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Come e perché il "macellaio di Damasco" Assad è tornato nelle grazie degli ex nemici arabi

Nelle ultime settimane alti rappresentanti di Egitto, Giordania ed Emirati Arabi Uniti si sono incontrati con le loro controparti siriane e hanno persino visitato Damasco

Come e perché il "macellaio di Damasco" Assad è tornato nelle grazie degli ex nemici arabi
Il presidente siriano Assad

Umberto De Giovannangeli

19 Novembre 2021 - 17.33


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Dieci anni di guerra, morte, distruzione. Un Paese ridotto in macerie, un popolo ad una moltitudine di profughi. Un inferno in terra: la Siria. E sulle macerie regna un burattino manovrato dai suoi protettori esterni- Russia, Iran, Hezbollah – senza i quali Bashar al-Assad non sarebbe al potere e forse neanche in vita.

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Memoria corta

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Ma la memoria dei rais e autocrati che dominano in Medio Oriente, è labile. E chi ieri era un nemico mortale, oggi può diventare un alleato prezioso. 

Di grande interesse, in merito, è l’articolo di Anshel Pfeffer, direttore editoriale di Haaretz, tra i più autorevoli analisti di geopolitica israeliani. 

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“Nelle ultime settimane – scrive Pfeffer – alti rappresentanti di Egitto, Giordania ed Emirati Arabi Uniti si sono incontrati con le loro controparti siriane e hanno persino visitato Damasco. Il presidente Bashar Assad è ancora persona non grata nelle capitali arabe, e probabilmente rimarrà tale per il prossimo futuro. Ma il suo regime, dopo lunghi anni di isolamento durante la guerra civile siriana, viene lentamente fatto rientrare dal freddo.

È interessante notare che i paesi che prendono l’iniziativa, a nome del resto della Lega Araba, sono quelli con cui Israele ha sempre più forti legami di sicurezza e anche diplomatici.

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Il riavvicinamento arabo non ha avuto alcuna risposta da parte di Israele, almeno non in pubblico. In privato, gli alti funzionari israeliani sono piuttosto blasé al riguardo. Ufficiosamente, esprimono la speranza che questo serva almeno da contrappunto all’influenza iraniana in Siria. L’atteggiamento israeliano non dovrebbe sorprendere.

In nessun momento dei 10 anni di guerra civile siriana Israele è intervenuto in modo decisivo. Infatti, all’inizio della guerra, l’allora primo ministro Benjamin Netanyahu ha consigliato nei suoi incontri con i leader occidentali di non fornire ai ribelli armi avanzate, soprattutto non missili antiaerei, che temeva potessero cadere nelle mani sbagliate ed essere usati contro gli aerei israeliani. Israele ha fornito piccole quantità di armi leggere – insieme ad aiuti medici e forniture alimentari – ai gruppi ribelli sulle alture del Golan. Ma questo era principalmente per assicurare che l’area vicino al confine di Israele non diventasse un’enclave dell’Isis.

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Nei primi anni dello scorso decennio, quando in vari punti della guerra civile siriana sembrava che il futuro di Assad fosse in pericolo, circolavano alcune voci serie all’interno dell’establishment di sicurezza israeliano che sostenevano che Israele dovesse cogliere l’occasione e affrettare la sua fine. C’era un argomento sia strategico che morale: Israele non doveva rimanere in disparte mentre, appena oltre il confine, un dittatore assetato di sangue massacrava centinaia di migliaia di civili.

Mentre nessuno chiedeva un colpo diretto contro il cuore del regime, c’erano altre linee d’azione sostenute. Uno era per la creazione di un ampio “corridoio umanitario”, o “no-fly zone”, sul confine israeliano del Golan, in cui i civili sarebbero stati protetti dalle forze di Assad e dall’Isis, dalla potenza aerea israeliana. Un altro suggerimento, che è stato anche espresso pubblicamente dal Magg. Gen. (res.) Amos Yadlin, era che Israele lanciasse attacchi aerei per distruggere i jet e gli elicotteri d’attacco dell’aviazione siriana che venivano usati per bombardare le aree civili.

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Netanyahu ha spazzato via tutti questi suggerimenti. Ha insistito sul fatto che Israele non sarebbe stato risucchiato nella tragedia siriana, e che l’attenzione sarebbe rimasta solo sugli obiettivi legati all’Iran. Le basi del regime sarebbero state colpite solo se avessero ospitato elementi della Forza Quds iraniana o se fossero state usate per immagazzinare armi destinate a Hezbollah. Comunque, il dibattito in Israele su cosa fare di Assad è diventato irrilevante il 30 settembre 2015, quando l’aviazione russa ha effettuato il suo primo attacco aereo contro i ribelli siriani come parte della sua campagna di successo per salvare il regime di Assad.

