Il tema della lotta armata che insanguinò l’Italia negli anni ’70 del secolo scorso è stato di rado rappresentato in maniera convincente dalla narrativa. Troppo complesse le dinamiche, troppo profonde le lacerazioni prodotte, ancora aperte le ferite per poterlo affrontare con il dovuto distacco. O forse è mancato un talento in grado di forgiare quella rovente materia in forma letteraria. Ci hanno provato due scrittori esordienti, Massimo Battisaldo e Paolo Margini, con il pluripremiato romanzo Decennio rosso, giunto ad una terza, rinnovata edizione (la prima è del 2013), arricchita di contenuti, proposta dall’editore milanese VJ (pp. 389, € 20).
Nativo di Luino – città che diede i natali a Vittorio Sereni e Piero Chiara –, Battisaldo, figlio di un comandante partigiano, ha militato nelle Formazioni comuniste combattenti scontando dieci anni di carcere (vi entrò a 23 anni nel 1979); Margini, napoletano, fu membro della formazione Prima Linea ed in prigione è rimasto un lustro, dal 1980. Ora, conoscere di prima mano la materia del racconto non è in sé garanzia per un risultato artisticamente compiuto. Per far ciò, gli autori hanno costruito un ibrido letterario, incrociando le risorse narrative alla memorialistica e alla riflessione storiografica. Con prosa minimalista venata di ironia (e di ben rara autoironia), scarna di figure retoriche e aggettivi, densa di verbi d’azione, descrizioni lapidarie e scambi dialogici icastici – il racconto prese forma come trattamento cinematografico –, il testo fa assurgere a protagonista un’epoca, con le sue dinamiche storiche e sociologiche, una lunga stagione che finì per travolgere molti di quelli che provarono a viverla scegliendo di farsi parte attiva.
Tra i meriti del libro v’è dunque l’aver restituito – almeno in parte, poiché quel decennio fu non soltanto “rosso”, ma anche “nero” – una profondità storica e umana agli anni ’70, troppo spesso confinati e compressi nella parola “terrorismo”, nella locuzione “anni di piombo”. I personaggi, “calchi di persone reali con i nomi cambiati”, credibili e ben delineati, mettono in scena un racconto corale realistico (“Gli eventi narrati sono tutti realmente avvenuti e sono riscontrabili nelle carte processuali”), ricreando quel contesto spesso assente nel racconto di quel periodo, senza il quale non si spiega il percorso che migliaia di individui hanno attraversato in una corsa disperata senza una via d’uscita. Le ragazze e i ragazzi che animano queste pagine escono dall’unidimensionalità in cui li ha confinati la cronaca e la storiografia e vivono in un ambiente preciso, hanno una famiglia e un lavoro, s’innamorano, stringono amicizie, discutono, si confidano le proprie fragilità, frequentano i cinema (i film di quegli anni punteggiano il racconto), frequentano bar e osterie, assistono a eventi musicali (Umbria Jazz a Perugia, il Festival del proletariato giovanile organizzato da Re Nudo al Parco Lambro di Milano), vanno in vacanza, sono impegnati in opere di sensibilizzazione e in azioni dimostrative, si danno alla clandestinità e combattono in modi via via più violenti contro un sistema che ritengono ingiusto e liberticida: donne e uomini in carne e ossa, non figure indecifrabili con le armi spianate, mostri assetati di sangue. Persone tratteggiate nella loro diversità: il riflessivo, l’aggressivo, l’ideologo, l’intellettuale, il sognatore, il pragmatico. Individui affamati di riscatto sociale e di giustizia non soltanto per sé ma per le masse di diseredati e sfruttati, colti appunto nei loro ambienti, sociologicamente determinati: Milano e l’agghiacciante periferia industriale di Sesto San Giovanni, Luino e le Alpi, l’Università di Roma, un campo di addestramento dell’ETA al confine franco-spagnolo, Lourdes, le supercarceri, con gli eventi cronologicamente scanditi: i cortei, le manifestazioni, le azioni intimidatorie, gli agguati, gli attentati, le evasioni riuscite e soffocate, le rivolte carcerarie, l’ineludibile passaggio del rapimento e dell’uccisione di Aldo Moro, di cui ben si rende il caos e il disorientamento, lo sbriciolarsi del fronte di lotta e la sua degenerazione. Di particolare interesse le descrizioni di vita carceraria, con le violenze e le sevizie cui furono sottoposti i detenuti, taciute nelle cronache dell’epoca, ma v’è spazio anche per i risvolti farseschi, con due personaggi, Romolo e Indro, che rivestono la funzione di comic relief nelle drammatiche vicende rappresentate, dividendo tra gustose scaramucce ogni cosa: casa, donne, ideali, lavoro.
