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L'eterno ritorno nella Gerusalemme insanguinata: viaggio in una città indivisibile

Una persona è morta, mentre altre quattro (tra cui due agenti di polizia) sono rimaste ferite in un agguato con armi da fuoco alla Spianata delle Moschee

L'eterno ritorno nella Gerusalemme insanguinata: viaggio in una città indivisibile
Attentato a Gerusalemme

Umberto De Giovannangeli

21 Novembre 2021 - 16.51


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Gerusalemme insanguinata. L’eterno ritorno. Una persona è morta, mentre altre quattro (tra cui due agenti di polizia) sono rimaste ferite in un agguato con armi da fuoco alla Spianata delle Moschee. Il luogo sacro per le tre principali religioni monoteiste torna così a macchiarsi di sangue, con la tensione in Israele e Cisgiordania che rischia di nuovo di tornare a livelli di allarme. Mentre una prima ricostruzione parlava di due aggressori, sembra essere solo una persona, poi uccisa dalle forze di sicurezza, ad aver sferrato l’attacco. Anche sulla dinamica arrivano i primi chiarimenti. Alcuni media sostenevano che si trattasse di un attacco con armi da fuoco, altri riferivano di colpi di coltello. Successivamente era circolata la notizia che uno dei due assalitori fosse armato con un fucile Gustav, mentre l’altro abbia utilizzato proprio un’arma bianca. In realtà, l’unico assalitore, che indossava gli abiti di un ebreo ortodossoe che era un membro di Hamas, ha attaccato utilizzando una Beretta M12. 

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Esulta Hamas che  parla di un gesto eroico”, come ha affermato il portavoce Hazem Qassem. “La nostra Città santa – ha aggiunto – continuerà la lotta fino all’espulsione dell’occupante”, ha detto prima di spiegare che l’uomo, Fadi Abu Shedam, 42 anni, originario del campo profughi Shuafath(Gerusalemme est), era uno dei leader di Hamas. Analogo sostegno è giunto anche dal Jihad Islamico, secondo il quale alle radici di questo attacco – il secondo negli ultimi giorni – ci sono “il moltiplicarsi degli episodi di terrorismo da parte dei coloni e dei soldati israeliani in Cisgiordania e le demolizioni di case palestinesi a Gerusalemme”. 

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Le indagini in corso confermano che l’autore dell’attacco “era un seguace di Hamas”, come ha detto ai cronisti il ministro israeliano per la Sicurezza Interna, Omer Bar-Lev. Tutta la Spianata, come avviene nei periodi di massima tensione, è stata chiusa alle visite degli ebrei per garantire la sicurezza dei cittadini.

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Due storie di dolore e di speranza

 “Vedete, l’Occupazione agisce in ogni aspetto della tua vita, ti sfinisce, ti amareggia in un modo che nessuno da fuori riesce davvero a capire. Ti sottrae il domani. Ti impedisce di andare al mercato, alla spiaggia, al mare. Non puoi camminare, non puoi guidare, non puoi raccogliere un’oliva dal tuo stesso albero che si trova dall’altra parte del filo spinato. Non puoi nemmeno alzare lo sguardo al cielo. Lassù hanno i loro aeroplani. Possiedono l’aria che sta sopra e il suolo che sta sotto. Per seminare la tua terra devi avere il permesso. Con un calcio spalancano la tua porta, prendono il controllo della tua casa, mettono i piedi sulle tue sedie. Tuo figlio di sette anni viene preso e interrogato. Nemmeno puoi immaginarlo. Sette anni. Fai che sei padre per un minuto e pensa a tuo figlio di sette anni che viene preso davanti ai tuoi occhi. Bendato. Ammanettato con lacci ai polsi. Condotto al tribunale militare di Ofer. La maggior parte degli israeliani nemmeno lo sa che succedono queste cose. Non che siano ciechi. E’ che non sanno quello che fanno in loro nome. Non viene permesso loro di vedere. I loro giornali, le loro televisioni queste cose non gliele dicono. Non possono entrare in Cisgiordania. Non hanno alcuna idea di come viviamo. Ma questo succede ogni giorno. Ogni singolo giorno. Non lo accetteremo mai. Nemmeno fra mille anni, lo accetteremo….  L’Occupazione ci demolisce e noi ci risolleviamo, Siamo tenaci. Non ci diamo per vinti. Capite, porre fine all’Occupazione è la nostra sola speranza per la sicurezza di tutti, israeliani, palestinesi, cristiani, ebrei, musulmani, drusi, beduini, non importa. L’Occupazione guasta noi tutti partendo dall’interno…”. 

