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Biden in Israele, carico di "doni" in un paese che rimpiange Trump

Joe Biden non conquisterà Israele. Perché è destinato a scontentarne la parte, minoritaria ma esistente, che crede ancora nel dialogo e in una pace giusta con i palestinesi

Biden in Israele, carico di "doni" in un paese che rimpiange Trump
Joe Biden

Umberto De Giovannangeli

23 Giugno 2022 - 16.24


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Potrà portare in “dono” anche altri Paesi arabi che hanno deciso, o stanno per farlo, di entrare anch’essi negli “Accordi di Abramo” e nel “Club Med” della geopolitica mediorientale. Potrà anche limitare le sue critiche, o addirittura glissare del tutto, sulla colonizzazione ebraica della Cisgiordania occupata. Potrà financo sorvolare sulla ripresa di un negoziato di pace fondato sul principio “due popoli, due Stati”. Insomma, potrà mostrarsi il più filo-israeliano possibile, senza arrivare a vendersi l’anima, ma Joe Biden non conquisterà Israele. Perché è destinato a scontentarne la parte, minoritaria ma esistente, che crede ancora nel dialogo e in una pace giusta con i palestinesi, che dal presidente Usa si attendeva una maggiore discontinuità, sul conflitto israelo-palestinese, rispetto al suo predecessore alla Casa Bianca, quel Donald Trump amico e sodale dell’uomo che si prepara a consumare l’ennesima vendetta politica nelle ormai pressoché certe quinte elezioni anticipate in meno di quattro anni: Benjamin Netanyahu. E scontenterà anche, e per certi versi soprattutto, l’Israele più oltranzista, quella che rimpiange The Donald e che non ha mai nascosto di vedere in Biden un continuatore, ad esempio sul negoziato con l’Iran sul nucleare, della politica di un altro tra i presidenti americani più odiato dai fanatici di Eretz Israel: Barack Obama.

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Ed è in tale scenario che Biden si appresta a visitare Israele.

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Gli Stati Uniti hanno lasciato intendere che altri Paesi arabi potrebbero fare un passo verso Israele, dopo Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco, durante la visita di Biden  nella regione, a metà luglio. Al di là di quelli che hanno già normalizzato le loro relazioni con lo stato ebraico in base agli “Accordi di Abramo” sponsorizzati nel 2020 dall’ex presidente Donald Trump, “stiamo lavorando dietro le quinte con un paio di altri Paesi arabi”, ha dichiarato la responsabile del dipartimento di Stato per il Medio Oriente, Barbara Leaf, durante un’audizione parlamentare.

“Penso che assisteremo a cose interessanti durante la visita del presidente”, ha aggiunto senza però precisare se si tratti di un pieno riconoscimento di Israele e quali Paesi siano. Biden si recherà dal 13 al 16 luglio in Israele, Cisgiordania e Arabi Saudita. A Gedda parteciperà ad un vertice dei Paesi del Golfo.

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Queste le anticipazioni.

Ma, come rimarca Ben  Samuels, corrispondente di Haaretz da Washington, “ Israele è l’unico grande Paese occidentale a vedere il Presidente degli Stati Uniti Joe Biden meno positivamente del suo predecessore Donald Trump, secondo un nuovo sondaggio del Pew Research Center condotto in 18 Paesi.

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I risultati del sondaggio – condotto dal 14 febbraio all’11 maggio per valutare gli atteggiamenti internazionali verso gli Stati Uniti, la Nato e la Russia – arrivano esattamente tre settimane prima della prima visita di Biden in Israele come presidente.

Il 60% degli israeliani ha fiducia che Biden faccia la cosa giusta negli affari mondiali, contro il 39% che non ne ha – numeri che corrispondono alla mediana dei 17 Paesi. Tuttavia, si tratta di un calo di 11 punti percentuali rispetto al 71% degli israeliani che vedevano Trump con favore nel 2019 – il culmine dell’aumento di 15 punti percentuali dell’approvazione israeliana di Trump durante la sua presidenza. Le opinioni degli israeliani nei confronti dei presidenti degli Stati Uniti hanno subito notevoli fluttuazioni negli ultimi decenni: il massimo storico è stato l’83% di approvazione di George W. Bush nel 2003. Il minimo storico è stato il 49% del Presidente Barack Obama, rispettivamente nel 2011 e nel 2015…”. Cosi Samuels. 

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I democratici si schierano 

Per quanto si possa autocensurare, Biden non potrà non far riferimento all’irrisolta questione palestinese. Anche perché su questo resta forte la pressione della componente più “radical” dei Democratici. E non solo.

