesi uccisi sono almeno otto: Samih Abu al-Wafa, Hussam Abu Dhiba, Aws al-Hanoun, Nour al-Din Marshoud, di tre non si conosce ancora l’identità. Una trentina i feriti, di cui sette in condizioni critiche. Non ci sarebbero vittime tra i militari israeliani. Un altro palestinese è stato ucciso la scorsa notte ad Al Bireh (Ramallah) durante le proteste iniziate in vari centri abitati dopo l’avvio dell’offensiva contro Jenin. Dall’inizio dell’anno in Cisgiordania sono stati uccisi circa 130 palestinesi, non pochi dei quali civili, e oltre venti soldati e coloni israeliani. L’attacco è scattato poco dopo la mezzanotte dal posto di blocco di Al-Jalama. Droni ed elicotteri hanno iniziato a effettuare raid aerei mentre dozzine di veicoli sono entrati a Jenin. Ron Ben Yishai, il commentatore militare del quotidiano Yedioth Ahronoth, ha riferito che l’attacco alla città palestinese era stato pianificato un anno fa. I combattenti di Jenin, ha aggiunto, si sono preparati per l’arrivo di forze corazzate israeliane ma sono stati sorpresi dai raid aerei. I gruppi armati da parte loro fanno sapere che «resisteranno all’aggressione israeliana». Hamas e il Jihad Islami hanno esortato a respingere l’attacco. Resta aperta la possibilità che dalla Striscia di Gaza vengano lanciati razzi verso Israele se l’operazione militare non cesserà in tempi brevi…”.

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Il portavoce del presidente palestinese Abu Mazen, Nabil Abu Rudeinah, ha parlato di crimine di guerra: “Ciò che il governo di occupazione israeliano sta facendo a Jenin è un nuovo crimine di guerra contro il nostro popolo indifeso”, ha detto citato dall’agenzia Wafa, invitando “la comunità internazionale a rompere il suo vergognoso silenzio e ad agire seriamente per costringere Israele a fermare la sua aggressione”.  Dura la risposta di al-Fatah, che ha accusato Israele di aver lanciato un “attacco barbaro” contro la città, che non dissuaderà l’organizzazione dal continuare a “difendere il popolo palestinese fino all’indipendenza e la libertà”.

Il sangue che verrà versato determinerà la fase successiva”, ha avvertito il capo politico di Hamas Ismail Haniyeh, mentre la Jihad islamica ha dichiarato che “tutte le opzioni” sono sul tavolo, assicurando che la “resistenza palestinese e le brigate Al-Quds risponderanno per fermare questo massacro”. 

Sostegno alle forze armate impegnate nel nord della Cisgiordania è arrivato dall’opposizione israeliana: “Siamo tutti con voi”, ha twittato il leader di Yesh Atid, Yair Lapid, parlando di una “azione giustificatacontro l’infrastruttura terroristica”. Sulla stessa linea Benny Gantz, ex capo di Stato maggiore e leader di Unità Nazionale: “Siamo tutti un unico fronte contro il terrore”, ha assicurato.

Da parte sua, la leader dei laburisti Merav Michaeli ha incolpato i “precedenti governi guidati da Netanyahu” per la situazione a Jenin che è “il risultato del rafforzamento di Hamas e dell’indebolimento dell’Autorità nazionale palestinese”.

Questa è “la politica di lunga data che ci sta esplodendo in faccia”, ha aggiunto, ribadendo che “la vera sicurezza può essere raggiunta solo attraverso un accordo diplomatico”.

Allarme dell’Onu 

Dura invece la condanna di Giordania, Egitto ed Emirati Arabi Uniti mentre l’inviato speciale Onu, Tor Wennesland, ha lanciato l’allarme per un’escalation “molto pericolosa”, esortando tutte le parti ad “assicurare che la popolazione civile sia protetta”.

La coordinatrice Onu nelle zone palestinesi, Lynn Hastings, si è detta “allarmata dalla portata delle operazioni israeliane” in un campo profughi densamente popolato.

Jenin si appresta a vivere una notte di fuoco. Il massacro continua.

Nel silenzio complice della comunità internazionale.

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