Difficile non innamorarsi di Sofia, ragazza dotata di specchiata moralità, sano buon senso e ironia. Figura di finzione in un contesto realistico, unita in un sogno impossibile al compagno Elio (ispirato a Battisaldo) da un rapporto sentimentale e di militanza, è il carattere più riuscito, credibile nella psicologia e nell’agire, sorta di grillo parlante, di coscienza critica e controcanto alle fumosità ideologiche di alcuni suoi compagni. È anche tramite lei che il racconto acquisisce una prospettiva storica, con una spietata autoanalisi collettiva: “Alla fine non siamo più stati in grado di farci comprendere da qualcuno. E se nessuno più ti capisce, allora diventiamo criminali puri, anche per quelli che in politica fino all’altro ieri ci erano vicini”. Una volta compresa la sconfitta, il termine della parabola della lotta intrapresa, espia le sue colpe – peraltro non gravi – consegnandosi a quello Stato che aveva combattuto, con una scelta di vita e d’amore e non di morte, incarnando in sé il tema della redenzione.
Le fanno eco le riflessioni che chiudono il racconto, prive del reducismo che spesso appesantisce il ricordo di quegli anni da parte di chi ne fu protagonista, rendendo questo testo anche una particolare sorta di romanzo di formazione. Sono affidate a Rick, trasposizione letteraria del fondatore di Prima Linea Enrico Galmozzi, un discorso fatto alla Corte che lo sta giudicando: un consuntivo morale, ideologico e politico, pubblico e privato, del decennio appena trascorso, una lucida analisi dei sogni e degli ideali che mossero un’intera generazione, delle dinamiche storiche e sociali che produssero la lotta armata. Da questi ragionamenti intensi, profondi e sinceri, non articolati per chiedere perdoni né per porsi come autoassoluzioni, ma quale onesto tentativo di spiegazione e di autointerrogazione quasi socratica, emerge un concetto centrale: la giustizia, l’insaziabile brama di essa che scosse migliaia di giovani e meno giovani che si armarono per realizzarla, creando così un altro tipo di ingiustizia. Da quelle riflessioni, dalle vicende narrate sgorga una considerazione amara, di natura storica e morale: i protagonisti di questo libro, al termine del loro percorso di lotta allo Stato, la giustizia l’hanno affrontata, pagando per le colpe che le leggi e in taluni casi la propria coscienza hanno loro attribuito. Ma coloro che hanno tirato le fila di quegli avvenimenti agendo nell’ombra hanno mai pagato per il sangue versato?
