La Grande Madre Russia e il clan dei siloviki
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La Grande Madre Russia e il clan dei siloviki

I consiglieri di Putin, i 'siloviki' condividono tutti lo stesso passato del Presidente: ex funzionari militari e dell'intelligence, con posizioni molto radicali, che hanno il desiderio di 'riscattare' la Russia dall'umiliazione del crollo dell'Urss

La Grande Madre Russia e il clan dei siloviki
Putin e i suoi consiglieri, i siloviki
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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

22 Febbraio 2022 - 15.26


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Il dado è tratto. L’Ucraina è sotto attacco.  Con una mossa a sorpresa, ieri il presidente russo Vladimir Putin ha dapprima annunciato il riconoscimento dell’indipendenza delle autoproclamate repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk, per poi ordinare l’invio di truppe nella regione del Donbass.

Anche se sulla carta le due regioni di Donetsk e Luhansk sono gestite da leader ucraini, la Russia esercita da tempo su di loro un forte controllo. Chi vive nelle due repubbliche autoproclamate è invitato a richiedere la cittadinanza russa e abbandonare quella ucraina e può votare alle elezioni russe pur non avendo la cittadinanza vera e propria. Come moneta non si usa la grivnia ucraina, ma il rublo, e la lingua ucraina è bandita, così come la celebrazione delle feste ucraine.

Finora però la Russia non aveva mai riconosciuto ufficialmente le due repubbliche come entità ufficiali: una decisione del genere viola platealmente gli accordi di pace di Minsk del 2015 fra Russia e Ucraina (che comunque non sono mai stati rispettati dalla Russia).

Al momento non è ancora chiaro fin dove si spingeranno le truppe russe: se cioè rispetteranno il confine informale fra i territori controllati dal governo ucraino e quelli delle due repubbliche autoproclamate (che non occupano per intero i distretti di Donetsk e Luhansk), o se si spingeranno più avanti. La situazione era precipitata lunedì pomeriggio, quando Putin aveva deciso di riconoscere ufficialmente le due repubbliche autoproclamate come entità indipendenti, al termine di una lunga e per certi versi surreale riunione con i suoi principali collaboratori. Il riconoscimento viola platealmente gli accordi di pace di Minsk del 2015 fra Russia e Ucraina (che comunque non sono mai stati rispettati dalla Russia): finora la Russia aveva accuratamente evitato di farlo, verosimilmente per evitare di essere accusata di aumentare la tensione.

Poco dopo la riunione, Putin aveva cercato di giustificare il riconoscimento con un lungo discorso televisivo pieno di forzature storiche, in cui in sostanza aveva spiegato che l’Ucraina non è una vera nazione, e che la sua stessa esistenza rappresenta una minaccia alla sicurezza della Russia. Successivamente è arrivata la notizia dell’inizio dell’operazione militare nel Donbass.

Non è chiarissimo con quali e quante truppe la Russia sia entrata nelle due repubbliche autoproclamate. Nella notte fra lunedì e martedì sono circolati diversi video di mezzi militari nella zona di Donetsk, mentre alcuni giornalisti occidentali hanno raccontato di avere visto mezzi militari entrare in città.

“Non abbiamo paura della Russia”, la replica del presidente ucraino, Volodimyr Zelensky, che in un discorso alla nazione ha ribadito che gli ucraini non cederanno “un solo pezzo” del Paese. “I confini internazionali dell’Ucraina resteranno gli stessi”, nonostante il riconoscimento da parte russa delle Repubbliche di Luhansk e Donetsk. “Non cederemo niente a nessuno”, ha ripetuto più volte Zelensky e ha ribadito di essere “un sostenitore di una soluzione politica e diplomatica”. “Siamo dedicati a un percorso pacifico e diplomatico, siamo sulla nostra terra. Non abbiamo paura di niente e di nessuno, non dobbiamo niente a nessuno, non cederemo niente a nessuno”, ha detto Zelensky. Le azioni russe per il riconoscimento delle repubbliche di Donetsk e Luhansk rappresentano “una violazione della sovranità e dell’integrità territoriale” dell’Ucraina, ha denunciato.
Gli Usa, intanto, hanno spostato i propri diplomatici in Polonia per motivi di sicurezza.

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Kiev, due soldati uccisi nella notte

Due soldati ucraini sono stati uccisi da bombardamenti la notte scorsa e altri 12 sono rimasti feriti: lo ha reso noto la Joint Forces Operation del ministero della Difesa ucraino in un rapporto pubblicato questa mattina. Lo riporta il Guardian.  Il documento sottolinea che l’Ucraina ha registrato 84 violazioni del cessate il fuoco nelle ultime 24 ore da parte delle forze appoggiate dalla Russia, 64 delle quali con armi vietate dagli accordi di Minsk.

