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La commissione Ue prepara una risposta dura alla Polonia che va verso la 'Polexit'

La presidente della Commissione Ursula von der Leyen, "tutte le sentenze della Corte di giustizia europea sono vincolanti per le autorità di tutti gli Stati membri, compresi i tribunali nazionali"

Mateusz Morawieck e Ursula von der Leyen
Mateusz Morawieck e Ursula von der Leyen

globalist

8 Ottobre 2021 - 18.49


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 Non finirà a tarallucci e vino: la Commissione europea reagisce per ora con cautela alla sfida senza precedenti lanciata ieri dal Tribunale costituzionale polacco, con la sua sentenza che nega la supremazia del diritto comunitario sul diritto nazionale. Ma la risposta non potrà che essere durissima.

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Come ha ricordato oggi la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, “tutte le sentenze della Corte di giustizia europea sono vincolanti per le autorità di tutti gli Stati membri, compresi i tribunali nazionali”, e dunque “il diritto dell’Ue ha il primato sul diritto nazionale, comprese le disposizioni costituzionali”. I principi dei Trattati Ue sono dunque chiarissimi.

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Ma l’Esecutivo comunitario, prima di prospettare una qualsiasi risposta, prende tempo: il tempo di analizzare la sentenza e le sue conseguenze, ma probabilmente anche di discutere con franchezza con i massimi responsabili politici di Varsavia che cosa voglia davvero la Polonia, se intenda davvero portare l’inevitabile conflitto che ha innescato alle sue estreme conseguenze.

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E non si tratta, va ricordato, di una interferenza del potere giudiziario (come nel precedente caso della Corte costituzionale federale tedesca di Karlsruhe, molto meno grave) che non corrisponde alle posizioni delle autorità di governo. Il Tribunale costituzionale polaccovera stato sollecitato a prendere posizione da un ricorso presentato prioprio dal premier Mateusz Morawiecki, in risposta alle pressioni di Bruxelles contro gli attacchi sferrati dal suo governo allo stato di diritto, e in particolare il tentativo dell’Esecutivo di Varsavia di mettere sotto controllo il potere giudiziario.

Nella sua dichiarazione, Von der Leyen si dice “profondamente preoccupata per la sentenza”, e riferisce di aver “incaricato i servizi della Commissione di analizzarla in modo completo e rapido. Su questa base – annuncia -, decideremo i prossimi passi”. Il principio della supremazia del diritto comunitario sul diritto nazionale, avverte la presidente della Commissione, “è ciò che tutti gli Stati membri hanno sottoscritto” aderendo all’Unione europea, e “useremo tutti i poteri di cui disponiamo in virtù dei Trattati per garantirla”.

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Durante il briefing quotidiano della Commissione per la stampa, oggi a Bruxelles, molte delle domande sono state proprio su questo: quali potranno essere i prossimi passi? Il portavoce capo della Commissione ha replicato che non è possibile una risposta fino a che l’analisi della sentenza polacca e delle sue conseguenze non sarà completata nei dettagli.

Sembra chiaro, comunque, che la Commissione, guardiana dei Trattati Ue, non potrà evitare di rispondere alla sfida mettendo in campo la massima potenza di fuoco di cui dispone.

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“L’Ue – ricorda von der Leyen nella sua dichiarazione – è una comunità di valori e leggi. Questo è ciò che unisce la nostra Unione e la rende forte. Sosterremo i principi fondanti dell’ordinamento giuridico della nostra Unione. I nostri 450 milioni di europei fanno affidamento su questo”.

“La nostra massima priorità – sottolinea la dichiarazione – è garantire che i diritti dei cittadini polacchi siano protetti, e che godano dei vantaggi concessi dall’appartenenza all’Unione europea, proprio come tutti i cittadini della nostra Unione.

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Inoltre – aggiunge la presidente della Commissione -, i cittadini dell’Unione e le aziende che operano in Polonia hanno bisogno della certezza giuridica che le norme dell’Ue, comprese le sentenze della Corte di giustizia europea, siano pienamente applicate in Polonia”.

Che cosa può fare, dunque, la Commissione? Innanzitutto, va ricordato quello che non può fare: non può minacciare di espellere la Polonia dall’Ue, perché i Trattati non prevedono questa possibilità. Dal punto di vista strettamente giuridico, uno Stato membro può decidere di uscire dall’Unione, come ha fatto il Regno Unito, ma non può essere costretto da nessuno a farlo.

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Lo strumento più importante che ha in mano la Commissione è la possibilità di chiudere il rubinetto dei fondi Ue erogati alla Polonia, cominciando da quelli del Recovery Fund. Il Piano nazionale per la ripresa e la resilienza (Pnrr) polacco può valere fino a 58 miliardi di euro, fra sovvenzioni e prestiti. La Commissione può bocciarlo, accusando in particolare la Polonia di non aver rispettato quanto le veniva chiesto nelle “raccomandazioni specifiche per paese” riguardo alla necessità di garantire l’indipendenza del potere giudiziario.

Rispondendo ai giornalisti, il portavoce della Commissione ha precisato oggi che l’esame del Pnrr polacco continua, che non è stato sospeso nell’attesa delle conclusioni dell’analisi della sentenza di ieri del Tribunale costituzionale. Ma è evidente che non avrebbe senso, in queste condizioni, approvare il Piano ed erogare il prefinanziamento del 13%, come è stato fatto finora con 22 altri Stati membri.

La Commissione può poi bloccare altri fondi Ue destinati alla Polonia ricorrendo al nuovo meccanismo che, a tutela del bilancio comunitario, condiziona i pagamenti al rispetto dello stato di diritto. Possono essere prosciugati così, ad esempio, i fondi strutturali per la coesione e i fondi per la Politica agricola comune (Pac). E poi ci sono le procedure d’infrazione, che l’Esecutivo Ue può attivare, e che possono approdare a condanne della Corte europea di Giustizia accompagnate da multe periodiche che vanno pagate fino a quando non ci si mette in regola.

Dal punto di vista politico, infine, la Polonia può essere messa sotto pressione con la sua marginalizzazione nei negoziati e nei processi decisionali dell’Ue, anche se in questo caso Varsavia può contare sull’altro paese ultra-sovranista suo alleato, l’Ungheria di Viktor Orban.

E’ proprio quest’alleanza che rende impossibile, nella situazione attuale, un ricorso efficace all’articolo 7 del Trattato Ue, che prevede la possibilità di sospendere in Consiglio i diritti di voto di uno Stato membro che non rispetti i valori fondamentali dell’Unione. La procedura dell’articolo 7 è stata già attivata nel dicembre 2020 dalla Commissione contro la Polonia, ma per portarla a termine serve l’approvazione unanime di tutti gli altri Stati membri, e l’Ungheria di Orban ovviamente non ci sta.

Meglio ricorrere, dunque, alla leva finanziaria. Sperando che i cittadini polacchi, paventando gli effetti dello stop all’erogazione dei fondi comunitari, comincino a chiederne conto ai governanti che hanno eletto.

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