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La strage silenziosa dell’Aids: nel 2020 ha ucciso un bimbo ogni cinque minuti

Due bambini su 5 al mondo vivono con l’Hiv senza saperlo e solo poco più della metà dei bambini con l’Hiv ha accesso ai trattamenti antiretrovirali. Circa l′88% delle morti di bambini legate all’Aids sono avvenute nell’Africa sub-sahariana

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Bambino, lotta all'Aids

globalist

30 Novembre 2021


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I dati del rapporto Unicef sono davvero sconcertanti: nel 2020 almeno 310.000 bambini in tutto il mondo hanno contratto l’Hiv, uno ogni due minuti. Altri 120.000 sono morti per cause legate all’Aids, uno ogni cinque minuti.

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Due bambini su 5 al mondo vivono con l’Hiv senza saperlo e solo poco più della metà dei bambini con l’Hiv ha accesso ai trattamenti antiretrovirali. Circa l′88% delle morti di bambini legate all’Aids sono avvenute nell’Africa sub-sahariana e la pandemia da Covid-19 sta aggravando la situazione.

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È il quadro descritto nel nuovo rapporto Unicef “HIV and Aids Global Snapshot”, presentato in procinto della Giornata Mondiale per la lotta all’Hiv/Aids che si celebra come ogni anno, il primo dicembre.

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“L’epidemia di Hiv entra nel suo quinto decennio nel contesto di una pandemia globale che ha sovraccaricato i sistemi sanitari e limitato l’accesso ai servizi salvavita. Nel frattempo, la crescente povertà, i problemi di salute mentale e gli abusi stanno aumentando il rischio di contagio per i bambini e le donne”, ha affermato in una nota il Direttore generale dell’Unicef Henrietta Fore.

Il rapporto evidenzia che, a causa del Covid-19, molti paesi hanno subito interruzioni significative nei servizi per l’Hiv. I test Hiv per i neonati nei paesi ad alta prevalenza sono diminuiti tra il 50% e il 70%, mentre i nuovi trattamenti iniziati nei bambini al di sotto dei 14 anni sono diminuiti tra il 25% e il 50%. L’accesso alla terapia antiretrovirale è per i bambini, a livello globale, molto ridotta rispetto a quella delle donne in gravidanza (85%) e degli adulti (74%). In Asia orientale e Pacifico sono il 59% ha accesso alle terapie, il 57% in Africa orientale e meridionale, il 51% in America Latina e Caraibi e il 36% Africa occidentale e centrale.

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L’emergenza Covid ha ulteriormente compromesso i progressi compiuti nella lotta all’Aids, secondo quanto confermato da un rapporto congiunto del Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) e dell’Ufficio regionale europeo dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), che mostra un calo del 24% nel tasso di nuove diagnosi di Hiv tra il 2019 e il 2020.

Un crollo di circa un quarto, dunque, “dovuto in gran parte alla riduzione dei test” effettuati “nel 2020, a causa delle restrizioni anti Covid-19 e dell’interruzione dei servizi” sanitari.

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Oggi si stima che nel mondo oltre 38 milioni di persone convivano con l’Hiv. Di questi, secondo i dati dell’Unaids, 36,2 milioni sono adulti e 1,8 milioni bambini con meno di 15 anni.

Negli ultimi anni sono stati registrati importanti progressi nel contrasto alla malattia, non solo nei Paesi più ricchi, ma anche in quelli a basso e medio reddito: il numero delle nuove diagnosi è diminuito nel tempo passando dal picco del 1998 con 2,8 milioni di nuove infezioni a 1,7 milioni nel 2019. Inoltre alla fine di dicembre 2020 erano 27,5 milioni le persone con Hiv che avevano accesso alle terapie antiretrovirali, rispetto ai 7,8 milioni del 2010. Questi progressi ora sembrano messi a rischio dalla pandemia.

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Il fenomeno è stato osservato anche in Italia, dove, secondo l’Istituto Superiore di Sanità (Iss), le diagnosi si sono ridotte del 47% nel 2020 rispetto al 2019 (per un totale di 1.303 nuove diagnosi e un’incidenza di 2,2 ogni 100.000 residenti). Un calo analogo è stato registrato nei casi di Aids, passati dai 605 del 2019 ai 352 del 2020.

Per l’Iss a spiegare la riduzione potrebbe essere una difficoltà di accesso ai test a causa del Covid-19. La fascia interessata resta quella dei giovani tra i 25 e i 29 anni. Nel nostro Paese 6 nuove diagnosi su 10 vengono identificate in ritardo, e questo pregiudica l’efficacia delle terapie. Sul fronte delle trasfusioni di sangue, da oltre 25 anni non si registrano casi di infezione da Hiv, e nel 2020 dai dati diffusi dal Centro Nazionale Sangue (Cns) nessuna nelle oltre 2,8 milioni di trasfusioni, trend che trova conferma anche nei primi mesi dell’anno in corso.

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Questi dati arrivano a 40 anni esatti da quando i Centers of Disease Control and Prevention (Cdc) di Atlanta segnalarono un improvviso e inspiegabile aumento di polmoniti da Pneumocystis carinii in giovani uomini omosessuali.

Di lì a poco la nuova infezione sarebbe stata ribattezzata “Sindrome da immunodeficienza acquisita”. Con uno sforzo scientifico senza precedenti, in meno di sei anni arrivava il primo farmaco antiretrovirale per controllare l’infezione. Ancora un decennio e debuttava la Haart, la terapia combinata a più farmaci in grado di abbattere la mortalità.

Da allora la terapia ha fatto ulteriori progressi arrivando al traguardo della non trasmissibilità dell’infezione nei pazienti con malattia ben controllata. Nell’attesa di un vaccino, oggi la sfida resta quella di ampliare quanto più possibile l’accesso alla diagnosi e ai farmaci antiretrovirali e il controllo del fenomeno della resistenza ai trattamenti.

Ecdc e Oms nel frattempo lanciano un allarme: “La situazione è preoccupante – avvertono gli esperti -. Considerando che nell’ultimo decennio sono aumentate le nuove infezioni da Hiv nella regione europea dell’Oms”, il trend rilevato nel periodo pandemico “suggerisce che il numero di persone con infezione non diagnosticata sia di nuovo in aumento”. Nonostante questo problema di sottodiagnosi e sottosegnalazione nel 2020 – si legge nel report – in 46 dei 53 Paesi della regione europea dell’Oms sono stati registrati 104.765 nuovi casi di Hiv, di cui 14.971 in da Paesi dell’Unione europea/Spazio economico europeo (Ue/See). Ciò corrisponde a 11,8 nuove infezioni rilevate ogni 100mila abitanti nella regione europea.

La trasmissione sessuale tra maschi risulta la via di contagio più comune nell’Ue/See, mentre la trasmissione eterosessuale e l’uso di droghe per iniezione sono state le modalità di infezione più diffuse nella parte orientale della regione europea.

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