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E’ un brano tratto da un libro straordinario, emozionante, un racconto di un dolore indicibile di due padri, uno palestinese, l’altro israeliano, che hanno perso le loro due figlie in un’azione repressiva dei soldati israeliani, l’uno, e in un attentato suicida, l’altro. Apeirogon di Colum McCann (Feltrinelli), è un romanzo-verità. E fa comprendere meglio di mille trattati di geopolitica l’essenza della tragedia di due popoli. Sofferenza e speranza, conoscenza e condivisione. Bassam Aramin è palestinese. Ramii Elhanan è israeliano. Il mondo di Bassam e di Rami cambia irrimediabilmente quando Abir, di dieci anni, è uccisa da un proiettile di gomma e la tredicenne Smadar rimane vittima di un attacco suicida. Quando Bassam e Rami vengono a conoscenza delle rispettive tragedie, si riconoscono, diventano amici per la pelle e decidono di usare il loro comune dolore come arma per la pace. 

La storia dei tanti Bassam e dei tanti Rami che hanno segnato e sono stati segnati da un conflitto infinito, racchiude tante verità. Che non esiste una pace senza giustizia, senza  il riconoscimento  dell’esistenza, della storia, della identità, delle aspirazioni e, sì, delle paure dell’altro da sé. Che la pace è un incontro a metà strada, è l’esercizio, alto e nobile, del compromesso. La loro storia dice che perpetuare lo status quo è una illusione destinata, prima o poi, a trasformarsi in tragedia. “Non lo accetteremo mai. Nemmeno fra mille anni lo accetteremo…”afferma Bassam riferendosi all’Occupazione.  E’ bene averne contezza, oggi. Oggi che il conflitto israelo-palestinese è uscito dall’agenda delle priorità della comunità internazionale. Oggi che la pace tra Israeliani e Palestinesi non è tra gli assilli della nuova Amministrazione USA. E’ bene comprenderlo. Perché la sofferenza e le aspirazioni di un popolo non possono essere derubricate come “varie ed eventuali” in un consesso diplomatico. E Gerusalemme è centrale in tutto ciò.

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Bramosia di possesso

La conquista dei luoghi santi di Gerusalemme, avvenuta con la Guerra dei Sei giorni dell’estate 1967, viene rielaborata in una chiave ideologica che da subito aveva preoccupato i due “eroi” di quella Guerra: il ministro della Difesa, Moshe Dayan, e il capo di stato maggiore di Tsahal, Yitzhak Rabin. A farsi strada è la sacralità di “Eretz Israel”, che in quanto tale non è data come materia disponibile per qualsiasi politico. La Terra è Dio. E’ il trionfo del revisionismo sionista di Zeev Jabotinsky, l’humus culturale e ideologica su cui è cresciuta la fortuna politica della destra israeliana. In questa narrazione, la questione della sicurezza, che pure segna da sempre la quotidianità della popolazione israeliana, ha un ruolo tutto sommato secondario. Il punto centrale è che la Terra d’Israele non è negoziabile. E’ una questione identitaria, e dunque metapolitica. Affrontarla significa rileggere la storia d’Israele, dalla sua fondazione ad oggi, e assieme ad essa, quella, non meno complessa e tormentata, della diaspora. Segnata nel tempo da una bramosia di possesso assoluto che ha prodotto guerre, odii secolari, tingendo di sangue le sue pietre millenarie. Gerusalemme. “Il problema di Gerusalemme consiste nel fatto che è oggetto di una competizione aspra, crudele e nazionalistica tra gli ebrei d’Israele e gli arabi palestinesi. Per entrambe le parti vincere la competizione significa acquistare una sovranità incontrastata sulla città”.

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 Così Avishai Margalit, tra i più acuti analisti politici israeliani, professore di Filosofia all’Università ebraica di Gerusalemme, riflette sulla Città Contesa nel suo libro Volti d’Israele (Carrocci). 

“Ciò che rende il problema di Gerusalemme tanto complesso – annota ancora Margalit – è il fatto che l’attuale competizione nazionalistica per la città si svolge sullo sfondo di un’antica e sanguinosa competizione religiosa tra ebraismo, cristianesimo e islam. Per comprendere la profondità del conflitto nazionalistico bisogna afferrare il carattere di quello religioso…”. Per questo Gerusalemme è il simbolo di un conflitto che non ha eguali al mondo. Perché come nessun conflitto al mondo racchiude in esso interessi, sentimenti, geopolitica e simbologia, in una dimensione atemporale. Sono dunque gli scrittori coloro che meglio sono riusciti a catturare l’essenza e a raccontare la natura del problema. E tra gli scrittori ce ne è uno che più di chiunque altro ha scavato in quel groviglio di sentimenti, ambizioni, paure, speranze, odio, che da sempre caratterizza l’affaire- Jerusalem. Quello scrittore, scomparso qualche anno fa, è Amos Elon. Gerusalemme – osserva Elon nel suo libro Gerusalemme. I conflitti della memoria (BUR) – conserva uno straordinario fascino sulla fantasia e genera, per tre fedi ostili che si esprimono con parole perfettamente intercambiabili, la paura e la speranza dell’Apocalisse. Qui il territorialismo religioso è un’antica forma di cultura. A Gerusalemme, nazionalismo e religione furono sempre intrecciati tra loro; qui l’idea di una terra promessa e di un popolo eletto fu brevettata per la prima volta, a nome degli ebrei, quasi tremila anni fa. Da allora – prosegue Elon – il concetto del nazionalismo come religione ha trovato emuli anche altrove…Oggi, a Gerusalemme, religione e politica territoriale sono una cosa sola. Per i palestinesi come per gli israeliani, religione e nazionalismo si sovrappongono e combaciano. Da entrambe le parti si fondono e ciò che nasce è potenzialmente esplosivo”.