Questa nuova edizione è arricchita da un’appendice (“L’anello mancante”) che riscostruisce il concentrato industriale di Sesto San Giovanni, con dati e notazioni politiche e socio-culturali, contesto fondamentale per comprendere il passaggio da una cultura del lavoro (e del suo sfruttamento) alla presa di coscienza dei propri diritti e dell’importanza del tempo libero, dal lavoro di fabbrica alla lotta armata. A esso segue “una capatina nella saggistica” scandita in otto capitoletti, “La rivoluzione sul pianeta sbagliato”, ideale raccordo tra l’epoca in cui ebbero luogo i fatti narrati, quello successivo della loro scrittura e pubblicazione, e l’oggi, “periodo politico e storico ormai addirittura paradossale”, con l’iperliberismo capitalistico, le guerre sul campo e commerciali, le erosioni dei diritti fondamentali, gli insondabili futuri prefigurati da crisi sistemiche. Educati da anni di lotte, “occidentali critici per forza”, Battisaldo e Margini propongono con le loro considerazioni una “opposizione costruttiva”, chiudendo mirabilmente il cerchio con ciò che accadde un cinquantennio fa.
Dunque, questo testo composito si appella alla memoria, combatte la rimozione, scardinando griglie interpretative prefabbricate, schemi semplicistici, favorendo una più corretta ed equilibrata ricostruzione – rende dunque un non lieve contributo alla comprensione di un periodo della nostra storia con cui non abbiamo ancora fatto i conti. Chi non si accontenti dei superficiali e stereotipati racconti di quel decennio offerti da una dilagante pubblicistica, chi ne voglia sondare le profondità e le asperità, chi sia interessato a indagare i motivi per cui migliaia di giovani decisero di armarsi e dichiarare guerra ad uno Stato che si rappresentava come democratico e fondato sulla giustizia ma tale non era, potrà trovare in questo libro alcune risposte.
Abbiamo intervistato gli autori, Massimo Battisaldo e Paolo Margini.
“Decennio Rosso” ricostruisce il clima sociale e politico degli anni ’70. Quanto è stato importante per voi restituire con oggettività il contesto storico in cui maturarono le scelte radicali di molti militanti di quella stagione?
Per anni giornalisti famosi o meno, storici vari, scrittori capaci o sedicenti hanno raccontato di tutto e di più su quegli anni, però omologandosi a quella che è sempre stata “la verità dei vincitori”, senza conoscere i fatti se non da una lettura superficiale e stereotipata tratta soprattutto da verbali processuali, altri scritti giudiziari e cronaca, senza introdurre anche il vissuto umano, culturale, sociale e politico di chi fece quelle scelte, nonché il contesto storico in cui sorsero. Da questa osservazione è nata in noi l’esigenza di raccontare.
Avete scelto di scrivere il libro insieme. Come si è sviluppato il lavoro a quattro mani? Vi siete divisi i capitoli e i personaggi o avete delineato il testo attraverso un confronto continuo?
L’idea fu di Massimo, che ci mise un bel po’ a convincere Paolo della possibilità di scrivere una pre-sceneggiatura. Era il 1999, non si pensava a un romanzo ma a un film. Concordammo una scelta di fondo stabilendo che la cronologia fosse dal 1974 a circa il 1984 onde comprendere nascita, crescita, predominio, declino e dissoluzione della lotta armata per quanto riguarda le formazioni in cui avevamo militato, FCC e PL. Stabilito questo, e avendo come riferimento i faldoni dei processi per avere le date esatte, costruimmo l’intreccio raccontandoci e annotando, definendo in questo modo gli episodi vissuti personalmente magari dapprima staccati tra loro, in modo però da congegnare in una narrazione fluida tutta la memoria che ci sovveniva mischiando in modo compatibile realtà e finzione, per avere infine una trama in cui definire i personaggi. Mille volte ci siamo sentiti al telefono e scambiati fax: la stesura è durata due anni, anche perché avvenuta nei ritagli di tempo di giornate lavorative.
Il prodotto finale era però magro come uno scheletro: nonostante tutti i non pochi personaggi fossero già ben configurati, nonostante che i dialoghi fossero già scritti e la trama fosse solida e rinforzata dai flash-back, l’ambiente e gli avvenimenti della storia erano invece delineati con meno parole possibile, perché il tutto era da trasformare in una sceneggiatura per il cinema, dove contano le location, gli effetti speciali e soprattutto il regista e il budget. Ma pur avendo presentato il prodotto a case, registi e attori di livello, il film non si è mai fatto, e del resto, come ci fecero notare e come penserà anche il lettore, per rappresentare degnamente su schermo l’intera vicenda sarebbero necessarie almeno sei puntate di un’ora, quindi era RAI o Fininvest, e lì ci vogliono gli agganci, oltreché convincerli a trattare un tema per loro rognoso.
