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Hagai El-Ad: "Diamo una Patria per i palestinesi, è una conquista anche per Israele"

A sostenerlo, in questa intervista concessa in esclusiva a Globalist, è Hagai El-Ad, presidente di B’tselem, l’ong israeliana che monitora i diritti umani nei Territori palestinesi occupati.

Hagai El-Ad: "Diamo una Patria per i palestinesi, è una conquista anche per Israele"
El-Ad, presidente di B’tselem, l’ong israeliana che monitora i diritti umani nei Territori palestinesi occupati.

Umberto De Giovannangeli

24 Maggio 2022 - 18.38


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“Riconoscere il diritto dei palestinesi a una Patria non è un ‘regalo’, una ‘concessione’, un ‘cedimento’ al nemico. E neanche l’osservanza di un astratto principio di giustizia. Riconoscere ai palestinesi una Patria è un ‘regalo’ che Israele fa a se stesso. Perché solo così può scongiurare la fine della democrazia. Perché democrazia e occupazione, democrazia e colonizzazione sono inconciliabili. A sostenerlo, in questa intervista concessa in esclusiva a Globalist, è Hagai El-Ad, presidente di B’tselem, l’ong israeliana che monitora i diritti umani nei Territori palestinesi occupati.

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Lo scorso 12 gennaio, B’tselem ha pubblicato il report (‘A Regime of Jewish Supremacy from the Jordan River to the Mediterranean Sea: This Is Apartheid’) in cui si sostiene che le istituzioni israeliane avrebbero implementato un sistema che avrebbe come costante obiettivo quello di “far avanzare e cementare il supremazia di un gruppo – gli ebrei – su un altro – i palestinesi”.
Alla testata statunitese The New Yorker, il direttore e il portavoce di B’tselem -Hagai El-Ad e Amit Gilutz –  hanno spiegato che l’ong è giunta a questa conclusione analizzando i dati sulle violazioni raccolti in questi anni, che hanno permesso di individuare i “quattro pilastri” su cui si fonderebbe tale sistema: la cittadinanza, le terre, la libertà di movimento e la partecipazione politica. Nell’articolo si legge: “Qualsiasi persona di origine ebraica in qualsiasi parte del mondo può rivendicare la cittadinanza israeliana; l’immigrazione in Israele è quasi impossibile per i palestinesi, e solo una minoranza di palestinesi che vivono sul territorio controllato da Israele sono cittadini israeliani – circa 1,6 milioni, su sette milioni – , e anche in questo caso i loro diritti sono limitati rispetto ai connazionali ebrei”.

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Citando il report, l’articolo continua: “Israele ha perseguito una politica di ‘giudaizzazione’ del territorio che controlla” e per farlo “il governo utilizza un mix di procedure legali estreme e oscure per espropriare la terra dei palestinesi, demolire case e vietare la costruzione ai palestinesi, incoraggiando al contempo l’edilizia e altri usi della terra” da parte dei propri cittadini.

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Per quanto riguarda la libertà di movimento, B’tselem denuncia “restrizioni estreme su coloro che non hanno la cittadinanza israeliana”. “Esiste anche un divieto formale all’ingresso dei cittadini israeliani nella terra governata dall’Autorità Palestinese, ma questo divieto non viene applicato”. 


L’ong ricorda a tal proposito che Israele avrebbe “costruito più di 250 insediamenti in tutta la Cisgiordania, dove vivono centinaia di migliaia di coloni ebrei”. Solo nel 2021 B’tselem sostiene di aver “documentato la demolizione di 295 unità residenziali, cifra record dal 2016. In queste demolizioni, 895 palestinesi, tra cui 463 minorenni, hanno perso la casa. 

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B’tselem ha anche documentato 338 atti di violenza da parte dei coloni, alcuni dei quali commessi alla presenza delle forze di sicurezza, che hanno anche partecipato alle aggressioni”. Il report segnala ancora: “Molti palestinesi non possono entrare in Israele, mentre viaggiare tra città e villaggi nella Cisgiordania occupata è estremamente dispendioso in termini di tempo e spesso impossibile”. Infine, l’ong avrebbe calcolato che “cinque milioni di palestinesi sono stati privati dei diritti civili” in quanto “non possono votare alle elezioni israeliane” ed è richiesto “un permesso per protestare anche nei territori palestinesi”. Ancora alla testata Le Monde il direttore El-Ad ha evidenziato: “Uno dei motivi per cui non cambia niente è che la situazione non viene analizzata correttamente”.

