Palestina: morire a Jenin, il cuore della resistenza all'occupazione israeliana
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Palestina: morire a Jenin, il cuore della resistenza all'occupazione israeliana

Qassam Faisal Abu Sariya, di 29 anni, Khaled Azzam Asa'sah e Qais Majdi Jabareen, di 21, Ahmad Daraghmeh, di 19 e Ahmad Youssef Saqr, di 15, sono morti subito o poche ore dopo l’attacco sferrato dalle forze di occupazione la mattina presto del 19 giugno

Palestina: morire a Jenin, il cuore della resistenza all'occupazione israeliana
Jenin
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

27 Giugno 2023 - 19.16


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Morire a Jenin.

Qassam Faisal Abu Sariya, di 29 anni, Khaled Azzam Asa’sah e Qais Majdi Jabareen, di 21, Ahmad Daraghmeh, di 19 e Ahmad Youssef Saqr, di 15, sono morti subito o poche ore dopo l’attacco sferrato dalle forze di occupazione la mattina presto del 19 giugno nel campo profughi e nella città di Jenin, secondo la solita modalità per cui si colpisce e si terrorizza la popolazione civile palestinese con la scusa di cercare qualche cittadino giudicato “sospetto” da Israele.

Amjad Aref Abu Jaas, di 48 anni, è deceduto il giorno dopo per le ferite riportate durante l’aggressione. Era stato colpito all’addome da un proiettile e si era visto subito quanto le sue condizioni fossero gravi, ma la speranza era che il suo destino fosse diverso da quello del figlio Wasim, ucciso a 22 anni nello stesso luogo e dallo stesso esercito, lo scorso 26 gennaio, quando i morti erano stati 11. Una speranza che ha accompagnato anche l’agonia di Sadil Ghassan Turkman, la ragazza di 15 anni a cui gli israeliani hanno sparato alla testa e che ha lottato due giorni per sopravvivere ma poi non ce l’ha fatta. Non scandalizza nessuno il fatto che per arrestare una persona anche solo sospetta Israele non esiti ad ucciderne 7 intorno a lei. D’altra parte, il dispiegamento di forze parlava chiaro: oltre ai 120 veicoli militari penetrati con violenza nella città, alle decine di cecchini piazzati sui tetti delle case, alle granate stordenti e ai lacrimogeni, nei cieli di Jenin si è visto perfino un elicottero Apache che ha cominciato a sparare razzi sulla popolazione, secondo una modalità senza precedenti in Cisgiordania da almeno vent’anni.

Non sorprende, allora, che oltre ai morti ci siano stati almeno 91 feriti, di cui 22 gravi. I giornalisti presenti sul posto hanno raccontato che la postazione della stampa è stata bersagliata dalle pallottole per allontanare i testimoni di quanto stava accadendo e che diversi colleghi sono stati colpiti nei pressi del luogo dove è stata uccisa la famosa giornalista Shireen Abu Akleh nel maggio del 2022, nonostante esibissero (come lei) la scritta “stampa” sul giubbotto. Per quanto riguarda i soccorsi, secondo il responsabile dell’informazione della Mezzaluna Rosa Palestinese (PRCS), almeno quattro ambulanze sono state “direttamente prese di mira dalle forze israeliane”, che hanno causato seri danni ai mezzi. In questo modo, è stato inizialmente negato l’accesso alle squadre mediche, che sono arrivate in ritardo per curare i feriti gravi. Nel frattempo, la Ministra della Salute Mai Al-Kaila ha chiesto a tutti di inviare urgentemente agli ospedali di Jenin medicinali, materiale per medicazioni e sacche di sangue per le trasfusioni. 

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Sono 174 i palestinesi uccisi da Israele dall’inizio dell’anno. Evidentemente non abbastanza per il Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, leader del partito di estrema destra “Sionismo religioso”, il quale subito dopo questo massacro ha scritto su Twitter che “bisogna farla finita con le azioni  individuali e lanciare una più vasta operazione antiterrorismo nel nord della Samaria”, cioè in Cisgiordania. Sicuramente troppo pochi per il Ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, che ha intenzione di eliminare “non uno o due, ma decine, centinaia, e se necessario anche migliaia” di palestinesi. 

Giustamente, la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite per i Diritti Umani nei Territori Palestinesi, Francesca Albanese, ha lanciato un grido d’allarme: “I palestinesi sotto occupazione israeliana hanno bisogno di protezione. La brutalità – sia essa proveniente dai coloni israeliani o dall’esercito – non si fermerà, semplicemente perché il sistema non è progettato per proteggere i palestinesi. Piuttosto il contrario. Le semplici parole di condanna non hanno senso”. 

L’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione dei Rifugiati Palestinesi nel Vicino Oriente (UNRWA) ha deplorato, in particolare, l’uccisione da parte dell’esercito israeliano dei due quindicenni che frequentavano le scuole UNRWA del campo profughi di Jenin, dichiarando che quest’anno si è già registrato il più alto numero di rifugiati e di minori rifugiati uccisi dal 2005 e chiedendo “misure immediate per evitare un’ulteriore escalation di violenza all’interno dei campi profughi e prevenire ulteriori perdite di vite umane”. 

Perfino all’interno dell’esercito israeliano qualcuno sembra essere d’accordo, se è vero che quattro soldati hanno fatto circolare un video in cui esprimevano il proprio disprezzo per Israele e il proprio sostegno a Jenin e alla causa palestinese. Il fatto che siano stati poi arrestati e condannati a 30 giorni di reclusione conferma il valore del loro gesto. 