“Rimaniamo fiduciosi e calmi. Siamo pronti e in grado di difendere noi stessi e la nostra sovranità”. Lo scrive su Twitter il ministro della Difesa ucraino Oleksii Reznikov all’indomani della decisione di Mosca di riconoscere l’indipendenza del Donbass. Un atto con il quale il “Cremlino ha riconosciuto la sua aggressione nei confronti dell’Ucraina”.

Violazioni del cessate il fuoco

Le forze armate ucraine hanno sferrato cinque attacchi contro il territorio dell’autoproclamata Repubblica popolare di Lugansk (Lpr) nelle prime ore di oggi: lo rende noto in un comunicato la missione della Lpr presso il Centro congiunto per il controllo e il coordinamento (Jccc). Lo riporta l’agenzia di stampa Interfax.  “Sono state registrate cinque violazioni del cessate il fuoco”, ha affermato la missione Lpr. Gli attacchi, ha precisato la missione, hanno preso di mira le località di Donetskiy, Zolote-5, Sokylniki e Nizhne Lozove e sono stati eseguiti con armi di artiglieria da 122 mm e mortai da 82 mm e 120 mm.

Rifugiati dal Donbass

Le autorità di Rostov continuano ad accogliere i civili evacuati dalle Repubbliche popolari di Lugansk e Donetsk e oltre 7.000 persone si trovano attualmente in rifugi temporanei nella regione russa: lo ha reso noto il servizio stampa del governatore regionale. Lo riporta Interfax.  Attualmente “ci sono più di 7.000 rifugiati, tra cui 3.200bambini, in 118 rifugi temporanei nella regione di Rostov. Alle 8:00 (ora locale), oltre 11.000 persone, tra cui 4.888 bambini, sono state inviate su 14 treni verso altre 11 regioni russe”, ha affermato il servizio stampa.

Cos’è il Donbass

“Donbass” vuol dire “bacino del Donec”, il fiume affluente del Don che attraversa la Regione, come ricostruisce Il Post. Il toponimo si è imposto verso la fine dell’Ottocento. La Regione è ricca di giacimenti di carbone. È costituta da tre “oblast”, l’equivalente delle Regioni italiane in Ucraina: Luhansk, Donetsk e Dnipropetrovsk. Il conflitto è esploso nel 2014. Quando nel febbraio 2014 la Russia invase la penisola della Crimea – dopo il progressivo avvicinamento dell’Ucraina all’Occidente (Nato e Unione Europea), la rivoluzionearancionedel 2004, le proteste di Euromaidan del 2013 contro la decisione del presidente Viktor Yanukovich di rifiutare un importante patto commerciale con l’Ue, la repressione violenta e la fuga del presidente in Russia, l’operazione militare e il referendum considerato illegittimo nella penisola – partirono manovre militari di destabilizzazione anche nel Donbass.

I combattenti filorussi nella regione orientale auto-proclamarono due Repubbliche popolari: quella di Donetsk e quella di Luhansk. Mosca ha sempre negato un intervento diretto nel Donbass, come aveva fatto in un primo momento anche in Crimea. Dalla Russia però arrivarono finanziamenti e armi per prendere il controllo della Regione. I secessionisti dichiararono l’indipendenza dell’Ucraina e organizzarono dei referendum (l’11 maggio 2014) per entrare a far parte della Russia, come era successo in Crimea. I risultati non riconosciuti dalla quasi totalità della Comunità Internazionale e comunicati dai capi ribelli riportavano favorevole all’annessione l’89% dei votanti nella cosiddetta repubblica di Donetsk e il 96% in quella di Luhansk. Prima di allora non esistevano nella Regione movimenti secessionisti o filo-russi. Dall’indipendenza dall’Unione Sovietica nel 1991 le condizioni economiche degli abitanti – molti dei quali sono etnicamente russi – non erano però di certo migliorate.

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Gli accordi di Minsk (Minsk II) firmati nel 2015 – sottoscritti da rappresentanti di Russia, Ucraina, dai leader separatisti e dall’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) e in seguito approvati da una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite – prevedevano il cessate il fuoco, la ripresa del dialogo per le elezioni nelle due auto-proclamate repubbliche popolari, il ripristino dei legami commerciali e sociali e del controllo del confine con la Russia, il ritiro delle forze straniere e dei mercenari, una riforma costituzionale per conferire un’autonomia maggiore al Donbass rispetto al governo centrale di Kiev. Il protocollo non è mai stato rispettato nella sua integrità. La Russia esercita un influente controllo sul territorio. Gli abitanti sono invitati a richiedere la cittadinanza russa.  La maggior parte delle informazioni dal Donbass arrivano tramite i profughi o i social network essendo pressoché negato l’accesso alle organizzazioni internazionali. Kiev non ha rinunciato alla sovranità sulla Crimea e accusa Mosca per le sue azioni in Donbass. Rispetto al 2014, quando intervenne in Crimea e in Donbass tempestivamente, la Russia sta muovendo le sue truppe sui confini sull’arco di diversi mesi – sarebbero circa 150 mila i militari ammassati che circondato l’Ucraina. Si sono moltiplicate negli ultimi giorni le accuse incrociate di attacchi e azioni militari. Numerosi osservatori internazionali non hanno escluso che la crisi potrebbe culminare con un’invasione esplicita del Donbass da parte della Russia. Non ci sarebbero scontri, o sarebbero limitati, con la difesa di Kiev – l’esercito ucraino rispetto al 2014 è migliorato ma è ancora molto inferiore rispetto a quello russo – attestata a ovest di Donetsk.

