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Dalla Libia i racconti dell'orrore: chi ha un briciolo d'umanità le ascolti

La Ong, attraverso i suoi canali social, ha dato voce ai naufraghi salvati nel Mediterraneo da Ocean Viking e che ora attendono un porto sicuro in cui sbarcare.

Dalla Libia i racconti dell'orrore: chi ha un briciolo d'umanità le ascolti
Migranti salvati da Ocean Viking

Umberto De Giovannangeli

18 Febbraio 2022 - 18.20


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Sono testimonianze sconvolgenti. Che dovrebbero scuotere chiunque coltivi ancora un briciolo di umanità. C’è chi stringe fra le mani l’anello della sorella rimasta in Sudan (“mi protegge”) e chi racconta le torture subite nelle carceri libiche (“ho cicatrici su tutta la schiena e bruciature”). Il racconto dei migranti a bordo della Ocean Viking è un autentico film dell’orrore.

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La Ong, attraverso i suoi canali social, ha dato voce ai naufraghi salvati nel Mediterraneo e che ora attendono un porto sicuro in cui sbarcare.

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Sono 247 in tutto a bordo dell’imbarcazione di Sos Mediterranee che staziona davanti alla Sicilia, di fronte a Portopalo di Capo passero, sulla costa siracusana. Una ragazza di 16 anni racconta la prigionia in Libia lunga sei mesi: “Ho visto cosa fanno alle donne e ho sentito le urla”. Un ragazzo di appena 19 anni racconta l’orrore subito: “Dieci anni fa lasciai il mio paese alla ricerca di lavoro in Libia: lì mi hanno imprigionato dieci volte. Le guardie mi picchiavano e quando ho cercato di fuggire mi hanno sparato a una gamba”.

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Il rapporto di Amnesty. Per non dimenticare

Italia e Unione europea devono cessare di collaborare al ritorno dei migranti e dei richiedenti asilo nell’inferno della Libia. Amnesty International lo ha affermato in occasione del quinto anniversario degli accordi di cooperazione finalizzati all’intercettamento dei migranti e dei rifugiati durante la traversata del mar Mediterraneo.

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Negli ultimi cinque anni sono state oltre 82.000 le persone intercettate in mare e riportate in Libia: uomini, donne e bambini andati incontro alla detenzione arbitraria, alla tortura, a trattamenti crudeli, inumani e degradanti, agli stupri e alle violenze sessuali, ai lavori forzati e alle uccisioni illegali.

Il Governo di unità nazionale della Libia continua a favorire queste violenze e a rafforzare l’impunità: ne è un esempio la recente nomina alla guida del Dipartimento per il contrasto dell’immigrazione illegale di Mohamed al-Khoja, che in precedenza controllava il centro di detenzione di Tariq al-Sikka, al cui interno erano state documentate diffuse violenze.

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“La cooperazione con le autorità libiche fa sì che persone disperate siano intrappolate in condizioni di un orrore inimmaginabile. Negli ultimi cinque anni Italia, Malta e Unione europea hanno contribuito alla cattura in mare di decine di migliaia di donne, uomini e bambini, finiti in gran parte in centri di detenzione agghiaccianti, dove la tortura è all’ordine del giorno. Innumerevoli altre persone sono state vittime di sparizione forzata”, ha dichiarato Matteo de Bellis, ricercatore di Amnesty International su migrazione e asilo.

“È davvero giunto il momento di porre fine a questo approccio vergognoso, che mostra un totale disprezzo per la vita e la dignità delle persone, e di dedicarsi invece ad attività di soccorso che assicurino lo sbarco delle persone in un luogo sicuro che, come ribadito solo pochi giorni fa dal segretario generale delle Nazioni Unite, non può essere la Libia”, ha aggiunto de Bellis.

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L’assistenza dell’Unione europea ai guardacoste libici è iniziata nel 2016, così come gli intercettamenti in mare. La cooperazione è poi aumentata considerevolmente con l’adozione di un Memorandum d’intesa bilaterale, firmato da Italia e Libia il 2 febbraio 2017, e con l’adozione della Dichiarazione di Malta, sottoscritta dai leader dell’Unione europea a La Valletta il giorno dopo.

Questi accordi costituiscono la base di una costante cooperazione che affida il pattugliamento del Mediterraneo centrale ai guardacoste libici, attraverso la fornitura di motovedette, di un centro di coordinamento marittimo e di attività di formazione.

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Gli accordi sono stati seguiti dall’istituzione della zona SAR libica, un’ampia area marittima in cui i guardacoste libici sono responsabili del coordinamento delle operazioni di ricerca e soccorso.

