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Migranti, il 'libro nero' dei respingimenti: la vergogna dell'Europa

La Sinistra al Parlamento europeo ha presentato il Libro nero dei respingimenti: più di 3.000 pagine che descrivono la violenza sistematica che si svolge alle frontiere dell'Europa

Migranti, il 'libro nero' dei respingimenti: la vergogna dell'Europa
Migranti

Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

8 Dicembre 2022 - 15.01


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Quattro volumi. Tremila pagine che inchiodano l’Europa. Un possente atto d’accusa che il Pm di una “Norimberga del Mediterraneo” dovrebbe esibire come prova documentale, circostanziata, contro esecutori e mandati dei crimini contro l’umanità compiuti contro una moltitudine di disperati in fuga da guerre, pulizie etniche, stupri di massa, regimi sanguinari, disastri ambientali, povertà assoluta…

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Il “Libro nero”. 

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Di questi crimini Globalist ne ha dato conto in una miriade di articoli, report, interviste, testimonianze. Del Libro nero ne scrivono Giacomo Galeazzi su La Stampa e Benedetta Perilli per La Repubblica.

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Scrive Galeazzi: “L’inferno quotidiano che affrontano donne, uomini e bambini in transito alle porte dell’Unione europea. La Sinistra al Parlamento europeo presenta il Libro nero dei respingimenti: più di 3.000 pagine che descrivono la violenza sistematica che si svolge alle frontiere dell’Europa. I quattro volumi di questo Libro nero sono pieni di testimonianze di persone in movimento che sono state picchiate, prese a calci, umiliate e detenute arbitrariamente prima di essere respinte illegalmente, sia alle frontiere esterne dell’UE, sia all’interno del territorio dei suoi Stati membri. «Non si tratta di episodi sporadici. La quantità di orrori documentati in questi volumi non lascia dubbi sulla natura sistematica dei respingimenti alle frontiere europee», spiegano gli autori dell’inchiesta. Prima del “Libro nero dei respingimenti”, nell’ambito dell’iniziativa Protecting Rights at Borders è stato pubblicato il rapporto trimestrale sui respingimenti illegali ai confini dell’Unione europea da gennaio ad marzo 2022.E gli orrori descritti erano simili. Solo nei primi 3 mesi del 2022, infatti, l’iniziativa Protecting Rights at Borders (Prab) ha registrato quasi duemila casi di “respingimenti” alle varie frontiere in Italia, Grecia, Serbia, Bosnia-Erzegovina, Macedonia settentrionale e Ungheria, effettuati sulla base di accordi bilaterali tra i Paesi, che hanno portato questi ultimi a eludere le proprie responsabilità e a respingere i gruppi indesiderati al di fuori dell’UE. Il monitoraggio anche quest’anno come per il 2021 conferma come la cooperazione informale tra Stati abbia impedito a migliaia di donne, uomini e bambini di cercare protezione in Europa. L’accesso effettivo alla protezione temporanea in alcuni Stati membri dell’UE si è rivelato più difficile per i cittadini di Paesi terzi, anch’essi in fuga dall’Ucraina, che hanno dovuto affrontare respingimenti alle frontiere interne ed esterne dell’UE. I respingimenti da parte della Croazia, riconosciuti in recenti sentenze, sono arrivati fino alla sospensione dei trasferimenti di Dublino. Con la guerra in Ucraina migliaia di persone hanno cercato protezione in Europa, con una solidarietà senza precedenti da parte degli Stati membri. Per migliaia di “altri”, tuttavia, la protezione nell’UE rimane per lo più irraggiungibile. 