Dal momento in cui il primo jet da combattimento russo Sukhoi è atterrato nella base aerea di Khmeimim vicino a Latakia, Assad ha avuto l’ombrello di una superpotenza. Poiché l’amministrazione Obama aveva già chiarito due anni prima che non importava quanti civili siriani Assad avesse ucciso con armi chimiche, gli Stati Uniti non sarebbero intervenuti, Israele non aveva altra scelta che fare i suoi accordi con la Russia. In pochi giorni, Netanyahu era su un aereo per incontrare il presidente Vladimir Putin.

L’accordo con i russi era chiaro: il loro cliente siriano non sarebbe stato toccato finché Israele avrebbe continuato ad avere campo libero per attaccare obiettivi iraniani. Putin era e rimane d’accordo con questo accordo.

Gli iraniani possono aver fornito alla causa pro-Assad carne da cannone sotto forma di decine di migliaia di poveri miliziani sciiti dell’Iraq e dell’Afghanistan che l’Iran ha fatto volare per combattere e morire in Siria, ma Putin non voleva nemmeno che prendessero il controllo della Siria. Era perfettamente felice di vedere Israele frenare le loro aspirazioni.

Ma la linea di fondo rimane che Israele ha acconsentito, all’inizio, che Assad rimanesse al potere. Infatti, un dittatore indebolito e screditato a Damasco è l’opzione preferibile per Israele. In un esito alternativo e piuttosto improbabile in cui i ribelli avessero avuto successo e un nuovo regime meno radicale avesse preso il potere, Israele avrebbe subito nuove pressioni per ritirarsi dalle alture del Golan. Assad è intoccabile ora al di fuori della regione, quindi nessuno sosterrà la sua rivendicazione della terra ora.

E avere Assad sotto controllo è anche preferibile all’altra alternativa, più probabile, che sarebbe stata la Siria che diventa una caotica terra di nessuno e una base per l’Isis. Questo è lo stesso calcolo fatto dagli alleati arabi di Israele.

C’è un precedente recente per questo. Il regime sudanese del presidente Omar al-Bashir era macchiato di sangue come quello di Assad, ma è stato riaccolto nell’ovile arabo sunnita quando ha accettato di tagliare i legami con l’Iran, che usava il suo territorio per il contrabbando di armi. L’aiuto finanziario saudita e il tranquillo sostegno israeliano e statunitense hanno assicurato questa transizione. Bashir è stato poi deposto e messo sotto processo, ma questa non era una precondizione.

Per diritto, Assad dovrebbe essere all’Aia, seduto sul banco degli imputati della Corte penale internazionale, di fronte a molteplici accuse di genocidio. Grazie a Putin e alla leadership iraniana, questo non accadrà. I leader della Giordania e degli Emirati Arabi Uniti lo sanno e sono più preoccupati ora di stabilizzare una parte del mondo arabo e cercare di minimizzare l’influenza dell’Iran lì.

Non si tratta di riabilitare Assad. Questo non accadrà mai. Si tratta di salvaguardare gli interessi pragmatici e cinici dei regimi arabi sunniti. E in questo caso, coincidono anche con quelli di Israele”, conclude Pfeffer.

Una mattanza senza fine

In dieci anni di conflitto sono oltre 350 mila le persone uccise nel conflitto in Siria: è l’ultimo calcolo dell’Onu. Ma il dato, che copre il periodo tra il marzo 2011 ed il marzo 2021, è “sicuramente una sottostima” del numero effettivo di persone uccise ed include solo i decessi di persone identificabili con un nome, la data e il luogo del decesso. ll dato di 350.209 uccisi “è basato su un lavoro rigoroso. Ma non è e non dovrebbe essere visto come un numero completo delle uccisioni nel conflitto in Siria durante questo periodo. Indica solo un numero minimo verificabile”, ha spiegato a Ginevra l’Alto commissario Onu per i diritti umani Michelle Bachelet .I dati relativi a persone uccise, ma con informazioni solo parziali e quindi esclusi dall’elenco, “indicano l’esistenza di un numero più ampio. Tragicamente, ci sono anche molte altre vittime che non hanno lasciato testimoni o documenti sulla loro morte e le cui storie non siamo ancora stati in grado di scoprire”, ha sottolineato Bachelet.

Tra le 350.209 persone uccise più di una persona su 13 era una donna, per un totale di 26.727. Inoltre, quasi una su 13 era un bambino pari per un numero complessivo di 27.126 bambini uccisi, riferisce la ricerca dell’Onu.

Il maggior numero di uccisioni documentate è stato registrato nel Governatorato di Aleppo, (51.731), ha precisato l’Alto commissario nel suo aggiornamento orale sulle morti legate al conflitto in Siria (2011 al 2021) presentato al Consiglio Onu dei diritti umani. Per l’Onu, la documentazione dei decessi fa parte degli sforzi per stabilire le responsabilità. E’ inoltre complementare a quella per rendere conto delle persone scomparse: “dato il vasto numero di persone scomparse in Siria, ribadisco il mio appello per la creazione di un meccanismo indipendente, con un forte mandato internazionale, per chiarire il luogo in cui si trovano le persone scomparse; identificare resti umani; e fornire supporto alle famiglie”, ha concluso Bachelet.