Concetti che El-Ad ribadisce con Globalist.

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Esiste ancora un principio di giustizia nel regime di apartheid instaurato di fatto da Israele in Cisgiordania?

Giustizia e occupazione sono inconciliabili. Possiamo discutere per ore delle scelte compiute dalla dirigenza palestinese, diverse delle quali si sono rivelate sbagliate. Ma riconoscere questo non toglie una verità storica: alla base della lunga scia di sangue che dal ’67 a oggi segna un conflitto irrisolto, c’è l’occupazione. 

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Sulla base dell’esperienza di B’tselem, dei report pubblicati, delle denunce documentate, le chiedo: c’è ancora uno spazio per realizzare una pace fondata sul principio “due popoli, due Stati”?

Questi spazi si sono ridotti sempre più nel corso degli ultimi trent’anni. Anni in cui governi di colori politici diversi hanno perseguito la stessa politica: quella della colonizzazione dei Territori palestinesi occupati. Una politica che, soprattutto nel decennio in cui Israele è stato guidato da Netanyahu, era funzionale a chiudere ogni spazio a una soluzione “a due Stati”. Una politica che trovava alimento e “legittimazione” ideologica nel disegno del “Grande Israele” che ha sempre guidato l’azione della destra ultranazionalista. Questi spazi si sono corrosi ma non sono finiti. Patria o apartheid: è questo il bivio in cui si trovano non solo i palestinesi ma anche noi israeliani.

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A guidare Israele non c’è più, almeno al momento, Benjamin Netanyahu ma non è che le cose siano cambiate con Bennett.

E come poteva essere altrimenti. Chi conosce la storia di Naftali Bennett non può essere sorpreso dalla continuità con il passato quanto al rifiuto di una Patria per i palestinesi e al proseguo della colonizzazione dei Territori. Bennett deve le sue fortune politiche al legame inossidabile con il movimento dei coloni. Non voglio ergermi a giudici né fare prediche di coerenza a chi ha scelto di far parte dell’attuale governo. Mi riferisco al Partito laburista e al Meretz. Diciamo che hanno provato a influenzare la politica del governo Bennett, di contenerne le estremizzazioni. Solo che non ci sono riusciti. Non si costruisce un’alternativa sposando la logica del “male minore”, ammesso che Bennett sia tale rispetto a Netanyahu. 

La destra ha accusato più volte B’tselem di “tradimento” e di connubio con il “nemico”…

Per questa destra che fa della violenza, verbale e fisica, il proprio credo, non esistono “avversari” ma solo nemici da colpire. E se possibile, eliminare L’assassinio di Yitzhak Rabin ne è la più tragica, ma non unica, riprova. Questa destra ha in odio la democrazia e non concepisce il confronto. Lo abbiamo detto e scritto più volte: la violenza di cui sono portatori i coloni e i partiti che li sostengono non si fermerà ai palestinesi ma come un cancro avrà le sue metastasi anche dentro Israele. Così è stato. Così è. 

L’uccisione di Shireen Abu Akleh ha suscitato scalpore e indignazione nell’opinione pubblica internazionale. A fronte della protesta, soprattutto americana – la reporter di al Jazeera aveva passaporto Usa – le autorità israeliane avevano promesso una indagine “accurata” sull’incidente, salvo poi dichiarare chiuso il caso. Lei è rimasto sorpreso da questo voltafaccia?

Neanche un po’. Nessuno avrebbe dovuto credere alle promesse israeliane di “investigare” su ciò che è accaduto perché la promessa di svolgere le indagini non è altro che il primo passo verso una copertura organizzata da Israele. Ciò che è avvenuto dice che Israele non è in grado e non vuole condurre questo tipo di indagini che aprirebbero le porte a una responsabilità giuridica a livello internazionale. 

C’è una terza via tra resa e violenza?

Sì. Si chiama resistenza non violenta, disobbedienza civile, controinformazione. Una resistenza dal basso che continua anche oggi e che vede insieme palestinesi e israeliani. 

Insieme per due Stati?

So che è una strada non in salita, di più. Ma non vedo alternative credibili. Non credo che lo sia uno Stato binazionale. Una Patria per i palestinesi è una idea che va anche al di là del concetto di Stato. Patria è identità, è orgoglio di una storia in cui ci si riconosce. E per quanto riguarda Israele, è riconoscere l’altro da sé come popolo, come nazione. Una conquista per due. 

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