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In Afghanistan la resistenza è sempre più donna

Nei giorni scorsi hanno  manifestato a Kabul, contro la discriminazione e l'ingiustizia sociale. Coraggiose.

In Afghanistan la resistenza è sempre più donna
Donne afghane

Umberto De Giovannangeli

28 Dicembre 2021 - 18.13


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Afghanistan, la resistenza non s’arrende. E ha il volto fiero delle donne. Come quelle che nei giorni scorsi hanno  manifestato a Kabul, contro la discriminazione e l’ingiustizia sociale. Lo riporta l’emittente afghana Tolonews, pubblicando il video della protesta in cui si vedono donne con uno striscione su cui è scritto “odiamo la discriminazione”.

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Nei giorni scorsi il governo dei talebani ha stabilito che le donne non possono viaggiare, se non accompagnate da un parente di sesso maschile. Misura che arriva dopo che la maggioranza delle scuole secondarie del Paese è rimasta chiusa per le ragazze e che la maggior parte delle donne non è potuta tornare al lavoro una volta arrivati al potere i talebani, il 15 agosto scorso. 

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Ma la violenza sui diritti delle donne non ha soluzione di continuità: i talebani hanno annunciato il divieto per le donne di viaggiare da sole per lunghe distanze, oltre i 70 km circa. Dovranno dunque essere accompagnate da un uomo della famiglia. La raccomandazione, pubblicata dal ministero della Promozione della virtù e della prevenzione del vizio, che già circolava sui social, invita inoltre gli autisti a non accettare donne sui loro veicoli se non indossano il velo islamico”, senza tuttavia precisare quale tipo di velo.  

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Le donne, le ragazze e il diritto di protesta

A causa del clima di paura instauratosi dopo la presa del potere da parte dei talebani, molte donne ora indossano il burqa, evitano di uscire di casa senza un guardiano e hanno sospeso altre attività per evitare violenze e rappresaglie. Nonostante gli attacchi ai diritti delle donne, molte di loro prendono parte a proteste in varie zone del paese.

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Alcune proteste sono state portate a termine pacificamente ma molte sono state disperse con la violenza. Il 4 settembre a Kabul una manifestazione di circa 100 donne è stata repressa dalle forze speciali talebane che hanno sparato in aria ed esploso gas lacrimogeni.

Nazir (nome di fantasia), una difensora dei diritti umani, ha raccontato che il suo amico Parwiz (nome di fantasia) è stato brutalmente picchiato dopo che aveva preso parte a una manifestazione delle donne l’8 settembre:

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“Lo hanno arrestato e torturato, spezzandogli un braccio, in una stazione di polizia. Prima di rilasciarlo gli hanno fatto indossare vestiti nuovi perché quelli che indossava al momento dell’arresto erano pieni di sangue”.

L’8 settembre il ministero dell’Interno ha disposto il divieto di manifestare in tutto il Paese, “fino a quando non verranno emanate norme in materia”.

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“La comunità internazionale non può chiudere gli occhi di fronte alle violazioni dei diritti umani commesse dai talebani. Prendere iniziative concrete in seno al Consiglio Onu dei diritti umani non solo manderebbe il segnale che l’impunità non sarà tollerata ma contribuirebbe anche a prevenire violazioni su scala più ampia. L’azione del Consiglio Onu dei diritti umani dovrebbe andare di pari passo con le indagini in corso da parte del Tribunale penale internazionale con l’obiettivo di chiamare a rispondere sul piano giudiziario i responsabili di crimini di guerra e contro l’umanità, commessi da tutte le parti coinvolte”, ha dichiarato Juliette Rousselot, dell’ufficio Programmi della Federazione internazionale dei diritti umani.

