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L'Afghanistan e Di Maio e Guerini: il duo cerchiobottista

Il duo si esibisce in Parlamento. Ed è una gara a chi scopre prima l’acqua calda. Un’acqua insalubre. L’acqua afghana

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Di Maio e Guerini

Umberto De Giovannangeli

24 Agosto 2021


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Il duo si esibisce in Parlamento. Ed è una gara a chi scopre prima l’acqua calda. Un’acqua insalubre. L’acqua afghana. Luigi Di Maio e Lorenzo Guerini, rispettivamente ministro degli Esteri e della Difesa, si presentano alla riunione delle Commissioni esteri e difesa di Camera e Senato riunite congiuntamente, per ribadire quanto già sapevamo: 1) L’Italia seguirà senza fiatare gli Stati Uniti; 2) Come gli Stati Uniti, siamo stati colti di sorpresa dalla liquidazione in tempi da record del cosiddetto esercito afghano. Inizia il titolare della Farnesina.

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Dopo che gli americani avranno lasciato l’aeroporto di Kabul non sarà comunque possibile, né per noi né per alcun Paese dell’Alleanza, mantenere una qualunque presenza all’aeroporto”, annuncia Di Maio sottolineando che “ad oggi abbiamo evacuato tutti gli italiani che ci hanno chiesto di lasciare il Paese”.

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Insomma, missione compiuta. 

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Secondo l’ex vicepremier, l’Occidente “deve evitare di lasciare un vuoto, che altri protagonisti geopolitici possano occupare indisturbati, alimentando oltretutto una propaganda che punta a minare la credibilità delle nostre democrazie. A questo proposito, sta tornando di moda una narrazione semplicistica e parziale della realtà, che punta il dito contro un unico Paese: gli Stati Uniti. E oggi contribuisce a fomentare pulsioni antioccidentali, anche nell’opinione pubblica europea. Ma chi indebolisce la comunità euro-atlantica deve essere consapevole che ad essa non vi sono alternative. Finita questa Alleanza non ve ne sarà un’altra”.

Con chi ce l’ha il sibillino ministro degli Esteri? Forse con Salvini, che non ha mai scordato il suo “amore” per la Russia di Putin. 

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Passando al tema evacuazioni, Di Maio ha rimarcato che “occorrerà che l’Unione Europea assuma un forte impegno a tutelare chi fugge dal regime talebano”.

 “In questi vent’anni abbiamo combattuto il terrorismo in Afghanistan. Non possiamo permettere che il Paese torni ad essere un rifugio sicuro e un terreno fertile per gruppi terroristici, una base da cui pianificare attacchi e una minaccia alla sicurezza internazionale”, ha affermato ancora Di Maio.

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“Dovremo trovare alleanze e coinvolgere tutti gli attori, specie quelli della regione, che condividono questa stessa preoccupazione, oltre a Russia e Cina”.

“A tempo debito, non potremo e non dovremo esimerci – come Occidente, come Europa, come Nato – da una riflessione approfondita sulle lezioni da apprendere. Una riflessione che deve partire dal riconoscimento obiettivo delle nostre responsabilità, ma anche dalla consapevolezza di non essere stati in Afghanistan invano”, dice Di Maio. 

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Il ministro degli Esteri ha sottolineato che “la fragilità delle istituzioni afghane è sotto gli occhi di tutti, ma in questi 20 anni abbiamo contribuito a mantenere la stabilità regionale, contrastare il terrorismo, favorire più istruzione, diritti e libertà per il popolo afghano. È proprio questa consapevolezza a spronarci a fare il possibile perché quei diritti non vengano ora brutalmente cancellati”. Di Maio ha ribadito che “lo dobbiamo soprattutto alle afghane e agli afgani, e ai tanti italiani – diplomatici, militari, operatori della società civile – che hanno lavorato instancabilmente e persino sacrificato la loro vita per offrire un futuro migliore all’Afghanistan. A loro va il nostro ricordo e la nostra gratitudine”. Quindi, il ministro ha ricordato i “servitori dello Stato e del bene comune che hanno aiutato il popolo afghano in questi venti anni e che in queste ore stanno continuando a dare il massimo a Kabul, nonostante condizioni drammatiche”.

La situazione nel Paese è complicata e in merito ai talebani, il titolare della Farnesina ha voluto precisare: “Giudicheremo i talebani dalle azioni, non dalle parole. In alcune città stanno tornando decisioni inaccettabili, come i matrimoni forzati e l’istruzione negata alle ragazze“. Azioni che al momento non sono in linea con quelle di una società civile, visto che “in alcune città dell’Afghanistan i talebani stanno tornando a imporre pratiche inaccettabili quali i matrimoni precoci e forzati e a negare alle donne i più elementari diritti, a cominciare dall’istruzione“.

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La sicurezza in Afghanistan è cruciale per scongiurare una nuova stagione mondiale del terrore: “Non possiamo permettere che il Paese torni ad essere un rifugio sicuro e un terreno fertile per gruppi terroristici, una base da cui pianificare attacchi e una minaccia alla sicurezza internazionale”. Di Maio ha sottolineato che “Al Qaeda, pur indebolita, è ancora viva e può contare sull’ambiguità del rapporto coi Talebani e sulla loro incapacità di controllare efficacemente l’intero territorio afghano. Daesh, al contrario, si è sempre mantenuto su posizioni antagoniste”.

