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Libia, il paradiso dei trafficanti di armi: e questo sarebbe un Paese 'pacificato'?

I conflitti e il proliferare di gruppi armati jihadisti ha dato nuovo impulso al traffico illegale di armi nel Sahel

Libia, il paradiso dei trafficanti di armi: e questo sarebbe un Paese 'pacificato'?
Milizie in Libia

Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

28 Novembre 2022 - 17.30


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Oltre che dei trafficanti di esseri umani, la Libia è da tempo il paradiso dei trafficanti di armi. 

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Armi a volontà

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Di grande interesse in proposito è un report di Angelo Ferrari per Agi. Scrive Ferrari: “I conflitti e il proliferare di gruppi armati jihadisti ha dato nuovo impulso al traffico illegale di armi nel Sahel. Un traffico che, secondo gli analisti del settore, prende le sue origini in Libia, ma coinvolge altre fonti di approvvigionamento.

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La conseguenza è un’escalation di violenze in tutta la regione. A certificarlo un rapporto della rivista Africa Defense Forum (Adf), che spiega come dopo una relativa diminuzione di questi traffici, la ripresa dei combattimenti, che si sono fatti sempre più cruenti nel Sahel, ha portato con sé la necessità, per i gruppi armati e i jihadisti della regione, di approvvigionarsi di nuove armi attraverso canali illegali e clandestini, ma anche attraverso attacchi diretti alle scorte degli eserciti regolari.

Secondo Hassane Koné, ricercatore senior presso l’Institute for Security Studies (Iss), “la presenza militare nel nord del Niger e lo scoppio della seconda guerra civile in Libia nel 2014 hanno rallentato il flusso di armi verso sud. Con l’aumento della domanda di armi in Libia, i gruppi jihadisti hanno guardato altrove, intensificando gli attacchi alle caserme dell’esercito in Burkina Faso, Mali e Niger per saccheggiare le loro scorte di armi e munizioni”. Tutto ciò è aggravato, inoltre e nonostante l’embargo sulle armi in Libia, dalla circolazione delle armi appartenenti alle ingenti scorte del regime di Gheddafi, che circolano in particolare nel Sahel. Non è un caso che molti dei gruppi armati ribelli e terroristici abbiano la loro zona di “rifugio” proprio in Libia.

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Secondo uno studio condotto da Conflict Armament Research (Car), un’organizzazione investigativa che monitora il movimento di armi, munizioni ed esplosivi nelle zone di conflitto, ci sono molte armi in circolazione all’interno e intorno al Sahel.

L’organizzazione stima in un rapporto che il 17% delle armi sequestrate ai ribelli legati a Boko Haram nel sud-est del Niger sono state dirottate dalle scorte in Ciad, Niger e Nigeria. Inoltre, le armi usate da gruppi estremisti in Burkina Faso e Mali sono state attribuite  anche ai soldati nazionali della regione. “Ci si possono aspettare vittime sul campo di battaglia, ma il rischio sorge quando le armi vengono recuperate da attori non autorizzati che possono quindi facilitarne l’uso improprio o dirottarle su altri scenari”, ha scritto Ashley Hamer, Field Investigator del Car, per Inkstick Media. Hamer, inoltre, stima che quasi la metà delle armi che continuano a circolare nel Sahel e che vengono utilizzate dai terroristi provengano da scorte statali dagli anni ’70 agli anni ’90.

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I ricercatori del Car affermano che le armi più recenti esaminate nei sequestri nel Sahel provengono generalmente da quattro fonti principali: traffico illegale attraverso la Libia, perdite sul campo di battaglia dovute a raid contro le forze di sicurezza in Burkina Faso, Ciad, Mali, Niger e Nigeria, pistole e fucili di contrabbando venduti al mercato nero dell’Africa settentrionale e occidentale, deviazione di armi da fuoco ed esplosivi legalmente importati nel Sahel.

Con l’aumento del traffico di armi nel Sahel, sono cresciute anche le risposte delle autorità governative, regionali e internazionali. Nel 2017 l’Unione Africana ha lanciato un’iniziativa denominata “Silenziare le armi” entro il 2020. Il termine è stato superato ed è stato prolungato al 2030. L’Unione Europea ha lanciato l’Operazione Irini nel 2020 per far rispettare l’embargo sulle armi imposto dall’Onu alla Libia dopo la seconda guerra civile libica. L’organizzazione internazionale di polizia Interpol è riuscita ad arginare il proliferare del traffico illegale di armi in Africa attraverso la collaborazione con Afripol e l’Onu. A giugno, l’operazione Trigger VIII ha recuperato 480 armi da fuoco, identificato e smantellato 14 reti criminali organizzate e ha visto arrestare 42 persone per reati connessi al traffico di armi da fuoco.  

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Gli esperti  – conclude Ferrari – raccomandano una maggiore trasparenza e collaborazione nel rintracciare il materiale sequestrato, tra produttori, autorità di importazione ed esportazione, forze dell’ordine e investigatori forensi”.