Contraddizioni
La risposta «calorosa e accogliente» data ai 4 milioni di ucraini in fuga dal conflitto fa purtroppo da contraltare alle «violazioni commesse contro rifugiati, richiedenti asilo e migranti provenienti da altre parti del mondo». Anzi, proprio mentre i «respingimenti» di queste persone stavano «diventando sempre più visibili, ora rischiano di essere oscurati dalle conseguenze della guerra in Ucraina». È il drammatico paradosso da cui parte la «raccomandazione» di Dunja Mijatovic, dal 2018 Commissioner for Human Rights del Consiglio d’Europa, con il mandato di promuovere il rispetto dei diritti umani nei 46 Stati membri dell’organizzazione (oltre a quelli Ue, ci sono gli Stati balcanici Albania, Bosnia o Croazia e diverse ex repubbliche sovietiche come Azerbaigian, Georgia e la stessa Ucraina). Un documento dal titolo emblematico: «Spinto oltre i limiti. Quattro aree di azioni urgenti per porre fine alle violazioni dei diritti umani ai confini d’Europa». Migliaia di violazioni documentate. In diversi Stati membri del Consiglio d’Europa, a dispetto degli obblighi a cui sono soggetti – denuncia il documento – «respingere rifugiati, richiedenti asilo e migranti è una politica ufficiale». Mentre «in altri Stati, nonostante le smentite delle autorità nazionali» ci sono «prove credibili» che sia «una pratica consolidata». Il documento conferma quanto denunciato in questi anni da Ong, enti umanitari e media internazionali, compreso Avvenire. Sulla rotta balcanica, si contano migliaia i casi di persone intercettate sul territorio croato, portate vicino al confine, lasciate nei boschi e costrette con «l’uso di minacce e abusi a camminare oltre il confine di nuovo in Bosnia-Erzegovina». Il solo Danish refugee council ha riportato «30.309 incidenti di respingimento fra dicembre 2019 e settembre 2021», in diversi casi con «l’uso eccessivo di violenza». A sua volta, l’Acnur ha documentato nel 2020 il respingimento di 2mila persone dalla Croazia alla Serbia. Poi c’è il capitolo Ungheria, dove dal 2016 al 2020 (mentre erano in vigore «misure di respingimento» poi bocciate dalla Corte di Giustizia Ue) sono state respinte 50mila persone. Ma da allora, anziché fermarsi, «il loro numero è aumentato in modo significativo, con altri 71.470 respingimenti dall’Ungheria alla Serbia in corso nel 2021». La catena dei respinti. Nell’elenco dei “respingitori”, compaiono diversi Paesi europei, come Austria, Francia, Spagna, Romania, Grecia, in una catena che respinge potenziali rifugiati e richiedenti asilo da un Paese all’altro, uomini, donne e bambini fatti rimbalzare come pacchi postali. Fra Polonia e Bielorussia, nel novembre 2021, Mijatovic si è recata di persona, accertando come la «pratica dei respingimenti» è stata ripetuta e sistematica», esponendo «le persone a un rischio di tortura o trattamenti degradanti da parte degli agenti bielorussi.

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Caso Italia
L’Italia non è indenne: «Tra maggio e dicembre 2020, l’Italia avrebbe inviato almeno 1.300 persone in Slovenia, sulla base di una procedura di riammissione informale, senza valutazioni individuali». E ancora, «secondo quanto riferito, lungo la costa adriatica, l’Italia sta ancora inviando persone in Grecia, nonostante la sentenza Sharifi della Corte europea dei diritti dell’uomo»: fra gennaio e metà aprile 2020, «circa 400 respingimenti». E altri sarebbero stati «registrati anche dall’Italia alla Croazia e all’Albania». Infine, un altro tasto dolente, che il documento definisce «i frequenti pullbacks nel Mediterraneo, in particolare quelli alla Libia, resi possibili grazie al sostegno italiano». La raccomandazione ai governi. I respingimenti non debbono avere «posto in Europa», tanto meno in questo momento, incalza la commissaria. Invece, è la sua denuncia, alcune autorità degli Stati membri del Consiglio usano «l’arrivo di persone in fuga dall’Ucraina per giustificare la continuazione dei loro respingimenti illegali di altri rifugiati, richiedenti asilo e migranti». Non ci dovrebbero essere «doppi standard», è l’ammonimento, perché i diritti umani «valgono per tutti». La commissaria si appella agli Stati membri affinché rispettino gli obblighi in materia di diritti umani, rafforzino la trasparenza dei controlli di frontiera, «riconoscano i respingimenti come un problema europeo». E chiede ai «parlamentari» di mobilitarsi, sia come legislatori che come controllori, per opporsi a queste violazioni «gravi, crudeli e contraddittorie».