Due mesi dopo la situazione è ulteriormente peggiorata

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“Non ce ne andremo, continueremo a lottare”

Di straordinario interesse è l’intervista di Chiara Sgreccia pubblicata da Repubblica lo scorso 9 novembre. A parlare, scrive Sgreccia, “è una donna che preferisce non dire il suo nome. Parla al plurale, in nome di RAWA – Associazione Rivoluzionaria delle Donne Afghane di cui fa parte. Nata negli anni Settanta come movimento femminile di resistenza all’occupazione sovietica, oggi opera in clandestinità. È una delle organizzazioni più importanti per la difesa dei diritti delle donne in Afghanistan

«Il desiderio dei Talebani di essere presi sul serio dall’Occidente non ha cambiato la loro natura che è e sarà sempre misogina, inumana, barbara, reazionaria, antidemocratica e anti-progressista. La situazione nel Paese è di totale caos e devastazione – racconta la donna-.. Oggi le città afgane sono tristi, cupe e grigie: non si sente più musica o le voci delle persone lungo le strade. La gente esce poco di casa perché ha paura. Ci sono pochissime automobili perché il gas e la benzina costano caro. La situazione economica è disastrosa: è quasi raddoppiato il prezzo degli alimenti di base, molti prodotti sono scomparsi dal mercato. Le banche, le imprese private, le start-up locali e anche i piccoli negozi stanno chiudendo; le importazioni e le esportazioni sono bloccate. Non c’è denaro e i pochi che lo possiedono, non posso prelevare più di 200 dollari al mese. Secondo UNDP (United Nations Development Programme) il 97% della popolazione rischia di cadere in povertà entro la metà del 2022, se non vengono forniti aiuti internazionali. Anche il settore sanitario è in crisi, non ci sono le medicine, non ci sono gli strumenti, non ci sono gli operatori sanitari. Il tasso di disoccupazione è altissimo, sono aumentati i suicidi di chi non riesce a sfamare la famiglia o a pagare l’affitto. In molti affermano che quest’angoscia non è affatto diversa dalla sensazione di terrore che si prova in guerra. In più, una delle nostre più grandi paure è che i Talebani trasformino l’Afghanistan in un rifugio sicuro per i terroristi».

E ancora: “Oggi è straziante vedere che gli obiettivi di tante donne, come quelli di studiare o di costruirsi una buona carriera, siano infranti, seppelliti sotto il burqa che in molte non erano più abituate a portare. I Talebani trattano le donne peggio delle bestie. Considerano illegale la detenzione degli animali in gabbia ma le imprigionano tra le quattro mura di casa. Mentre prima le donne costituivano poco più di un quarto del parlamento del paese e il 6,5% dei posti ministeriali, oggi sono escluse dal governo. E nonostante le false assicurazioni la maggior parte, deve ancora tornare in ufficio o in aula. L’edificio che una volta ospitava il Ministero degli Affari femminili da quando ci sono i Talebani è stato riadattato per accogliere il Ministero per la propagazione della virtù e la prevenzione del vizio, la polizia morale dei Talebani. E Il fatto che ancora oggi menzionino costantemente il complesso di regole della Sharia significa che il sistema di restrizioni e regolamenti diventerà sempre più duro e stingente fino a che non ci soffocherà».

Ma la resistenza continua. “Non pensiamo che fuggire dal Paese sia la soluzione giusta per le donne di RAWA perché, come abbiamo imparato dalla storia, nei momenti di guerra e oppressione il popolo mostra la sua capacità di resistenza. Proveremmo vergogna a lasciare il Paese e abbandonare milioni di persone che soffrono. Forse non riusciremo a rovesciare il regime talebano ma non smettiamo di aiutare la nostra genteÈ un dovere continuare la lotta e denunciare il regime, i suoi crimini e il ruolo da traditore che hanno avuto le potenze straniere. Nonostante viviamo in una società misogina, fondamentalista e patriarcale, nonostante i divieti, le botte, la paura, le minacce e le morti, le donne afghane continuano a protestare. Nessuna nazione può donare i diritti o la democrazia ad un altro stato. Perciò siamo certe che saranno proprio le nostre donne, ora politicamente consapevoli, a guidare la lotta per la resistenza in Afghanistan. Faranno da apripista perché sanno che cosa significa essere oppresse e, molto più di quanto accada agli uomini, stanno provando sulla loro pelle il dolore per la violazione dei diritti fondamentali, le brutalità del regime talebano».

