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Jenin, così muore un ragazzo palestinese. E nessuno lo ricorderà

Il suo nome è Amjad al-Fayyed. Aveva 17 anni. E’ stato colpito mortalmente al collo e al petto durante scontri a fuoco tra soldati israeliani e miliziani palestinesi nel campo profughi di Jenin, nella Cisgiordania occupata.

Jenin, così muore un ragazzo palestinese. E nessuno lo ricorderà
Amjad al-Fayyed ucciso dagli israeliani

Umberto De Giovannangeli

21 Maggio 2022 - 16.35


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Non era un giornalista conosciuto. O un volto conosciuto della televisione. Non aveva un passaporto americano. La sua morte non fa notizia, non solleva proteste internazionali, peraltro senza alcuna ricaduta pratica. La sua morte pesa come una piuma. Il suo nome è Amjad al-Fayyed. Aveva 17 anni. E’ stato colpito mortalmente al collo e al petto durante scontri a fuoco tra soldati israeliani e miliziani palestinesi nel campo profughi di Jenin, nella Cisgiordania occupata. Il ministero della Sanità palestinese ha comunicato che un altro 18enne palestinese, anch’egli ferito dal fuoco israeliano, è in condizioni critiche.

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Secondo il ministero della Sanità palestinese, dall’inizio dell’anno 56 palestinesi sono stati uccisi negli scontri con le truppe israeliane. Diciotto di loro vivevano nelle vicinanze di Jenin.

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Le violenze contro i palestinesi dall’inizio di questo anno sono aumentate di cinque volte rispetto allo stesso periodo del 2021. Un rapporto stilato da Euro-Mediterranean Human Rights Monitor (Euro-Med), un’organizzazione che si occupa di monitoraggio dei diritti umani, ha riferito che le forze israeliane hanno “significativamente” intensificato le uccisioni e la repressione contro i palestinesi nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme.  Nel rapporto dell’organizzazione – che prende in considerazione il periodo gennaio-aprile- viene evidenziato che Israele ha ucciso 47 palestinesi, inclusi otto bambini e due donne, in vari incidenti dall’inizio del 2022. Questo numero rappresenta quasi cinque volte più del numero di palestinesi uccisi dall’esercito israeliano nello stesso periodo l’anno scorso, che erano 10.

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L’Euro-Med Monitor ha ritenuto i politici israeliani pienamente responsabili delle morti dei palestinesi, in particolare per le “donne e bambini disarmati uccisi a sangue freddo, senza che rappresentassero una minaccia per la vita dei soldati israeliani”.

La dichiarazione ha collegato l’aumento delle uccisioni di palestinesi alle istruzioni impartite alle forze d’occupazione il 20 dicembre 2021, che hanno autorizzato i soldati nella Cisgiordania occupata di aprire il fuoco sui giovani palestinesi che lanciano pietre e molotov.

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Jenin, Jenin

Paola Caridi, giornalista e scrittrice, la Palestina la conosce come pochi altri. L’ha vissuta. L’ha raccontata, con grande sensibilità e capacità analitica, nei suoi libri e nel suo blog Invisible Arabs. 

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Di particolare interesse è il suo scritto per Valigia Blu: “[…]Nell’ultimo anno e mezzo, le unità speciali israeliane hanno condotto frequentemente raid contro sospetti appartenenti alle fazioni armate palestinesi: il risultato non è stato solo un numero altissimo di arresti, ma anche un aumento esponenziale delle vittime. Le cifre fornite dall’Ufficio dell’Onu per il coordinamento degli affari umanitari nel Territorio Palestinese occupato (Ocha Opt), tra l’inizio del 2021 e maggio 2022 ci sono stati, solo in Cisgiordania e a Gerusalemme est, circa 120 uccisi e oltre ventimila feriti dai militari israeliani o dai coloni israeliani. Sono comprese anche le esecuzioni extragiudiziali condotte dalle unità speciali israeliane, come quelle in pieno giorno a Nablus in cui sono stati uccisi lo scorso 8 febbraio tre sospetti appartenenti alle Brigate dei Martiri di Al Aqsa, perché ritenuti responsabili degli attacchi contro militari e coloni israeliani in Cisgiordania. L’obiettivo di fondo è sempre stato chiaro: occorre controllare un territorio come Jenin e il suo campo profughi, perché neanche l’Autorità Nazionale Palestinese riesce a entrarvi e imporre la sua autorità. E l’accordo di collaborazione tra le forze di sicurezza dell’Anp e l’apparato militare israeliano è sempre in vigore, come ribadito dalla visita recente che il presidente Mahmoud Abbas ha fatto al ministro della difesa israeliano Benny Gantz, in tempi in cui qualsiasi abboccamento sul piano politico è congelato.