Il generale testa i missili

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Otto marzo 2022. Da un report di Agenzia Nova: “Il primo battaglione missilistico dell’autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) guidato dal generale Khalifa Haftar ha annunciato oggi la conclusione delle sue esercitazioni che hanno visto il test di missili balistici con gittata fino a 300 chilometri. Secondo quanto riporta il portale libico “Al Marsad”, i test sono avvenuti a Soluq, cittadina situata a circa 50 chilometri a sud di Bengasi, con i missili che sono stati lanciati verso bersagli piazzati a sud della città di Tobruk, distante circa 300 chilometri. Dai video apparsi in rete non è chiaro quale tipologia di missile sia stata impiegata per i test dell’Lna. Da una prima analisi il sistema missilistico testato – piattaforma motorizzata e vettore – sembrerebbe basato sul sovietico R-17/Scud-B (Elbrus) probabilmente parte del vecchio arsenale di Muammar Gheddafi di cui sono entrati in possesso i ribelli della Cirenaica durante la rivoluzione del 2011 poi confluiti nell’Lna di Haftar. Durante le rivolte armate del 2011, le forze fedeli a Gheddafi lanciarono un missile Scud-B contro le forze ribelli della Cirenaica. Tuttavia, a causa di problemi di messa a punto dei sistemi (mai del tutto portati a termine dall’allora regime) i missili non riuscirono a colpire infrastrutture di rilievo strategico, mettendo in discussione le condizioni e l’utilità dell’arsenale rimanente. Il programma missilistico libico durò con fasi alterne dagli anni ’70 fino al 2003, quando Gheddafi acconsentì a rinunciare allo sviluppo di armi di distruzione di massa e programmai correlati per migliorare le sue relazioni con i partner europei e con gli Stati Uniti. In questo lungo periodo, Gheddafi acquistò diversi sistemi missilistici a corto e medio raggio dall’Unione sovietica, in particolare gli Scud-B e i Frog-7 per avviare un programma interno di produzione. In circa 25 anni la Libia importò materiali da vari Paesi del mondo tra cui Cina, Corea del Nord, Germania, Serbia, Iraq e Iran. Durante l’apice del suo programma missilistico, la Libia di Gheddafi possedeva missili capaci di una portata massima e di un carico utile rispettivamente di 500 chilometri e 700 chilogrammi. Gheddafi cercò inoltre di portare Israele all’interno del suo raggio d’attacco acquisendo missili Nodong nordcoreani e sponsorizzando progetti di produzione indigeni dei sistemi Al-Fatah (iraniano) e Condor-2 (programma sviluppato negli anni ’70 da Argentina, Egitto e Iraq).

Dopo la rinuncia di Gheddafi a proseguire allo sviluppo di missili balistici, nel 2004, esperti degli Stati Uniti e del Regno Unito hanno contribuito a rimuovere i componenti critici dell’infrastruttura missilistica della Libia, incluse parti di sistemi Scud-C, non testati e i componenti di guida. Le ispezioni degli esperti britannici e statunitensi rivelarono che la ricerca di Gheddafi di migliorare le capacità dei missili balistici non aveva avuto successo. Dopo la rinuncia alle armi di distruzione di massa, il regime libico di Gheddafi convertì la maggior parte del suo arsenale Scud-B in armi difensive a corto raggio, impegnandosi formalmente a eliminare sistemi in grado di lanciare missili con gittata di 300 chilometri, con un carico utile di 500 chilogrammi e dotati di sistema di guida autonoma.

In base a quanto riferito dai rapporti dell’organizzazione con sede negli Stati Uniti Iniziativa contro le minacce nucleari (Nuclear Threat Initiative), dopo la caduta di Gheddafi negli arsenali libici erano anzitutto presenti i sistemi completi acquistati direttamente dall’Unione sovietica. Al 2015, le Forze armate libiche schieravano quattro brigate Ssm (missili superficie-superficie) con missili Scud-B e circa 40 razzi Frog-7 che, versavano già nel 2011 in pessime condizioni a causa della mancanza di manutenzione”.

Le armi del sultano

Antonio Mazzeo è uno degli analisti e giornalisti più seri e preparati nel campo pacifista per ciò che concerne documentate rivelazioni su tutto ciò che riguarda gli armamenti, produzione, collocazione, traffici. Scrive Mazzeo, giugno 2022, su Africa ExPress: Armi, armi e ancora armi turche alla Libia, mentre le ricostituite forze armate libiche vanno ad addestrarsi in Turchia. Nei mesi segnati dall’aggressione russa all’Ucraina si intensificano i programmi di riarmo del martoriato paese nord-africano, grande sponsor il regime del presidente-sultano Recep Tayyp Erdogan.

Secondo quanto riportato da Libya Observer le autorità di Tripoli avrebbero ordinato alla Turkish Aerospace Industries (TAI) un imprecisato numero di addestratori armati “Hürkuş-C” per la formazione al volo degli allievi piloti dell’Accademia Aeronautica di Misurata.

Libya Observer ritiene che l’accordo sarebbe stato raggiunto a metà maggio nel corso di un vertice a Tripoli tra il capo di Stato maggiore delle forze aeree libiche, il generale Muhammad Gojil, e una delegazione della Turkish aerospace company (TUSAŞ). Oltre alla fornitura degli aerei-addestratori, Ankara si farà carico dell’assistenza e della preparazione tecnica del personale militare libico.

L’Hurkus è un velivolo ad ala bassa progettato come addestratore di nuova generazione e per l’attacco leggero e la ricognizione armata. Alimentato da un motore turboelica PT6A-68T, può raggiungere la velocità massima di crociera di oltre 570 km/h e un’autonomia di quasi 1.500 km. Ha una capacità di trasporto sino a 1.500 Kg di sistemi d’arma aria-superficie. “L’Hurkus-C è dotato di un sensore a infrarossi (FLIR) e può essere armato con missili anticarro L-UMTAS, razzi a guida laser Cirit, bombe, pod con mitragliatrici da 12,7 mm e cannoncini da 20 mm”, spiega Analisi Difesa. Il velivolo è in dotazione all’Aeronautica Militare turca mentre una dozzina di esemplari sono stati ordinati dalle forze armate del Niger.

Prima dell’accordo sugli addestratori armati, il regime di Ankara aveva espresso pubblicamente l’intenzione di rafforzare la cooperazione militare-industriale con la Libia. Il 2 dicembre 2021, la portavoce del Ministero della Difesa, Pinar Kara, aveva 

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