Dovemmo aspettare un altro decennio fino al 2013, quando Massimo felicemente contattò il nostro primo editore, Paginauno, che accettò il rischio della pubblicazione a patto di inserire delle parti descrittive e narrative per presentare l’opera in uno stile più letterario, così rivestendo o interrompendo le lunghe sequenze dei dialoghi che tuttavia sono necessarie perché è da quelle che il lettore capisce cosa stia succedendo. Tale lavoro fu portato a termine in tre notti, e il risultato finito è ora giunto alla terza edizione, ottenendo il riconoscimento di tre giurie letterarie.
Siete mai stati sul punto di realizzare il film?
Fummo contattati da un regista e produttore, che aveva già realizzato un film sul terrorismo. Lo incontrammo su a Milano, nel suo studio, voleva comprare i diritti della nostra storia, ma capimmo subito che una volta acquisiti i diritti avrebbe fatto quel che voleva, stravolgendo il contenuto e il messaggio. Vedendo la nostra titubanza fece un assegno e ce lo mise sul tavolo, una cifra molto importante. Eravamo ai limiti della sopravvivenza, eppure rifiutammo. Poi, nel tornare a casa, strada facendo ci facemmo un po’ si grappini per dimenticare la cifra sull’assegno.
Un’ammirevole asserzione di coraggio e coerenza. Ma nel corso degli anni è cambiato qualcosa nella vostra prospettiva su quel periodo turbolento?
Be’, ovviamente. Da quando 13 anni fa il romanzo è stato pubblicato per la prima volta, sia in patria che a livello internazionale sono avvenuti e continuano a svilupparsi in un terribile crescendo quei fatti devastanti, drammatici, atroci e pur anche assurdi che tutti abbiamo quotidianamente sotto gli occhi da anni, seppure in forma blanda e addomesticata.
Ciononostante però fanno molto riflettere e preoccupare le ragionevoli masse di persone perbene di cui è composto in grandissima maggioranza il popolo basso di tutto il mondo. Invece nella parte alta certi governanti, o per infantili sogni di gloria o per timore di far incazzare il grande capo pazzo ma col bottone rosso minimizzano tutte le espressioni di forza bruta, le minacce, il bullismo, gli attacchi militari e le guerre in molteplici teatri spinte fino allo sterminio dei civili e al genocidio. Talvolta però il popolo basso conta qualcosa almeno per il numero, ed è quando si avvicinano le elezioni. Il sovranistico desiderio del nostro attuale governo di modificare la Costituzione della Repubblica Italiana è stato fortunatamente respinto in un referendum popolare, facendo contenti sia Paolo, perché la Napoli in cui nacque è ora la capitale nazionale dell’opposizione, sia Massimo, perché suo padre fu un comandante partigiano delle Brigate Matteotti, che lottò per la nostra liberazione dalla dittatura proprio in nome dei valori poi affermatisi nella Costituzione.
Nel romanzo emerge l’idea che la stagione della lotta armata non possa essere compresa senza considerare i conflitti sociali e politici dell’epoca. Quale è secondo voi, l’equivoco più grande nella narrazione pubblica e mass-mediatica di quel periodo?
Come dicevamo, non analizzare il contesto storico, politico, sociale, culturale e umano di quella stagione è una totale mancanza di onestà intellettuale e di capacità analitica, come è successo nella maggior parte dei casi di omologazione alla narrativa corrente.