Fin qui Galeazzi.

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Le violenze nelle “terre di nessuno”

Annota a sua volta Perilli: “Sei le tipologie comuni di torture e trattamenti utilizzati durante i respingimenti ed emerse dallo studio: uso eccessivo e sproporzionato della forza; utilizzo delle pistole elettriche; obbligo di privarsi degli indumenti; minacce e violenze attraverso armi da fuoco; trattamenti inumani e degradanti all’interno delle vetture delle forze dell’ordine e all’interno delle stazioni di polizia. In tutti i Paesi sono stati registrati casi di percosse tramite manganelli, pugni, calci, aste di metallo, rami di albero e minacce con cani poliziotto. Violenze praticate da gruppi di agenti che possono durare anche ore. Delle 4040 testimonianze raccolte nel 2021 (per un totale di circa 11mila persone) la percentuale di soggetti che hanno dichiarato di non aver subito violenze è stata pari al 5,6. Cresce anche il numero di regioni di confine contese, chiamate zone neutre o terre di nessuno, che diventano luoghi di tortura delle persone “in movimento”. Negli ultimi due anni sono state raccolte 773 testimonianze per un totale di 16.138 persone coinvolte, di queste nel 2021 il 54% coinvolgeva anche dei minori, mentre nel 2022 soltanto nel 42% delle testimonianze erano coinvolti minorenni. 

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La testimonianza

Tra le testimonianze raccolte dalla Ong che si occupa di “people on the move” in Italia c’è quella di due minorenni afgani arrivati nel porto di Bari dalla Grecia dentro a un camion caricato su un traghetto. Scoperti da quelli che descrivono come “poliziotti di frontiera” in uniformi verdi e agenti greci hanno raccontato di essere stati spogliati, ammanettati e portati nella stazione di polizia portuale dove sono stati schiaffeggiati e insultati. “Ci urlavano contro, non capivamo cosa dicessero ma sembravano parolacce”. In varie occasioni i due domandano di poter fare richiesta di asilo per motivi politici in Italia mostrando un documento scritto in italiano ma gli agenti lo ignorano. “Voglio stare qui, voglio andare in un centro, voglio prendere asilo qui. Ho chiesto così tante volte di non rimandarmi in Grecia ma la polizia non mi ascoltava e non mi rispondeva. Ci hanno soltanto riportato sul traghetto”. I due raccontano di essere stati costretti a firmare dei documenti senza sapere cosa ci fosse scritto e senza l’aiuto di un interprete. Le loro richieste di cibo, acqua e bagni pubblici sono state ignorate. Poi sono stati riportati a bordo della nave dove sono stati chiusi in una stanza buia e fredda, con una bottiglia di acqua, qualche biscotto e senza toilette “per questo abbiamo dovuto fare i nostri bisogni nella stanza”. Arrivati vengono prelevati da agenti greci che li schiaffeggiano e chiudono in una stanza per quattro ore, sempre senza poter andare in bagno. Poi condotti in una stazione di polizia dove trovano una toilette. Infine, sempre senza interpreti, vengono costretti a firmare un foglio di espulsione con l’obbligo di lasciare la Grecia in tre mesi”. 