Insomma abbiamo sbagliato ma anche no. I talebani hanno riconquistato il Paese ma noi abbiamo contributo a far sì che non fosse ancora peggio. La Nato ha fallito miseramente ma non esiste alternativa. Siamo al cerchiobottismo 2.0.

Esercizio a cui si dedica anche il titolare della Difesa. 

Ad oggi sono stati evacuati 3.741 afghani di cui 2.659 in Italia attraverso 44 voli, ha riferito invece il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini.

 I primi ad essere rimasti colpiti da quanto sta avvenendo in Afghanistan sono stati proprio i nostri militari”., ammette  il ministro della Difesa. Nessun “nostro sistema d’arma o militare è stato ceduto ai Talebani”. Lo ha affermato il ministro della Difesa “La rapida avanzata dei Talebani ha incontrato la quasi nulla resistenza delle forze di sicurezza locale che sono fuggite e, in alcuni casi, lasciando armi e mezzi”.

Per il ministro “sullo sfondo di questi evidenti insuccessi militari c’è anche la mancanza di coesione e di leadership credibili delle autorità afghane”. “Gli eventi degli ultimi giorni hanno sorpreso l’intera comunità internazionale per la rapidità con cui è mutato il contesto politico-militare e per i conseguenti drammatici risvolti umanitari”. 

Guerini ha anche ripercorso le tappe che hanno portato alla chiusura della missione internazionale: “già in occasione della scorsa Ministeriale di febbraio, avevo rappresentato la necessità di valutare la possibilità di confermare la presenza della Nato anche oltre la scadenza del 1° maggio – prevista dagli accordi stipulati – in quanto il raggiungimento delle condizioni sia politiche che di sicurezza previste da tale accordo, appariva lontano. Nei mesi successivi l’Amministrazione americana decideva però un cambio di paradigma fissando la conclusione della missione RS al 1° maggio ed articolando il rientro delle forze entro la data, fortemente simbolica, dell’11 settembre ed è stata sostenuta in coerenza al valore fondante della coesione dell’Allenza, e non solo del principio “in together, out together”. 

 Il ministro della Difesa è una persona intellettualmente onesta ma forse difetta un po’ di memoria. Anche a breve. L’8 giugno scorso, Guerini era a Herat per la cerimonia di ammai bandiera dall’Afghanistan. Vogliamo continuare a rafforzare questo Paese dando anche continuità all’addestramento delle forze di sicurezza afghane per non disperdere i risultati ottenuti in questi 20 anni”, aveva affermato in quella solenne circostanza  Guerini.

I costi di una disfatta

La stima, aggiornata al 2020, tocca quota 8,4 miliardi di euro. Ma il costo è destinato a lievitare visto che si dovrà provvedere a far rientrare le truppe: probabile, quindi, che si superi il tetto degli 8,5 miliardi di euro. L’anno in cui il governo ha pagato di più è il 2011, quando l’Italia ha segnato il suo personale record di truppe presenti in Afghanistan, ben 4.250.

In quell’occasione le spese per gli stanziamenti diretti hanno toccato quota 808 milioni 667 mila 427 euro, a fronte di costi extra pari a 106 milioni 80 mila 944 euro. Per costi extra si intendono spese aggiuntive come per esempio i trasporti di uomini, mezzi e materiali da e per l’Italia, la costruzione di basi e altre infrastrutture. Sommando le due cifre, quell’anno l’occupazione italiana in Afghanistan ha superato i 914 milioni di euro. Nel 2001, con 350 truppe, il totale era stato di poco più di 82 milioni.

Poco a poco, l’Italia ha iniziato a richiamare sempre più uomini: 4 mila truppe nel 2012, 2.900 nel 2013, 1.872 nel 2014, 732 nel 2015, 950 nel 2016, 900 nel 2017 e 800 dal 2018 al 2020 compreso. Negli ultimi tre anni, la missione è costata complessivamente 879 milioni 455 mila 091 euro.

La missione italiana è cominciata il 30 ottobre del 2001 e, dopo un periodo trascorso a lavorare alla stabilizzazione della capitale Kabul, da poco conquistata, si trasferì stabilmente a Herat, dove per anni ha gestito un’ampia zona e si è occupata soprattutto dell’addestramento delle truppe dell’esercito afghano. Nel corso di vent’anni alla missione italiana hanno partecipato, a rotazione, circa cinquantamila soldati (le truppe presenti sul territorio afghano non sono mai state più di 5.000) e di questi 53 sono morti, quasi tutti in attacchi e attentati. 

Un prezzo altissimo. Troppo, per una disfatta. Chissà cosa ne sarebbe stato dell’Afghanistan se vent’anni fa…Caro ministro Guerini, peggio è difficile che sarebbe stato. Ma questo non si può dire, non è politicamente corretto. 

 

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