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La Nato si allarga, il fronte dei non allineati europei si sfalda

Gli ambasciatori di Finlandia e Svezia, Klaus Korhonen e Axel Wernhoff, hanno formalmente presentato la richiesta di adesione all'Alleanza al segretario generale. Ma...

La Nato si allarga, il fronte dei non allineati europei si sfalda
Sara Matin e Stoltemberg

globalist

18 Maggio 2022 - 17.31


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Draghi dà il benvenuto. Erdogan alza il prezzo per il suo sì. La Nato si allarga a Nord-Est. E il fronte dei non allineati europei si sfalda.

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Il dado è tratto

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Gli ambasciatori di Finlandia e Svezia, Klaus Korhonen e Axel Wernhoff, hanno formalmente presentato la richiesta di adesione all’Alleanza al segretario generale, Jens Stoltenberg, oggi nel quartier generale della Nato a Bruxelles. “Oggi è un buon giorno in un momento cruciale per la nostra sicurezza. Grazie molte per aver presentato la richiesta di adesione per Finlandia e Svezia. Ogni Nazione ha il diritto di scegliere il proprio percorso”. Lo ha dichiarato il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg, ricevendo la richiesta formale di adesione all’Alleanza da parte degli ambasciatori di Finlandia e Svezia. “Entrambi aveva fatto la vostra scelta, seguendo un percorso democratico. E io accolgo calorosamente la richiesta di adesione da parte di Finlandia e Svezia”, ha aggiunto. “Voi siete i nostri partner e la vostra adesso alla Nato aumenterà la nostra sicurezza comune. Le richieste che avete presentato oggi sono un passo storico, gli alleati valuteranno ora i prossimi passaggi di questo cammino verso la Nato”, ha continuato Stoltenberg. “Gli interessi della sicurezza di tutti gli alleati devono essere presi in considerazione e siamo determinati di affrontare tutte le questioni e giungere a rapide conclusioni”, ha assicurato Stoltenberg. “Tutti gli alleati sono d’accordo sull’importanza dell’allargamento della Nato, che dobbiamo stare insieme e siamo tutti d’accordo che questo è un momento storico”, ha evidenziato il segretario generale. 

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Il fronte si spacca

Di grande interesse è il report per Il Fatto Quotidiano di Andrea Warton.

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Scrive tra l’altro Warton: “La scelta fatta da Finlandia e Svezia in merito all’adesione alla Nato ha spezzato il fronte, poco conosciuto, dei Paesi europei non allineati ed oggi formato unicamente da Austria, Cipro, Irlanda, Malta e Svizzera. Queste nazioni, per un motivo o per l’altro, decisero di non schierarsi formalmente con l’Alleanza Atlantica durante la Guerra Fredda, preferendo non esporsi a possibili ritorsioni da parte del Patto di Varsavia. Gli orientamenti politici di questi Paesi sono chiaramente filo-occidentali, ma l’adozione della neutralità ha prevalso su ogni altra considerazione. Lo scoppio della guerra in Ucraina ha però spinto Helsinki e Stoccolma a un ripensamento importante e alla formalizzazione della domanda di adesione alla Nato (salvo eventuali ostacoli posti dalla Turchia). Ma anche in altri Paesi l’opinione pubblica storicamente neutrale potrebbe presto cambiare.

Un sondaggio, realizzato alla fine di marzo in Irlanda, ha evidenziato come la maggior parte dei cittadini sia a favore di un aumento delle spese militari e come il 48% dei cittadini voglia entrare a far parte della Nato, un record assoluto. I risultati hanno messo in luce un cambio di mentalità che negli anni è stato rafforzato dalla ferma volontà di Dublino di evitare ogni alleanza militare con la Gran Bretagna al punto di scegliere la neutralità durante la Seconda Guerra Mondiale. Lo svolgimento di esercitazioni militari da parte della Russia nei pressi delle coste irlandesi, nel mese di febbraio, potrebbe aver favorito un atteggiamento diverso. I dati sono, però, poco consolidati dato che due nuove inchieste, risalenti ad aprile, hanno evidenziato che circa i due terzi degli irlandesi siano contrari alla Nato. Il presidente Michael D Higgins, che ha definito la guerra in Ucraina come immorale e priva di giustificazioni, ha dichiarato che è arrivato il momento di aprire un dibattito interno alla società irlandese sul futuro della neutralità.