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Il decreto flussi

Di fronte a questa tragedia umana che non conosce soluzione di continuità, il governo Meloni pensa al decreto flussi. “Il decreto flussi – ha ricordato il titolare del Viminale, Matteo Piantedosi  – rappresenta solo un elemento della più ampia politica di gestione del fenomeno migratorio dispiegata dal governo e deve essere intesa in una ottica di governo delle dinamiche migratorie con un focus centrato sulle esigenze del mercato del lavoro e più in generale di sostenibilità dell’accoglienza e dell’immigrazione”.

Sui migranti l’Italia sta pensando ad accordi con “Paesi che accettano i rimpatri e che contrastano la migrazione clandestina, che potranno avere più permessi per i lavoratori nell’agricoltura e nell’industria”, gli fa eco .il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, dopo un incontro a Vienna con il suo omologo austriaco, Alexander Schallenberg. 

Il baratto è questo: hai più permessi per i lavoratori nell’industria e in agricoltura se t’impegni di più nel contrastare l’inesistente invasione di migranti. Non importa se i diritti umani verranno calpestati, se quei migranti verranno segregati in veri e propri lager. L’importante è fermarli. Ad ogni costo, con ogni mezzo. 

 Respingimenti senza sosta

Ne dà conto Stranieri in Italia. “Tra il 27 novembre e il 3 dicembre, 663 migranti che stavano tentando di oltrepassare il Mediterraneo sono stati riportati indietro dalle autorità libiche.

Se si analizza tutto il 2022 fino adesso, il numero sale a 21.457. 21.457 persone che sono state rimesse nelle mani dei trafficanti. “Questo significa anzitutto che le partenze dei barconi con centinaia di persone a bordo messe in mare dai trafficanti continuano ad avvenire a prescindere dalle presenze nel Mediterraneo delle navi delle Ong”, ha spiegato il deputato di +Europa Riccardo Magi. Inoltre “la fake news delle Ong come pull factor che sta cominciando a circolare nuovamente a destra in queste ore è nuovamente smentita”, ha poi sottolineato Magi. Nel frattempo, le due navi al centro delle discussioni con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi per la selezione dei migranti da far sbarcare, hanno ripreso la loro rotta. La Geo Barents e la Humanity 1, infatti, sono di nuovo in mare con l’obiettivo di riprendere i soccorsi già dal 1 dicembre. 

La dimostrazione che l’assenza delle Ong in mare a fermare gli sbarchi è Pozzillo. Negli ultimi 35 giorni, infatti, come sottolinea il sindaco Roberto Ammattuna, solo nel suo porto sono approdati 1.179 migranti tramite 12 sbarchi. “Numeri raddoppiati a fronte di una presenza delle Ong ridotta di circa il 90%.  Numeri che mostrano in maniera tangibile e inoppugnabile come il problema non siano le navi umanitarie. Anzi, dovremmo ringraziarle per l’opera di supplenza delle istituzioni che hanno svolto in questi anni. L’equazione Ong uguale polo di attrazione e incoraggiamento per le partenze si è dimostrata falsa: : i numeri non si possono smentire”, ha spiegato Ammattuna

Nel Mediterraneo, però, non ci si limita a contare il numero delle persone annegate e disperse a causa di una mancata “missione di recupero europea sulla rotta più pericolosa e letale delle migrazioni verso l’Europa”. Con il tacito rinnovo del Memorandum Italia-Libia, il nostro Paese si è anche preso l’impegno di fornire nuove motovedette alla Libia.  “Non è tollerabile che uno Stato dell’Unione europea continui a essere il mandante delle gravi violazioni dei diritti umani documentate da organizzazioni internazionali. E perpetrate dai libici ai danni dei migranti del Mediterraneo. Non è tollerabile che si fornisca supporto materiale e finanziario alla Guardia costiera locale. Il tutto in forza di un accordo che, peraltro, non è mai stato ratificato dal Parlamento”, ha commentato Magi a riguardo”.

Anche questo rientra a pieno titolo del “Libro nero” dei respingimenti. La vergogna dell’Europa. 

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