Il clan dei siloviki 

A darne conto è un interessante analisi de Il Post: “L’isolamento di Putin ha accentuato un fenomeno già in corso da qualche anno, cioè l’aumento dell’influenza di un piccolo gruppo di consiglieri con posizioni molto radicali, su cui Putin farebbe affidamento quasi esclusivo per tutte le decisioni strategiche. Questi consiglieri condividono il background di Putin: sono tutti ex funzionari militari e degli apparati di sicurezza – quasi tutti del KGB, come Putin – nati all’inizio della Guerra fredda e sono definiti siloviki, parola con cui nel gergo russo si indica un politico proveniente dagli apparati di sicurezza.

siloviki vicini a Putin hanno posizioni radicali sulla politica estera, sui rapporti con l’Occidente ed esprimono una forma piuttosto rigida di nazionalismo russo. Tra loro ci sono Nikolai Patrushev, ex membro del Kgb amico di Putin fin dagli anni Settanta e oggi suo principale consigliere per la sicurezza nazionale, che è ritenuto l’organizzatore di varie operazioni sotto copertura della Russia, compreso l’avvelenamento di Alexander Litynenko; Sergei Naryshkin, attualmente capo dei servizi d’intelligence esterni, che di recente ha equiparato l’Ucraina alla «occupazione di Hitler»; Sergei Shoigu, ministro della Difesa che ha definito i nazionalisti ucraini come «non-umani» e Alexander Bortnikov, capo dei servizi d’intelligence interni.

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Secondo vari osservatori, i siloviki avrebbero assunto così tanta influenza da escludere dalle decisioni più importanti tutti i ministri più liberali del governo, che ricoprono posizioni soprattutto di gestione dell’economia del paese, ma che sono di fatto estromessi da ogni questione che non riguardi il loro limitato settore di competenza. «Il circolo dei suoi contatti si sta facendo più piccolo e influenza il suo modo di pensare», ha detto di Putin un ex alto funzionario del Cremlino al Financial Times. «Un tempo pensava a 360 gradi, adesso soltanto a 60 gradi».

Come ha scritto su Foreign Policy Tatiana Stanovaya, un’analista politica russa, i siloviki non soltanto condividono una visione estrema e nazionalista, ma hanno anche un certo interesse ad alimentare le divisioni tra Russia e Occidente: «L’aumento degli scontri e le sanzioni non spaventano i siloviki ma, al contrario, aprono loro nuove possibilità».

Un’altra ragione per cui Putin potrebbe compiere un atto rischioso come l’invasione dell’Ucraina, sempre secondo Stanovaya, è che negli ultimi anni è cambiata la percezione che Putin e l’establishment russo hanno della posizione del loro paese nel mondo: se fino a pochi anni fa Putin si comportava ancora come il leader «di uno stato vulnerabile dal punto di vista geopolitico, circondato da altri più potenti e ostili», e dunque agiva con estrema cautela, negli ultimi tempi i suoi notevoli successi in politica estera (in Crimea come in Siria) e il grosso potenziamento dell’esercito russo Russia è pronta a tornare una grande potenza rispettata e temuta.

Putin, ha scritto il New Yorker, vuole porre fine a un lungo periodo di «umiliazione» cominciato con la caduta dell’Unione Sovietica.

Il nazionalismo, le teorie del complotto anti-occidentali e la nuova sensazione di potenza militare finiscono tutti per avere un grosso effetto sulle decisioni che riguardano l’Ucraina, per la quale Putin ha una nota ossessione, legata a un’interpretazione parziale della storia russa e al desiderio di rinnovare il potere imperialista dell’Unione Sovietica.

L’atteggiamento più arrischiato e sprezzante di Putin si è visto più volte negli ultimi anni: il tentativo di avvelenamento di Alexey Navalny e la persecuzione nei confronti della sua organizzazione, per esempio, contraddicono una credenza piuttosto diffusa fino a qualche anno fa secondo cui Putin avrebbe lasciato spazio all’opposizione come innocua valvola di sfogo del malcontento politico. E più in generale, l’adozione di politiche sempre più radicali da parte del governo russo sarebbe dimostrata dal fatto che la repressione del dissenso non è mai stata così forte dal periodo sovietico: i giornali indipendenti sono stati chiusi o resi inoffensivi, l’opposizione di fatto eliminata e sono state approvate varie leggi repressive dei diritti politici”.

Fin qui Il Post. C’è da tremare.

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