I raid, le operazioni militari israeliani a Jenin e soprattutto nel campo profughi della città palestinese, sono state sempre più frequenti negli scorsi mesi, prima che cominciasse l’ondata di uccisioni di civili nel cuore delle città israeliane a opera di palestinesi. da marzo, però, la situazione è ulteriormente cambiata: la serie di attentati nelle città israeliane ha scosso un paese che, almeno nelle aree urbane, pensava di aver voltato pagina e di non dover più affrontare le azioni terroristiche di vent’anni fa. anche in questo caso, comunque, le dinamiche sono diverse. non più attentati suicidi, ma azioni che sembrano all’apparenza – solo all’apparenza – quelle di lupi solitari. chi le commette è molto giovane, talvolta appena ventenni, armati di coltelli o asce o, più raramente, armi da fuoco. colpiscono in città diverse, da nord a sud, a Beersheva, Hadera, Bnei Brak, Tel Aviv, El’ad, e anche la colonia di Ariel, in cui in totale sono state uccise 19 persone e ferite oltre venti. Gli attentatori venivano in massima parte proprio da Jenin. alcuni appartenevano al Jihad islamico, segnalando una maggiore presenza dell’altro movimento islamista palestinese, più piccolo rispetto a Hamas. la reazione militare israeliana si è innestata su una presenza a Jenin e nella cCsgiordania settentrionale già rafforzata, trasformando i raid – come quello in cui è stata uccisa Shireen Abu Akleh – pratica quotidiana, tra arresti, demolizioni, e anche scontri.

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Shireen Abu Akleh non è la prima giornalista a essere uccisa nel territorio palestinese occupato. E’ però il suo peso specifico nell’informazione araba a segnare la differenza. da quasi un quarto di secolo era il volto e la voce delle notizie sulla Palestina, per tutto il pubblico arabo. non solo perché era la corrispondente di al Jazeera, ma perché lo era stata in anni nei quali l’informazione nazionale, nei singoli stati arabi, era imbrigliata nelle maglie della tv di stato. a cavallo dei due millenni, Shireen Abu Akleh ha inaugurato la stagione delle giornaliste sui teatri di guerra e di crisi, lei palestinese raccontava la questione israelo-palestinese, la seconda intifada, l’occupazione, Gerusalemme a generazioni che si sono formate sui suoi reportage, trasformandola in una icona del giornalismo sul campo. l’indignazione va dunque ben oltre la Palestina, si irraggia in tutta la regione. ne tasteremo lo spessore nei giorni a venire”.

Così Paola Caridi.

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La lettera dei 57

Ne dà conto Ben Samuels, corrispondente di Haaretz a Washington. 

Scrive Samuels: “Cinquantasette legislatori statunitensi hanno chiesto giovedì al Dipartimento di Stato e al Federal Bureau of Investigations di avviare un’indagine sulla morte della giornalista palestinese-americana Shireen Abu Akleh. In una lettera indirizzata al Segretario di Stato americano Antony Blinken e al Direttore dell’Fbi Christopher Wray, i legislatori – un quarto di tutti i democratici della Camera, guidati dai deputati Andre Carson, Lou Correa e Wray. Andre Carson, Lou Correa e Bill Pascrell – si sono detti “profondamente preoccupati” per la sua morte, sottolineando i rapporti contrastanti dell’esercito israeliano, dei media internazionali e dei testimoni oculari dell’uccisione della giornalista di al Jazeera.“In quanto americana, la signora Abu Akleh aveva diritto a tutte le tutele previste per i cittadini statunitensi che vivono all’estero”, hanno scritto i legislatori, esortando Blinken e Wray “a sostenere i valori su cui è stata fondata la nostra nazione, tra cui i diritti umani, l’uguaglianza per tutti e la libertà di parola. Abbiamo il dovere di proteggere gli americani che riferiscono all’estero”. Sebbene la lettera circolasse già da diversi giorni, la sua consegna e la sua pubblicazione arrivano poche ore dopo che Haaretz aveva riferito che la Divisione Investigativa Criminale della Polizia Militare israeliana non intende indagare sulla sparatoria mortale, nonostante le diffuse pressioni internazionali. “I giornalisti di tutto il mondo devono essere protetti a tutti i costi”, hanno scritto, accogliendo con favore sia la descrizione del Dipartimento di Stato della sua uccisione come “un affronto alla libertà dei media”, sia le azioni e le dichiarazioni fatte finora a sostegno di un’indagine approfondita da parte del governo israeliano.

“Tuttavia, data la situazione difficile nella regione e le notizie contrastanti sulla morte di Abu Akleh, chiediamo al Dipartimento di Stato e al Federal Bureau of Investigations di avviare un’indagine sulla morte di Abu Akleh”, hanno scritto. “Chiediamo inoltre che il Dipartimento di Stato americano determini se siano state violate le leggi statunitensi che proteggono la signora Abu Akleh, una cittadina americana”.

