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Aiuto pubblico allo sviluppo: Oxfam svela un gioco "truccato"

Cresce sulla carta lo stanziamento dei Paesi donatori in aiuto pubblico allo sviluppo (aps), ma in gran parte si tratta di un “aiuto gonfiato” costituito dalle donazioni di vaccini Covid che sono rimasti in molti casi inutilizzati.

Aiuto pubblico allo sviluppo: Oxfam svela un gioco "truccato"
Aiuto allo sviluppo

Umberto De Giovannangeli

14 Aprile 2022 - 18.15


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E’ la traduzione a livello globale e ai tempi di pandemie e guerre, del gioco delle tre carte. Un gioco truccato. 

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Gioco truccato

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A svelarlo, con la consueta puntualità e rigore analitico, è Oxfam. Cresce sulla carta lo stanziamento dei Paesi donatori in aiuto pubblico allo sviluppo (aps), ma in gran parte si tratta di un “aiuto gonfiato” costituito dalle donazioni di vaccini Covid che sono rimasti in molti casi inutilizzati.

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 È quanto denunciato da Oxfam in occasione del rilascio dei nuovi dati Ocse per il 2021. 

 “Nonostante il senso di solidarietà che dovremmo aver appreso dopo oltre 2 anni di pandemia, ci troviamo ancora una volta di fronte a niente più che un aumento di facciata negli stanziamenti da parte dei Paesi donatori, che hanno conteggiato nei budget nazionali destinati alla cooperazione allo sviluppo le donazioni di dosi di vaccini Covid  –  osserva Francesco Petrelli, policy advisor di Oxfam Italia su finanza per lo sviluppo –   Oltre 350  su 857 milioni  delle dosi donate provengono da scorte acquistate per la proprie necessità sanitarie, offerte spesso in prossimità della scadenza e senza supporto per la distribuzione e conservazione. Emblematico il caso dell’Italia che ha donato 33 milioni di dosi, in diversi casi proprio a pochi mesi dalla scadenza, mettendo in grande difficoltà i paesi beneficiari, che avendo sistemi sanitari fragili non riescono a mettere in piedi campagne vaccinali diffuse in poco tempo e senza un calendario certo e concordato. Altre 15 milioni di dosi, che erano state promesse, sono rimaste nei magazzini, perché rifiutate o non richieste, mentre In Europa a finefebbraio ne sono scadute 55 milioni nei magazzini”.

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 “Per l’emergenza Covid il nostro Paese ha dichiarato un aumento di stanziamenti da 94 a 666 milioni di dollari sul capitolo iniziativa relative al Covid-19, di questi 227 milioni è costituito dai vaccini oltre che da iniziative di rifinanziamento in questo caso positive del Fondo Globale per la lotta alle pandemie, l’iniziativa Gavi, l’Oms. Per un impegno complessivo pari l’11% del totale dell’aps 2021. – continua Petrelli – I vaccini che sono stati donati sono per la maggioranza gli stessi la cui somministrazione agli under 60 è stata interrotta su indicazione delle autorità sanitarie italiane, cioè Astrazeneca e J&J. Delle 33 milioni di dosi donate dall’Italia, quasi l’80% sono proprio di questa tipologia. Vaccini che sono stati donati a paesi come quelli africani con una popolazione che ha un’età media inferiore ai 20 anni”. 

 Italia ancora una volta sotto la media europea, solo 5 paesi raggiungono l’obiettivo dello 0.70%

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La spesa complessiva per gli aiuti di 30 paesi membri dell’Ocse è stata di 179 miliardi di dollari nel 2021. Si tratta di un aumento del 4,4% rispetto ai dati del 2020. I paesi ricchi hanno destinato però solo lo 0,33% del loro reddito nazionale lordo (Rnl) agli aiuti allo sviluppo, la stessa percentuale del 2020, e ben al di sotto dello 0,70% che avevano promesso nel 1970 e  che rappresenta uno degli obiettivi fondamentali dell’Agenda 2030 dell’Onu. Nel 2021 solo 5 paesi hanno mantenuto questa promessa: Lussemburgo, Norvegia, Germania, Svezia e Danimarca.