Queste azioni, in grandissima parte realizzate dall’Italia e finanziate dall’Unione europea, hanno da allora consentito alle autorità libiche di riportare sulla terraferma persone intercettate in mare, nonostante sia illegale riportare persone in un luogo nel quale rischiano di subire gravi violazioni dei diritti umani.

In Libia i migranti e i rifugiati, sia dentro che fuori dai centri di detenzione, subiscono sistematicamente una serie di violazioni dei loro diritti, del tutto impunite, da parte di milizie, gruppi armati e forze di sicurezza.

Il 10 gennaio 2022 milizie e forze di sicurezza hanno sparato contro i migranti e i rifugiati che erano accampati di fronte a un centro di assistenza dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati, a Tripoli. Le centinaia di persone lì arrestate si trovano ora nel centro di detenzione di Ain Zara, nella capitale libica, in condizioni insalubri e di sovraffollamento, sottoposte a violenze e private di quantità adeguate di cibo e acqua. I migranti e i rifugiati manifestavano fuori dal centro dall’ottobre 2021 per chiedere protezione, dopo un precedente raid delle milizie e delle forze di sicurezza al termine del quale migliaia di persone erano state arrestate e molte altre erano rimaste senza un alloggio.

“L’Italia e l’Unione europea devono cessare di contribuire a queste violenze atroci e iniziare ad assicurare che le persone che rischiano di annegare nel Mediterraneo siano prontamente soccorse e trattate umanamente”, ha commentato de Bellis.

“L’Unione europea e i suoi stati membri devono sospendere ogni forma di cooperazione che contribuisca a trattenere migranti e rifugiati in Libia e a far subire loro violazioni dei diritti umani. Chiediamo, al contrario, che si dedichino all’apertura di percorsi legali urgentemente necessari per le migliaia di persone intrappolate in Libia e che hanno bisogno di protezione internazionale”, ha concluso de Bellis.

Il Memorandum d’Intesa tra Italia e Libia scadrà nel febbraio 2023 ma sarà rinnovato automaticamente per altri tre anni se le autorità italiane non lo annulleranno entro il 2 novembre 2022.

Amnesty International Italia continua a sollecitare il governo a sospendere e non rinnovare l’accordo, oltre che a chiedere al parlamento di avviare le opportune iniziative nei confronti del governo. L’organizzazione per i diritti umani ha anche pubblicato sul sito amnesty.it una petizione a sostegno dell’interruzione della cooperazione con la Libia.

Nel 2021 i guardacoste libici, col sostegno di Italia e Unione europea, hanno catturato in mare 32.425 rifugiati e migranti e li hanno riportati in Libia: di gran lunga il più alto numero finora registrato, tre volte superiore a quello dell’anno precedente. Sempre durante il 2021, 1553 persone sono morte o sono scomparse in mare nel Mediterraneo centrale.

In un rapporto del 17 gennaio 2022 il segretario generale delle Nazioni Unite si è dichiarato gravemente preoccupato per lecontinue violazioni dei diritti umani contro i migranti e i rifugiati in Libia, tra cui violenze sessuali, traffico di esseri umani ed espulsioni collettive. Il rapporto ha ribadito che “la Libia non è un porto sicuro per lo sbarco di migranti e rifugiati” e ha ribadito la richiesta agli stati membri coinvolti di “rivedere le politiche che favoriscono gli intercettamenti in mare e il ritorno dei migranti e dei rifugiati in Libia”. Il rapporto ha anche confermato che i guardacoste libici continuano a operare con modalità che pongono in grave pericolo le vite e la salute dei migranti e dei rifugiati che cercano di attraversare il mar Mediterraneo.

Pur riconoscendo tali limiti, un rapporto interno del comandante dell’operazione navale dell’Unione europea “Eunavfor Med Irini”, reso pubblico dall’Associated Press il 25 gennaio 2022, ha confermato il proseguimento dei programmi di rafforzamento dell’operatività dei guardacoste libici.