Tragedia silenziata

Di grande interesse, per la sua puntigliosità analitica e documentarista, è il report scritto da Asmae Dachan per Vita

“«Le organizzazioni umanitarie e i donatori devono mantenere la Siria in cima alla nostra agenda condivisa, per evitare che un’intera generazione vada perduta»: sono le parole che Martin Griffiths, nella sua prima missione in qualità di coordinatore per le emergenze delle Nazioni Unite, ha pronunciato al termine del suo viaggio in Siria, Libano e Turchia. La sua visita ha coinciso con la prima operazione umanitaria transfrontaliera nel nord-ovest della Siria dal 2017, che ha accolto come un passo importante per raggiungere più persone che necessitano un’assistenza ormai indispensabile. Finora, l’Onu e i suoi partner hanno ricevuto solo il 27% dei finanziamenti necessari per il piano di risposta umanitaria del 2021 per la Siria, che prevede 4,2 miliardi di dollari.

Crisi umanitaria

Secondo gli ultimi dati dell’Onu, l’80% della popolazione siriana ormai vive sotto la soglia della povertà. Grave anche la situazione sanitaria, con metà degli ospedali del Paese distrutti o resi inagibili dai bombardamenti. Mancano farmaci e strumentazione medica, mentre la pandemia continua a diffondersi. I dati sul Covid-19 arrivano a macchia di leopardo, non essendoci un’unica cabina di regia per affrontare l’emergenza e nemmeno per il programma di distribuzione dei vaccini Covax. Secondo gli ultimi dati della Johns Hopkins Univeristy and medicine, solo lo 0,93% della popolazione avrebbe completato il ciclo di vaccinazione e nelle aree sotto il controllo governativo si registrano oltre 28mila casi. Nella regione di Idlib, dove la maggior parte dei casi sono della variante delta, sono stati registrati 1417 nuovi casi negli ultimi giorni. Tra i malati ci sono anche bambini e ragazzi e le infrastrutture ospedaliere, in quest’area devastata dalle violenze, non reggono il peso di una crisi simile. «Il Salqin Hospital, che è finanziato dalla Syrian American Medical Society, sta lottando per tenere il passo con l’aumento dei pazienti Covid-19 che riempiono la sua unità di terapia intensiva da trenta posti letto», ha dichiarato il direttore dell’ospedale Issa Qassem. «Spesso, dobbiamo smettere di accogliere pazienti fino a quando qualcuno non viene dimesso. La maggior parte degli ospedali intorno a noi funziona a pieno regime. Altri centri o ospedali per la cura del Covid-19 devono essere preparati al più presto». Mancano bombole di ossigeno, farmaci, apparecchiature e con circa quattro milioni di persone, tra residenti e sfollati nell’area, praticare il distanziamento risulta impossibile. «Il tasso di incidenza di Covid-19 nel nord-ovest della Siria è in aumento dall’inizio di agosto, a seguito di un aumento dei movimenti transfrontalieri dopo le festività del Eid alla fine di luglio», ha reso noto l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), aggiungendo che i nuovi casi giornalieri hanno superato i le mille unità nell’area dall’ultima settimana di agosto». E nei mesi a seguire la situazione è ulteriormente peggiorata. 

Una generazione che conosce solo la guerra

Ci sono statistiche difficili da riportare, ma altrettanto drammatiche, come il numero delle bambine costrette a matrimoni precoci e dei bambini costretti all’arruolamento. L’Unicef denuncia che sono sempre i bambini a pagare le conseguenze più pesanti delle violenze, rimanendo uccisi, feriti, venendo privati del diritto allo studio, alle cure mediche, al gioco. A questa generazione manca ogni tipo di sostegno, affettivo, economico, culturale e psicologico. «La continua escalation di violenza in Siria, soprattutto nel nord, ha ucciso e ferito almeno 45 bambini dall’inizio di luglio» si legge in un comunicato diffuso nei giorni scorsi. «Pochi giorni fa, un attacco ha ucciso quattro bambini della stessa famiglia nella città di Al-Qastoun a Hama, nel nord della Siria. Dieci anni dopo l’inizio del conflitto in Siria, l’uccisione di bambini è diventata una costante. Troppe famiglie sono rimaste nel dolore per una perdita insostituibile: i loro figli. Niente giustifica l’uccisione di bambini» continua la nota”.

Ma l’artefice principale di questa mattanza immane, il “macellaio di Damasco” può ancora restare sul suo scranno insanguinato e pericolante. Un rais “azzoppato” è più vulnerabile. Una considerazione condivisa a Tel Aviv e nelle capitali arabe. Il resto, non conta. Non contano mezzo milioni di morti, 5 milioni di profughi, un’economia distrutta, il futuro di generazioni a venire ipotecato. Assad è un criminale ma finché serve…

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