Per l’Italia lo stanziamento in aiuto pubblico allo sviluppo passa da 4,2 miliardi nel 2022 a 6 miliardi nel 2021, ossia dallo 0,22% allo 0,28% in rapporto al reddito nazionale lordo. Un dato che ci pone ancora una volta sotto la media dei paesi europei che arriva allo 0,49% per 81 miliardi di dollari.

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 “I fattori di crescita dall’aps italiano nel 2021 sono tutti episodici, mancano cioè di prevedibilità programmabilità nel tempo e quindi di efficacia nel medio-periodo. Per esempio la cancellazione del debito è un’operazione contabile che si fa una tantum. – aggiunge Petrelli – Così come le donazioni di vaccini e gli altri interventi preziosi ma saltuari legati all’emergenza Covid, se si tratta del solo rifinanziamento o anche di contributi aggiuntivi. In modo simile i costi dei rifugiati sono soggetti alle oscillazioni delle crisi e comunque è bene ricordare che sono risorse che restano nei confini del Paese donatore”.

 Oltre mezzo miliardo per l’accoglienza, un trend destinato a crescere

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A incidere non poco è ancora infatti una volta l’aumento dei costi per l’accoglienza dei richiedenti asilo entro i confini italiani, per ben 556 milioni l’anno scorso.

“Si tratta di un ‘circolo vizioso’ che denunciamo da anni, ma che non accenna ad interrompersi – continua Petrelli – Mentre da una parte siamo di fronte ad una migliore capacità di rendicontazione dei costi dei rifugiati, dall’altro si continua a non stanziare risorse aggiuntive per l’accoglienza in Italia, sottraendo così risorse preziose indispensabili per affrontare crisi umanitarie sempre più gravi nei paesi all’origine dei flussi migratori. Se dal 2020 al 2021 in Italia sono raddoppiati gli arrivi da 34 mila nel 2020 a 67 mila nel 2021, possiamo solo immaginare quanto questo trend crescerà sugli stanziamenti per il 2022”.

 In Italia per effetto dell’emergenza ucraina a fine anno rifugiati e richiedenti asilo potrebbero essere tra 150 e 200 mila.

“Neppure per affrontare la più grave crisi migratoria in Europa dalla Seconda Guerra Mondiale, il Governo ha deciso di stanziare risorse aggiuntive, rispetto al budget destinato alla cooperazione. Al contrario si è deciso di aumentare la spesa militare senza tener conto di quanto l’aiuto allo sviluppo sia cruciale anche per scongiurare nel medio termine nuove crisi – conclude Petrelli – In questo scenario, la crisi ucraina potrebbe avere quindi un impatto considerevole nella riduzione degli aiuti in tutta Europa. Una quota consistente di aiuti per affrontare la crisi siriana, ad esempio, sono già stati reindirizzati per sostenere l’accoglienza dei rifugiati ucraini nell’Unione. Ci troviamo quindi di fronte al paradosso in cui i paesi europei potrebbero diventare i maggiori beneficiari dei propri aiuti”.

Vademecum per gli “smemorati” al Governo (e in Parlamento)

Nei primi due anni di pandemia i dieci uomini più ricchi del mondo hanno più che raddoppiato i loro patrimoni, passati da 700 a 1.500 miliardi di dollari, al ritmo di 15mila dollari al secondo, 1,3 miliardi di dollari al giorno. Nello stesso periodo 163 milioni di persone sono cadute in povertà a causa della pandemia. La denuncia arriva dal rapporto di Oxfam La pandemia della disuguaglianza, pubblicato in occasione dell’apertura dei lavori del World Economic Forum di Davos, nel gennaio scorso.  «Dall’inizio dell’emergenza Covid-19, ogni 26 ore un nuovo miliardario si è unito ad una élite composta da oltre 2.600 super-ricchi le cui fortune sono aumentate di ben 5mila miliardi di dollari, in termini reali, tra marzo 2020 e novembre 2021», denuncia l’organizzazione non governativa.