Se la fine degli aiuti è peggio delle bombe 

Secondo il Programma Alimentare Mondiale (PAM), il 64% degli abitanti di Gaza soffre di insicurezza alimentare. Ciò significa che due persone su tre fanno fatica a procurarsi da mangiare. Fino ad oggi, se passavano una selezione, le famiglie venivano inserite in un elenco che permetteva loro di 

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utilizzare una tessera del supermercato che assegnava ad ogni membro di quel nucleo familiare 10,30 dollari al mese. Tuttavia, l’11 maggio il PAM ha comunicato che, a partire dal mese di giugno, 200.000 persone che ricevevano aiuti alimentari, pari al 60% delle persone che l’agenzia ONU assiste in Palestina, non avrebbe più ricevuto assistenza alimentare “a causa di una grave carenza di finanziamenti”. Entro agosto, poi, “se non riceverà 

nuovi finanziamenti, il PAM sarà costretto a sospendere completamente le sue attività in Cisgiordania e a Gaza”. Il risultato sarà che a Gaza – dove il tasso di disoccupazione si attesta al 45,3% e dove avere un lavoro spesso non offre una protezione sufficiente contro la povertà, considerando che l’88% dei dipendenti viene pagato meno del salario minimo legale stabilito dall’Autorità Nazionale Palestinese (pari a 500 dollari al mese) – molte famiglie verranno ridotte alla fame.  Prendiamo ad esempio la famiglia di Ammar Banat, per cui maggio è stato un mese estremamente crudele. In primo luogo, ha appreso che il PAM stava per porre fine agli aiuti alimentari da cui dipende; poi ha ricevuto una telefonata che chiedeva di evacuare la casa nella zona di Beit Lahiya, nel nord della Striscia, poiché stava per essere bombardata dall’esercito israeliano. L’abitazione è stata effettivamente distrutta e ora la famiglia è costretta a vivere in un magazzino. Ebbene, per Ammar, la notizia che gli aiuti sarebbero stati tagliati è stato un “colpo più duro” dell’essere rimasto senza casa. Lui è disoccupato e padre di sei figli. Ultimamente l’unico lavoro che riesce a trovare è quello di bracciante agricolo. Un lavoro a dir poco irregolare: viene assunto per un giorno e resta a casa i successivi dieci. Per circa sette anni, lui e la sua famiglia hanno ricevuto mensilmente dal PAM un paniere alimentare composto da generi di prima necessità come farina, zucchero, sale e olio da cucina. Questo aiuto era altrettanto vitale per il fratello Faraj che, rimasto come Ammar senza casa dopo l’attacco israeliano di maggio, ha descritto l’effetto combinato dei bombardamenti e del taglio agli aiuti come “un peso impossibile da sopportare”. “Non ho soldi per nutrire i miei figli”, ha detto semplicemente. 

Anche Salwa Warsh Agha vive a Beit Lahiya con i suoi due bambini. “La vita a Gaza è difficile”, spiega. “Non potevo permettermi cure mediche e ora soffro di ipertensione”. Lo stress aggrava i suoi problemi di salute. Incapace di pagare le bollette dell’elettricità, cerca di respingere la prospettiva di essere arrestata per debiti. “Vivo già nella disperazione”, dice.

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Per Samah Al-Qanou, che di figli ne ha tre, l’annuncio della riduzione degli aiuti è stato “come una condanna a morte”. “Questa tessera mi dà la speranza di poter procurare qualcosa da mangiare per la mia famiglia, è una piccola somma, ma certo è meglio di niente”, ammette invece Ameen Qaddoum. Lui lavorava come facchino, ma è disoccupato da oltre 17 anni. E’ a capo di una grande famiglia di 6 figli, ma solo due di loro possono andare a scuola a causa della loro grave situazione economica. Il più grande, Salama, di 17 anni, ha abbandonato gli studi già da anni. Il 29 maggio Ameen ha ricevuto un messaggio dal PAM che gli comunicava che il suo aiuto mensile sarebbe stato temporaneamente sospeso a partire dal mese successivo. “Tutte le volte che crediamo ci sia qualche speranza siamo lasciati a morire di fame. Ma non dovrei lottare per il cibo se non fossimo sotto occupazione”, spiega addolorato. Il blocco totale imposto da Israele ha portato a difficoltà enormi. Le famiglie di Gaza sostenute dal PAM ricevono un ammontare totale di 3 milioni di dollari, in collaborazione con 300 supermercati della Striscia. Con i tagli, anche questi supermercati saranno colpiti negativamente e saranno costretti a licenziare gran parte dei dipendenti. “Io ho più di 10 famiglie a cui sono stati sospese le tessere e tutte mi hanno chiesto di dar loro cibo a debito finché il PAM non fornirà nuovamente gli aiuti”, dice Mohammed Ziad, gestore di un supermercato ad Al- Shuja’iyya, dove vive anche Ameen, nella periferia est della città di Gaza. “Non ho altra scelta che dare loro quello di cui hanno bisogno. Sono miei clienti e io devo sostenerli in queste condizioni. Ma ciò influirà negativamente sul mio supermercato, in quanto non sarò in grado di comprare nuovi prodotti”.  “A mali estremi, estremi rimedi”, ha dichiarato Samer Abdel Jaber, Rappresentante del PAM in Palestina, esortando i governi e le imprese a colmare senza indugio il deficit di finanziamento. “Il continuo sostegno dei donatori ci ha permesso di fornire un’ancora di salvezza vitale ai palestinesi e di costruire soluzioni alimentari sostenibili in Palestina”, ha affermato. “È essenziale, ora più che mai, garantire che i nostri sforzi non vengano interrotti”. 

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