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L’aggressione russa all’Ucraina sembra aver lasciato il segno in Svizzera, dove Paelvi Pulli, responsabile della Politica di Sicurezza al ministero della Difesa, ha recentemente dichiarato che “di recente qualcosa è mutato nell’interpretazione della neutralità elvetica”. Le parole di Pulli, riportate da Repubblica, fanno seguito a quelle del ministro della Difesa, Viola Amherd, che ha escluso un’adesione all’Alleanza Atlantica ma allo stesso tempo ha chiarito che “la Svizzera deve rafforzare la sua cooperazione internazionale, anche con gli Stati Uniti”. Lo svolgimento di esercitazioni congiunte tra l’esercito svizzero e le forze dell’Alleanza Atlantica uniti agli investimenti per la modernizzazione interna sono chiari esempi del rafforzamento di cooperazione. La neutralità della Svizzera è stata riconosciuta ufficialmente dal Trattato di Parigi del 1815 e da allora questa nazione non partecipa a conflitti armati tra altri Paesi. Nel 2002 c’è stata una parziale attuazione della neutralità in seguito all’ingresso nelle Nazioni Unite e alla volontà di rispettarne le sanzioni. Per decenni la neutralità ha goduto di un supporto pressoché universale tra gli svizzeri, con tassi di approvazione superiori al 90%. Passo dopo passo, però, le cose sono iniziate a cambiare e il quadro è diventato meno monolitico. Secondo un recente sondaggio, infatti, il 52% degli svizzeri vorrebbe aderire a una forza di difesa europea, mentre “appena” il 66% è contrario a un’adesione alla Nato.

Discorso diverso, invece, per l’Austria. Questo è quanto è emerso da un sondaggio dell’agenzia di stampa austriaca Apa secondo cui il 75% dei cittadini è contrario alla Nato e solamente il 14% è in favore. Il 52% degli austriaci è convinto che la neutralità protegga l’Austria ed il 46% è anche piuttosto scettico nei confronti dell’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea. Le origini della neutralità austriaca risalgono al 1955, quando il Parlamento adottò una legge costituzionale che assegnò uno status di neutralità perpetua. La legge costituzionale rafforzò quanto espresso dal Trattato di Stato, siglato con i rappresentanti delle forze alleate, che impedì all’Austria di ospitare basi militari straniere, di partecipare a una guerra e a un’alleanza militare.

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A Malta la neutralità è uno dei pilastri della Politica Estera nazionale e “il perseguimento della pace, della sicurezza e del progresso sociale tra tutte le nazioni mediante l’adesione a una politica di non allineamento e al rifiuto di partecipare a ogni alleanza militare” sono sanciti dalla Costituzione. I principi, riportati dal The Malta Independent on Sunday, godono ancora del supporto della maggioranza dei maltesi. Il 63% ha dichiarato, in un sondaggio eseguito un mese prima che scoppiasse la guerra in Ucraina, di sostenere fortemente la neutralità di Malta.

Il presidente cipriota Nicos Anastasiades ha recentemente ricordato, come riportato dal portale Business Standard, che “il suo è un Paese piccolo e bisognoso di protezione” e che “è molto importante che questa protezione sia efficace e venga approvata dalla popolazione”. Discutere dell’appartenenza di Cipro alla Nato “è precoce perché anche se il governo fosse favorevole ci sono problematiche serie da affrontare e, ovviamente, l’obiezione da parte della Turchia”. Le relazioni tra Nicosia e Ankara sono precipitate nel 1974 dopo il Paese sul Bosforo invase l’isola e ne occupò la parte settentrionale. La Turchia ha riconosciuto unilateralmente quell’area dell’isola che ha proclamato la propria indipendenza nel 1983, ma non la Repubblica di Cipro”.

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L’opposizione della Turchia è importante perché l’ingresso di un nuovo paese deve essere approvato all’unanimità da tutti e 30 i membri della Nato: basta un solo voto contrario per bloccare tutto. In realtà, almeno per ora, la Turchia non ha detto esplicitamente che si opporrà. Ha detto che vede la richiesta di Svezia e Finlandia in maniera «non favorevole» a causa di una serie di scontri e polemiche avvenute negli scorsi anni soprattutto con la Svezia.