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Tutto su Gerusalemme rimanda a una visione assolutistica che non conosce né concede l’esistenza di aree “grigie”, di incontri a metà strada tra le rispettive ragioni. Un diplomatico, tutto ciò, dovrebbe saperlo e tenere bene in mente. Perché in questo crogiolo di sentimenti e di passioni, anche un fotomontaggio può divenire devastante.Sari Nusseibeh, già rettore dell’Università Al-Quds a Gerusalemme Est, è il più autorevole e indipendente tra gli intellettuali palestinesi. La sua è una delle più antiche famiglie gerusalemite, assieme agli Husseini e ai Nashashibi. Del suo libro” C’era una volta un paese. Una vita in Palestina”(Il Saggiatore), questa è la conclusione: “I dualismi di buono e malvagio, bianco e nero, giusto e sbagliato, all’insegna del ‘noi’ e ‘loro’, dei nostri ‘diritti e delle loro ‘usurpazioni’, hanno ridotto a brandelli la Terra santa. La sola speranza ci viene quando diamo ascolto alla saggezza della tradizione, e dalla consapevolezza che Gerusalemme non può essere conquistata o conservata con la violenza. E’ una città di tre fedi diverse ed è aperta al mondo….Negli antichi, intricati vicoli di Gerusalemme, stupore e prodigi sono sempre dietro l’angolo, pronti a ricordarti che questo non è un posto comune che un rilevatore può misurare con la sua asta graduata. E’ una terra troppo sacra per questo”. E per una dichiarazione unilaterale che ne viola saggezza e tradizione. E ne fa il centro di una possibile, devastante, guerra di religione”.

Identità e memoria: un nesso inscindibile. In proposito, David Grossman ebbe a dire di essere d’accordo “con quanto detto da Abraham Yehoshua sulla memoria: le persone, le società, i paesi molto spesso sono ferme nella memoria, ricordano troppo e questo significa perdere il contatto con la realtà vera ed essere invece in rapporto con la proiezione delle nostre paure, dei nostri stereotipi e pregiudizi. Dobbiamo affrontare la memoria e i ricordi con sospetto e cautela”. Forse, afferma lo scrittore, “possiamo andare oltre, possiamo dire che siamo cresciuti e lasciarcele indietro queste storie”. “Memoria – rimarca ancora Grossman in una intervista concessa a Daniel Reichel per Pagine Ebraiche (febbraio 2020) –  è il modo in cui creiamo la nostra identità . Siamo quello che ricordiamo ma siamo anche ciò che dimentichiamo. A volte diventiamo dipendenti dalla memoria che non ci permette di dimenticare cose che provocano il nostro essere bloccati in determinate circostanze. Siamo vittime dei nostri stessi ricordi, non siamo capaci di rielaborarli…”. 

Gerusalemme indivisibile

Scrive Paola Caridi nel suo bel libro Gerusalemme senza Dio. Ritratto di una città crudele (Feltrinelli): “Qualunque soluzione degna di questo nome deve fondarsi su un pilastro senza il quale tutta la costruzione politico-diplomatica è destinata a implodere. Il pilastro si chiama ‘riconoscimento reciproco’…La reciprocità chiarisce che non ci può essere una Gerusalemme omologata, identitaria, etnicamente pura o ripulita. Da nessuna delle due parti. Non ci può essere una Gerusalemme solo israeliana e solo ebrea, e neanche una Gerusalemme amministrata, controllata, gestita solo dalle autorità israeliane. Allo stesso tempo, non ci potrà mai essere, neanche nei sogni dell’integralismo musulmano e di quello cristiano, una Gerusalemme solo palestinese, solo araba, declinata secondo due credo religiosi: la fede musulmana e la fede cristiana, appunto”.

E ancora: “Gerusalemme rappresenta il simbolo di questa impossibilità della divisione. Folle pensare che la città non venga considerata una, unica dagli israeliani. Altrettanto folle pensare che per i palestinesi Gerusalemme sia solo il piccolo settore a oriente della Linea Verde, e che i quartieri dell’espansione borghese palestinese verso occidente e il mare (Musrara, Talbyeh, Qatamon e via elencando) non ne facciano parte. E dunque? Dal punto di vista teorico e culturale, la ricetta è tanto semplice quanto rivoluzionaria: Gerusalemme deve essere una e condivisa. Deve, cioè, rimanere unita e deve essere condivisa, una città per due comunità”.

E’ la sfida del futuro. Contro l’eterno ritorno dell’odio e del sangue. 

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