Crimini di guerra. L’Italia sul banco degli imputati

Scrive Enrico Caporale su La Stampa: “Crimini di guerra contro i migranti in Libia. È l’accusa che le Organizzazioni internazionali Adala for All, StraLi e UpRights rivolgono contro le milizie libiche e che per la prima volta prende di mira due Paesi europei, l’Italia e Malta, per il loro sostegno alla Guardia costiera di Tripoli. Le tre Ong hanno depositato un esposto alla Corte Penale Internazionale (CPI) per i crimini commessi in Libia tra il 2017 e il 2021 contro migranti e rifugiati. L’esposto chiede alla CPI di indagare sui crimini commessi dai gruppi armati libici contro migliaia di migranti, tra cui donne e bambini, reclusi nei centri di detenzione dopo essere stati intercettati in mare. Le vittime sono state sistematicamente sottoposte a maltrattamenti e abusi, tra cui tortura, stupro, lavoro e arruolamento forzato, e in alcuni casi uccise. L’esposto richiede che il procuratore della CPI esamini la possibile responsabilità penale – oltre che degli attori libici – delle autorità e dei funzionari italiani e maltesi che hanno loro fornito sostegno. ‘I crimini commessi contro i migranti – sostengono le tre Ong – possono e devono essere indagati come crimini di guerra ai sensi dell’articolo 8 dello Statuto della CPI’. L’esposto sostiene infatti che i membri di gruppi armati che hanno preso parte alle ostilità in corso in Libia hanno sottoposto i migranti a numerosi abusi nei centri di detenzione sotto il loro controllo. ‘Questi atti soddisfano i requisiti previsti dallo Statuto della Corte per i crimini di guerra, in quanto sono stati commessi in un contesto di conflitto armato e sono ad esso correlati. Inoltre, questi crimini possono integrare dei crimini contro l’umanità ai sensi dell’articolo 7 dello Statuto. La necessità di investigare quanto accaduto nei centri di detenzione libici e di assicurare alla giustizia i responsabili è resa ancora più rilevante dal fatto che alcune autorità europee, in particolare italiane e maltesi, hanno facilitato il ritorno dei migranti in Libia e la loro susseguente detenzione e maltrattamento”. ‘I crimini commessi contro i migranti in Libia – osserva Ramadan Amani, di Adala for All – rappresentano una emergente sacca di immunità sempre più apertamente accettata dalla comunità internazionale, nonostante la grande quantità di prove di crimini internazionali commessi alle porte dell’Europa. Peraltro, le prove disponibili indicano chiaramente le responsabilità delle autorità europee’. Alessandro Pizzuti, co-fondatore di UpRights, sottolinea che ‘in Libia le parti in conflitto prendono di mira i migranti perché li percepiscono come una risorsa cruciale per portare avanti i loro obiettivi politici e militari. Per rispondere alle nuove sfide che il mondo sta affrontando, è indispensabile che la Corte Penale Internazionale fornisca risposte forti a queste nuove dinamiche e scenari’, scrive ancora Caporale.

Il passato che si fa presente

Privazione di acqua e cibo, condizioni di detenzione disumane e percosse sono le forme più comuni di maltrattamenti che subisce la quasi totalità dei migranti provenienti dall’Africa subsahariana durante il viaggio. A queste poi si aggiungono i lavori forzati, svariate forme di tortura per estorcere denaro ai migranti (dalle ustioni alle scariche elettriche, dalle posizioni stressanti alle percosse violente), gli stupri. “Il centro di questo mostruoso sistema di violenza è oggila Libia, un enorme campo di sfruttamento e di morte per i migranti”, si legge nel rapporto di Medici per i diritti umani (Medu) “Una malattia chiamata tortura”. 

“Le prove generalidi questo sistema erano state fattenel deserto del Sinai, dove tribù di beduini rapivano i migranti e li torturavano per estorcere denaro dalle loro famiglie»” spiega Alberto Barbieri, coordinatore generale di Medu.  “Il Sinai è diventato una sorta di prototipo di quanto si è poi riprodotto in Libia su più larga scala”. Sono tanti gli attori che gestiscono questo business. Dai gruppi di trafficanti altamente organizzati ai gruppi criminali estemporanei, dagli Asma Boy(bande armate che rapiscono i migrati per ottenere riscatti) alla polizia, dalle milizie a semplici civili che possono sfruttare i migranti facendoli lavorare come schiavi. «Le persone che arrivano in Italia con questo vissuto alle spalle hanno bisogno di risposte adeguate, che in Italia mancano”, rimarca Barbieri.

“Fino a qualche anno fa il Medu non si occupava specificatamente di tortura. «Ma siamo stati costretti a farlo nel momento in cui tutti i migranti che salivano sulla nostra clinica mobile ci raccontavano quello che avevano subito», sottolinea Barbieri. Che continua: “Ovviamente si rivolgevano a noi per un problema medico specifico, ma dall’anamnesi le violenze emergevano chiaramente”. L’82% dei richiedenti asilo seguiti dal team medico-psicologico di Medu nei centri di accoglienza in Sicilia presentava ancora “segni fisici compatibili con le violenze riferite”. 

Il rapporto di Medu è del maggio 2017. Sembra oggi.  Nulla è cambiato nell’inferno libico. Torture, stupri, respingimenti, traffico di esseri umani che vede in combutta organizzazioni criminali e autorità libiche, a cominciare dalla cosiddetta Guardia costiera libica. Esternalizzare le frontiere: questo è il risultato. Criminale.  

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