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Non molti mesi fa, i senatori Bernie Sanders, Elizabeth Warren, Chris Van Hollen e Chris Murphy hanno chiesto a Israele di fermare le azioni per sfrattare i residenti palestinesi dalle loro case nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est, sulla base delle rivendicazioni dei coloni ebrei, mentre i deputati alla Camera Alexandria Ocasio-Cortez, Gregory Meeks, Andy Levin, Pramila Jayapal e Ayanna Pressley hanno anche espresso il loro sgomento.

“La rimozione forzata dei residenti palestinesi di lunga data a Sheikh Jarrah è ripugnante e inaccettabile”, ha twittato Warren, dicendo che l’amministrazione deve chiarire a Israele che questi sfratti sono illegali.

“Gli Stati Uniti devono parlare con forza contro la violenza degli estremisti israeliani alleati del governo a Gerusalemme Est e in Cisgiordania, e chiarire che gli sfratti delle famiglie palestinesi non devono andare avanti”, ha detto Sanders.

 Murphy – presidente della sottocommissione per le relazioni estere del Senato degli Stati Uniti per il Vicino Oriente, l’Asia meridionale, l’Asia centrale e il controterrorismo – ha notato la sua profonda preoccupazione per la recente violenza e ha incoraggiato tutte le parti a esercitare la moderazione. Gli sfratti dei residenti palestinesi, che hanno vissuto nelle case del quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est per una generazione, sono ingiustificati e devono finire. Così come gli attacchi dei coloni israeliani contro i palestinesi, gli attacchi palestinesi contro gli ebrei israeliani e i lanci di razzi e mortai di Hamas”, ha detto il senatore del Connecticut, aggiungendo che era anche preoccupato per “l’approccio militarizzato delle forze israeliane a questi disordini, che sta aggravando, piuttosto che deescalare, la situazione”.

Meeks, presidente della commissione affari esteri della Camera, ha definito la situazione a Sheikh Jarrah “profondamente preoccupante” e ha invitato i residenti, i leader e i funzionari di Gerusalemme a garantire che Gerusalemme sia una città dove regna la coesistenza, non la violenza. Il senatore Chris Van Hollen del Maryland ha invitato l’amministrazione a parlare con decisione della violenza. “Gli sfratti delle famiglie a Gerusalemme Est violerebbero il diritto internazionale”, ha twittato. “Se l’amministrazione Biden mette lo stato di diritto e i diritti umani al centro della sua politica estera, questo non è un momento per dichiarazioni tiepide”. 

Ocasio-Cortez ha definito la situazione a Sheikh Jarrah “disumana” e ha chiesto che gli Stati Uniti mostrino una leadership nella salvaguardia dei diritti umani. “Dalla violenza paramilitare in Colombia e Shiekh Jarrah, alla detenzione di bambini sul nostro stesso confine e la militarizzazione dei dipartimenti di polizia degli Stati Uniti, gli Stati Uniti devono valutare seriamente il loro ruolo nella violenza di stato e condizionare gli aiuti”, ha aggiunto.

Ocasio-Cortez e Levin hanno entrambi manifestato la loro costernazione per il fatto che questi eventi si stanno verificando durante gli ultimi giorni del Ramadan, con Levin che allo stesso modo ha esortato il Dipartimento di Stato a lavorare per de-escalation immediatamente prima di portare entrambe le parti al tavolo per una soluzione a lungo termine.

 Jayapal, presidente del Congressional Progressive Caucus, ha detto che “non possiamo semplicemente stare a guardare questo crudele, continuo, illegale, forzato spostamento di palestinesi a Sheikh Jarrah. Il Dipartimento di Stato deve intervenire immediatamente con responsabilità”.

Pressley ha dichiarato: “Sono solidale con i residenti palestinesi di Sheikh Jarrah, a Gerusalemme Est, che sono stati rimossi con la forza dalle loro case – nel mezzo di una pandemia, durante il Ramadan. Questo è inaccettabile”.

Critiche che sono riemerse con forza dopo l’uccisione della giornalista palestinese di al-Jazeera Shireen Abu Akleh, che aveva anche passaporto americano. 

L’”incubo” Sanders

Se per l’Israele ultranazionalista e colonizzatore, Biden non è un amico, Sanders è addirittura un incubo, il male assoluto o giù di lì.