Anche per questo è già in corso un negoziato, e vari esponenti importanti della Nato, tra cui il segretario generale Jens Stoltenberg e il governo americano, si sono detti ottimisti. Erdogan tuttavia ha mostrato più volte di essere imprevedibile, e non ci sono garanzie definitive sul risultato della trattativa.

Le dichiarazioni critiche delle autorità turche sull’ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato sono cominciate nel fine settimana, quando ormai era chiaro che i due paesi nordici avrebbero confermato la loro volontà di aderire all’Alleanza. All’interno della Nato, la possibilità di far entrare Finlandia e Svezia è stata accolta con favore ed entusiasmo praticamente da tutti i paesi membri, e la posizione della Turchia è emersa fin da subito per la sua contrarietà”.

Così Warton

Il Sultano alza la posta

Globalist ne ha già scritto. La strada dell’ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato passa per la Turchia. 

Scrive in proposito Il Post: “Venerdì Erdogan ha detto: «Stiamo seguendo gli sviluppi con Svezia e Finlandia, ma non abbiamo pensieri favorevoli». Questa posizione è stata ribadita domenica dal ministro degli Esteri turco Mevlüt Cavusoglu, e lunedì Erdogan ha detto perfino che le delegazioni diplomatiche finlandese e svedese «non devono preoccuparsi» di venire ad Ankara per cercare di convincerlo.

Le ragioni per cui la Turchia è duramente scettica nei confronti di Finlandia e Svezia sono due: la prima, e più importante, riguarda il sostegno dato soprattutto dalla Svezia ai curdi del Pkk, organizzazione che la Turchia, gli Stati Uniti e l’Unione Europea (dunque anche la Svezia) considerano terroristica. Ma l’attribuzione di terrorismo nei contorni del Pkk è molto controversa e dibattuta, anche perché la popolazione curda in Turchia è spesso oggetto di persecuzione. Per questo, la Svezia in alcuni casi ha trattato dei membri del Pkk come rifugiati politici, fornendo loro protezione e rifiutandosi di estradarli in Turchia.

Il Pkk è un movimento politico-militare di estrema sinistra che da decenni combatte contro il governo turco per una maggiore autonomia della minoranza curda. Il gruppo ha messo in atto varie insurrezioni armate contro la Turchia, compiendo anche attacchi terroristici contro la popolazione civile. La Turchia ha risposto con estrema durezza, perseguitando non soltanto il Pkk e i suoi membri, ma in alcuni casi anche la popolazione civile curda. La guerra tra il Pkk e la Turchia va avanti da anni, e proprio negli ultimi mesi è tornata a essere più attiva.

In Svezia vive una delle diaspore curde più importanti d’Europa, e alcuni deputati del Parlamento svedese sono di origine curda. Nel paese operano piuttosto liberamente varie associazioni che la Turchia considera legate al Pkk, e hanno trovato rifugio persone che la Turchia ha accusato di terrorismo. Questo stato di cose ha provocato negli anni grosse tensioni diplomatiche tra i due paesi, oltre ad alcune grosse crisi, come quando nel 2017 un cittadino svedese attivista per i diritti umani fu arrestato mentre si trovava a Istanbul per lavoro, accusato di sostenere il terrorismo.

A questo si aggiunge il fatto che, a partire dal 2016, la Svezia ha accolto vari esponenti dell’organizzazione politica di Fethullah Gülen, che Erdogan considera responsabile del progetto di colpo di stato ai suoi danni. Secondo l’agenzia di stampa turca Anadolu, la Svezia e la Finlandia hanno negato alla Turchia «la maggior parte delle richieste di estradizione fatte negli ultimi cinque anni», sia per persone del Pkk sia per persone legate a Gülen (si parla di svariate decine di nomi). Quasi tutte le richieste negate provengono dalla Svezia, ma anche la Finlandia ha fatto lo stesso in alcune occasioni.

Per queste ragioni negli ultimi giorni Erdogan ha definito la Svezia «un nido di organizzazioni terroristiche», e ha aggiunto: «Nessuno di questi due paesi ha una posizione chiara e aperta nei 

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