In una dichiarazione rilasciata in risposta alla lettera, l’ambasciatore di Israele negli Stati Uniti Michael Herzog si è detto “scoraggiato” dalla sua pubblicazione, aggiungendo che: “Questa lettera non offre una rappresentazione corretta del caso, ignora un contesto importante degli eventi che hanno portato alla tragica morte della signora Abu Akleh e giunge a conclusioni sbagliate”. 

Herzog ha poi difeso le operazioni dell’Idf a Jenin, come quella in cui Abu Akleh è stata uccisa, dicendo che Israele sta combattendo una “ondata mortale di attacchi terroristici palestinesi”. L’ambasciatore ha anche detto che i legislatori hanno ignorato la richiesta di Israele di un’indagine congiunta nella loro lettera, il che, ha detto, “dà spazio alla falsa impressione che Israele si opponga a una vera indagine”.

Herzog ha concluso la sua dichiarazione dicendo che invece di inviare “messaggi non costruttivi, la verità e la giustizia sarebbero meglio servite chiedendo all’Autorità Palestinese di dare a Israele l’accesso al proiettile e di consentire il completamento dell’indagine con gli Stati Uniti in un ruolo di osservatori”.

La difesa d’ufficio dell’ambasciatore Herzog non cambia le carte in tavola. Per Israele il “caso” Abu Akleh è chiuso. Quello riguardante Amjad al-Fayyed neanche è stato aperto. 

Considerazioni da incorniciare

Ugo Tramballi è tra i più seri e documentati inviati di guerra e analisti che chi scrive ha conosciuto nell’ultratrentennale frequentazione del Medio Oriente, e in particolare di Israele e Palestina.

Scrive Tramballi nel suo blog su IlSole24Ore: […]L’unica soddisfazione che i palestinesi conservano è gioire quando un “lupo solitario” uccide un ebreo. “Vogliamo che gli israeliani provino un po’ di quel dolore che proviamo noi ogni giorni”, aveva cercato di spiegare il professor Eyad Sarray, psichiatra di fama internazionale che viveva a Gaza. Lo andavo sempre a trovare quando entravo nella striscia. “Il peggior caso clinico che possa capitare”, mi disse una volta, “è quando l’individuo-nazione è senza speranza a causa del comportamento d’individui riconducibili a un’altra nazione. In questo caso solo il nemico possiede la medicina”. Sarray questo me lo disse più di vent’anni fa. Perché il conflitto è sempre uguale: eventualmente peggiora per un po’, ma nella sostanza è sempre lo stesso.

In questi giorni di attentati e scontri, sul conservatore Jerusalem Post Gershon Baskin, sionista pacifista e sostenitore della convivenza, scriveva che “nessuno dei media mainstream parla dei palestinesi uccisi quasi ogni giorno da Israele. Nessuno parla degli arresti di decine di palestinesi nel mezzo della notte, ogni notte. Nessuno parla di quanto la continua spoliazione di terra per costruire più insediamenti, abbia un impatto negativo sulle vite di migliaia di palestinesi”.

L’atteggiamento dominante fra gli israeliani è invece quello, sempre sul Post, di Karma Feinstein Cohen del board dei governatori dell’Agenzia Ebraica. Il conflitto con i palestinesi “deve essere concluso una volta per tutte con la vittoria di Israele”. La sua tesi ampiamente condivisa è che non bisogna più offrire ai palestinesi “proposte di pace esageratamente generose”. Non bisogna più parlare di “terra, frontiere, insediamenti, Gerusalemme o cosi detta occupazione”, offerte in passato ma rifiutate dai palestinesi.

E’ vero che i leader palestinesi siano specializzati nel rifiuto dei compromessi: probabilmente perché è l’occupazione israeliana che alimenta il loro potere. Senza, Hamas a Gaza e l’Autorità a Ramallah, non saprebbero come governare. Ma è solo una parte della verità: nell’unico decennio di speranza – quello di Oslo – le colonie ebraiche nei territori occupati raddoppiarono, anziché diminuire. E’ ciò che il mainstream israeliano tende sempre a dimenticare.

Per questo quando finirà la guerra in Ucraina, che sia presto o fra alcuni anni, il conflitto fra israeliani e palestinesi esiterà ancora, se qualcuno avrà la voglia di interessarsene. I palestinesi continueranno a non avere uno stato ma non smetteranno di esistere: alcuni prenderanno la strada del terrorismo, la maggioranza sopravvivrà nell’occupazione, l’odio rimarrà inestinguibile. E il sovrapporsi delle feste religiose sarà il pretesto fra i molti estremisti dell’una e dell’altra parte, per una nuova battaglia in nome di Dio”.

Così è.  

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