Solo per Jeff Bezos, il numero uno di Amazon, una delle aziende il cui fatturato è decollato con il Covid-19, Oxfam calcola un «surplus patrimoniale» nei primi 21 mesi di pandemia di 81,5 miliardi di dollari, l’equivalente del costo stimato della vaccinazione (due dosi e booster) per l’intera popolazione mondiale. La pandemia, poi, ha colpito più duramente le donne, che hanno perso 800 miliardi di dollari di redditi nel 2020. Tuttora, mentre l’occupazione maschile dà segnali di ripresa, si stimano per il 2021 13 milioni di donne occupate in meno rispetto al 2019. Una pandemia delle diseguaglianze in cui le banche centrali sono intervenute pompando migliaia di miliardi per sostenere l’economia.

«Ma gran parte di queste risorse – dice Gabriela Bucher, direttrice di Oxfam International – sono finite nelle tasche dei miliardari che cavalcano il boom del mercato azionario». Poi c’è il boom degli utili nel settore farmaceutico, «fondamentale nella lotta alla pandemia, ma succube alla logica del profitto e restio alla sospensione temporanea dei brevetti» per aumentare la produzione di vaccini e salvare vite nei paesi più poveri. Secondo Oxfam, i monopoli detenuti da Pfizer, BioNTech e Moderna hanno permesso di realizzare utili «per 1.000 dollari al secondo e creare cinque nuovi miliardari». Al contempo «meno dell’1% dei loro vaccini ha raggiunto le persone nei Paesi a basso reddito». La percentuale di persone con Covi-19 che muore a causa del virus nei Paesi in via di sviluppo – denuncia la Ong – è circa il doppio di quella dei Paesi ricchi, mentre a oggi nei Paesi a basso reddito è stata vaccinata appena il 4,81% della popolazione.

La disuguaglianza, un virus temibile

È il virus della disuguaglianza, non solo la pandemia, a devastare così tante vite. Ogni 4 secondi 1 persona muore per mancanza di accesso alle cure, per gli impatti della crisi climatica, per fame, per violenza di genere. Fenomeni connotati da elevati livelli di disuguaglianza. La pandemia ha portato a un forte aumento della povertà in tutto il mondo. Ci sono oggi 163 milioni di persone in più che si stima vivano con meno di 5,50 dollari al giorno rispetto al periodo pre-pandemico. Scrivono ancora gli analisti di Oxfam: le proiezioni della Banca Mondiale mostrano che, a meno che non si agisca per ridurre le disuguaglianze di reddito all’interno dei Paesi, i livelli di povertà non torneranno ai livelli pre-crisi nemmeno entro il 2030. 

Le donne che hanno subito gli impatti economici più duri della pandemia, hanno perso complessivamente 800 miliardi di dollari di redditi nel 2020, un ammontare superiore al PIL combinato di 98 Paesi, e stanno affrontando un aumento significativo del lavoro di cura non retribuito, che ancora oggi ricade prevalentemente su di loro. Mentre l’occupazione maschile dà segnali di ripresa, si stima che nel 2021 ci saranno 13 milioni di donne occupate in meno rispetto al 2019.

Da soli 252 tra gli uomini più facoltosi del pianeta possiedono una ricchezza superiore al patrimonio aggregato di 1 miliardo di donne che vivono in Africa, America Latina e Caraibi. La pandemia ha colpito molto duramente anche le minoranze etniche, registrano ancora gli analisti dell’organizzazione internazionale che conta attivisti in 90 Paesi del mondo.

Ad esempio, durante la seconda ondata pandemica in Gran Bretagna, le persone di origine bangladese avevano una probabilità di morire di Covid-19 cinque volte superiore rispetto alla popolazione britannica bianca.

Il rapporto è di gennaio. Tre mesi dopo le cose non solo non sono migliorate, le disuguaglianze sono ulteriormente cresciute, la minoranza di ricchi si è ancor più arricchita e la stragrande maggioranza degli abitanti del pianeta si sono scoperti ancor più poveri e indifesi. In più, a sfidare verità e intelligenza, è il gioco delle tre carte intentato da chi non ha vergogna nel truccare i dati e falcidiare le spese sociali in favore di quelle militari. 

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