Quasi tutti negli Usa, perfino i più filo-israeliani sia nel campo Democratico sia in quello Repubblicano, si dicono favorevoli a una soluzione “a due Stati”. Sanders però pone l’asticella un po’ più in alto e mette in luce una questione che è ben conosciuta dai diplomatici americani: come è possibile realizzare questo assunto se chi governa Israele fa di tutto, sul campo, per rendere irrealizzabile questa soluzione? Perché uno Stato per essere davvero tale, e non una sorta di bantustan sudafricano in salsa mediorientale, deve avere un controllo totale e una effettiva sovranità su tutto il suo territorio nazionale. Perché uno Stato indipendente deve poter contare su confini sicuri, sul controllo delle risorse idriche (l’oro bianco in Medio Oriente) presenti sul proprio territorio. Cose che, con la sua politica del fatto compiuto, Israele nega. Di questo ne erano consapevoli sia Barack Obama sia Bill Clinton: consapevoli ma, nei fatti, inermi. Perché nonostante la condanna a parole, né l’uno né l’altro hanno mai esercitato pressioni vere nei confronti d’Israele, portando così acqua (cioè consensi) ai mulini di quanti, in campo israeliano come in quello arabo, hanno sempre lavorato per sabotare ogni compromesso, minare il dialogo e trasformare il negoziato in uno stanco rituale. Sanders prova a rompere questo approccio, e nel farlo si dimostra un vero amico d’Israele, se per amico s’intende qualcuno che non avalla e copre ogni tua scelta, ma se la ritiene sbagliata e foriera di gravi conseguenza, prova a dirtelo e a convincerti che esiste un’altra strada, più sicura, per garantire la sicurezza dello Stato ebraico e il suo pieno inserimento nel contesto mediorientale. Una posizione costruttivamente critica che, e questo è un elemento di importante novità, sta facendo presa tra le organizzazioni liberal dell’ebraismo americano, sempre più frustrate dalle scelte compiute dalla destra israeliana. 

Tacciare un ebreo di antisemitismo è una impresa improba anche per i più ardimentosi falchi israeliani. Sanders non è solo un ebreo ma per un lungo periodo del 1963 è stato anche un “kibbutzim” – vivendo e lavorando in un kibbutz in Israele –  ma nel suo passato vi sono prese di posizioni vicine a Israele quando Israele si è trovato a dover fare i conti con l’aggressività militare araba e con una impressionante ondata di attacchi terroristici. Altra cosa, però, è sostenere posizioni politiche e ideologiche che rimandano al disegno del “Grande Israele” o chiudere gli occhi di fronte al regime di apartheid che, nei fatti, si sta realizzando nella West Bank, o considerare chiusa la questione, cruciale, relativa allo status di Gerusalemme, o sdoganare, per calcoli elettorali, partiti apertamente razzisti che si rifanno alla dottrina “khahanista”. Denunciando la deriva integralista della destra ebraica, Sanders non chiude gli occhi di fronte alla realtà né traduce in politica un motto calcistico, che si potrebbe formulare così: “Israele non si discute, si ama”. E invece è vero l’esatto opposto: si “ama” Israele se si discute. E si denuncia una politica nefasta, quella portata avanti da chi governa Israele da oltre un decennio. In questo, il senatore del Vermont è un grande, sincero, “amico d’Israele”.

Fratelli-coltelli arabi

In attesa di conoscere i nuovi aderenti, una cosa è certa: del “Club Med” allargato non fa parte l’Autorità nazionale palestinese. Da Ramallah, fonti vicine al presidente Mahmoud Abbas, hanno manifestato a Globalist il “forte disappunto” per una iniziativa, quella dell’allargamento ad altri Paesi arabi degli “Accordi di Abramo”,  che “finisce per dare credito ad un Primo ministro israeliano che continua la politica espansionista e illegale del suo predecessore” Benjamin Netanyahu. Indicativo è anche il silenzio di Hamas. Un silenzio che racconta le difficoltà del movimento islamico palestinese che da oltre 15 anni “governa” Gaza. Da un lato, Hamas continua ad essere legato a Teheran per via diretta e per il rapporto consolidatosi nel tempo con Hezbollah libanese. D’altro canto, a fronte di una crisi sempre più drammatica che investe la Striscia e la sua popolazione, il 57% degli oltre 2milioni di palestinesi che lì vivono è oggi sotto la soglia di povertà, Hamas non può rompere con l’Egitto soprattutto quando il suo presidente-generale ha manifestato la volontà di tornare a gestire in prima persona la “questione palestinese”. E se la “conta dei manifesti” significa qualcosa, e lo significa certamente, non è un caso che negli ultimi tempi nella Striscia di Gaza il volto di Abdel Fattah al-Sisi è effigiato sui muri, nelle piazze, molto più di quelli, alquanto sbiaditi, dell’ayatollah Khamenei e di Recep Tayyp Erdogan. Resta il fatto che né l’Anp né Hamas hanno la forza per poter rivendicare autonomia e fare la voce grossa di fronte a iniziative politico-diplomatiche che discutono dei palestinesi senza i palestinesi. Egitto, EAU, Arabia Saudita, Turchia, Iran, Qatar, Giordania…Sono in tanti a voler usare la “questione palestinese” come pedina di un gioco più grande.

Un gioco che Joe Biden intende condurre come player assoluto e non come arbitro imparziale. 

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