 L’allarme sulle spose bambine 

 A partire da novembre 2021, l’Unicef ha riferito che i matrimoni precoci sono in aumento in Afghanistan. Nonostante la legge vieti di sposare minori sotto i 15 anni (e ancora al di sotto dello standard di 18 raccomandato a livello internazionale), sono scambi ampiamente praticati dalle famiglie. Secondo le analisi dell’organizzazione, il matrimonio precoce ha conseguenze devastanti sulla salute di una ragazzaper via degli abusi fisici e sessuali ed equivale a una forma di schiavitù moderna. I matrimoni combinati intrappolano le donne in un ciclo di povertà. 

“Abbiamo ricevuto rapporti credibili di famiglie che offrono figlie di appena 20 giorni per un futuro matrimonio in cambio di una dote”, dichiara Henrietta Fore, direttore generale dell’Unicef, che ricorda come “anche prima della recente instabilità politica, i partner dell’Unicef avevano registrato 183 matrimoni di bambini e 10 casi di vendita di bambini nel corso del 2018 e del 2019 solo nelle province di Herat e Baghdis. I bambini avevano un’età compresa tra i 6 mesi e i 17 anni”. L’organizzazione umanitaria stima che il 28% delle donne afghane tra i 15 e i 49 anni si sono sposate prima dei 18 anni. La pandemia da Covid-19, l’attuale crisi alimentare e l’inizio dell’inverno hanno ulteriormente acuito la situazione per le famiglie. Nel 2020, quasi la metà della popolazione dell’Afghanistan era così povera da non avere beni di prima necessità come l’alimentazione di base o l’acqua pulita. Tutto ciò, affermano da Unicef, “sta spingendo sempre più famiglie nella povertà e le costringe a fare scelte disperate, come far lavorare i bambini e far sposare le ragazze in giovane età”. Secondo Fore, “dato che alle donne non è consentito di tornare a scuola, il rischio di matrimoni precoci è ora ancora più elevato. L’istruzione è spesso la migliore protezione contro meccanismi di reazione negativi come matrimonio precoce e lavoro minorile”. Unicef sta lavorando con i suoi partner per diffondere consapevolezza tra la comunità sui rischi per le ragazze se date in spose da bambine ed ha avviato il programma di assistenza in denaro per aiutare a compensare il rischio di fame, di lavoro minorile e matrimonio precoce tra le famiglie più vulnerabili. “Chiediamo alle autorità centrali, provinciali e locali di attuare misure concrete per supportare e salvaguardare le famiglie e le ragazze più vulnerabili. Chiediamo – afferma Fore – che le autorità de facto diano priorità alla riapertura delle scuole per tutte le ragazze in età da scuola secondaria e consentano a tutte le insegnanti donne di tornare a lavorare senza ulteriori ritardi. È in gioco il futuro di un’intera generazione”.

L’incertezza unita all’aumento della povertà ha spinto molte ragazze nel mercato del matrimonio.

 Senza accesso alla contraccezione o ai servizi di salute riproduttiva, quasi il 10% delle ragazze afghane di età compresa tra 15 e 19 anni partorisce ogni anno, secondo il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa).

Molte sono troppo giovani per essere in grado di acconsentire al sesso e affrontare complicazioni durante il parto a causa dei loro corpi non sviluppati. I tassi di mortalità legati alla gravidanza per le ragazze di età compresa tra 15 e 19 anni sono più del doppio del tasso per le donne di età compresa tra 20 e 24 anni.

L’Afghanistan talebano non è un Paese per donne. Ma le donne quel Paese lo vogliono cambiare. E non si arrendono.

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