Molti protagonisti della vicenda sono giovani militanti che si muovono tra fabbriche, scioperi, movimenti politici e vita quotidiana. Quanto vi interessava raccontare la dimensione umana delle loro scelte , oltre a quella politica?
Moltissimo! L’abbiamo fatto soprattutto per quello. Eravamo dei giovani, ragazzi e ragazze come tanti, vivevamo, al di là del nostro impegno politico sociale culturale e appunto anche umano della nostra militanza attiva, tutto ciò che era la cosiddetta vita normale della gioventù, con le emozioni i sentimenti, i desideri, con storie di grande amicizia, affettive e di amore, coi libri, la musica, l’andare ai concerti e al cinema, le scampagnate quando era possibile, le pizzate tra di noi e tutto il resto. Quindi ragazzi e ragazze che passando alla lotta armata rinunciarono a viversi tutto questo in virtù della scelta fatta. Il nostro è un romanzo realistico, c’è infatti anche una storia d’amore , tra due militanti, nata e vissuta come altre nel contesto della lotta armata, con tutti i limiti e le problematiche che la situazione oggettivamente imponeva e condizionava, perché magari i due facevano parte di organizzazioni diverse o per le necessarie compartimentazioni della lotta clandestina. Queste misure di sicurezza però a volte saltavano per necessità, situazioni contingenti o di emergenza, ed è qui che si aprivano spiragli positivi di incontro tra compagne e compagni non centrate solo sulla comune militanza ma su tutto il resto che si è detto poc’anzi. Inoltre molti di noi si conoscevano già da prima. Per quanto riguarda poi le FCC e PL, molti dei militanti provenivano dalle stesse esperienze politiche precedenti per cui erano già amici da tempo.
Entrambi avete avuto un coinvolgimento diretto nelle organizzazioni armate di quegli anni; quanto è stato difficile trasformare un’esperienza personale così complessa in materia letteraria?
Sicuramente è stato molto impegnativo, non è facile racchiudere e sintetizzare una storia che ci riguardava anche personalmente. Sebbene ci conosciamo da una vita e sappiamo tutto di entrambi, per affrontare tutto il resto e le vicende raccontate nel libro c’è stato bisogno di un confronto continuo.
A distanza di decenni cosa pensate possa ancora insegnare alle nuove generazioni l’esperienza politica e umana raccontata nel romanzo?
Quell’esperienza fu il frutto di un retroterra politico e sociale presente allora in Italia e nel resto del mondo che si rendeva conto delle disuguaglianze abissali di potere e ricchezza. La lotta di classe dall’alto c’è sempre stata ed è permanentemente in atto nella normale quotidianità del lavoro salariato: stipendi minimi, contratti mai rispettati, tempi di produzione sempre più ridotti, straordinari e contributi non pagati, ricatti, licenziamenti, serrate, bastonature e incriminazioni dei manifestanti. Anche dal basso si lottava, ma non tutti i giorni perché bisognava chinare il capo e lavorare. Fu per questo che le nuove generazioni sessantottine passarono dalle assemblee e dai volantinaggi ad impugnare le armi, perché in quel modo si è molto più incisivi e ascoltati nella lotta del sempre. La guerra può generare trionfi ma anche, e più spesso, decadere in brutalità perdendo di vista l’obiettivo primario. Il nostro romanzo racconta tutto l’arco temporale dei giovani comunisti rivoluzionari italiani contemplando anche questo aspetto finale.
Questa nuova edizione di Decennio Rosso è arricchita da un’appendice, il saggio “La rivoluzione sul pianeta sbagliato”. Perché avete sentito l’esigenza di inserirla?
Sono delle considerazioni sul tempo attuale, con le sue assurdità, fino a maggio 2025, quando il libro fu chiuso per la stampa, ma anche con riferimenti al passato più o meno recente della storia umana. C’è anche un corposo indice dei nomi dei personaggi citati. È un filo “rosso” tra la nostra esperienza e la contemporaneità: la stagione della lotta non finisce mai.