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Russia, Cina, India, Arabia Saudita: ponti d'oro per i Talebani vincitori

I Talebani avanzano, la popolazione fugge.  E potenze straniere cominciano ad annusare l’aria che tira in Afghanistan e avvicinare i vincitori. 

Profughi afghani
Profughi afghani

Umberto De Giovannangeli

10 Agosto 2021 - 19.16


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I Talebani avanzano, la popolazione fugge.  E potenze straniere cominciano ad annusare l’aria che tira in Afghanistan e avvicinare i vincitori. 

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Emergenza rifugiati

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A darne conto, in una nota ufficiale, è l’Unhcr, l’Agenzia Onu per i Rifugiati: “L’Unhcr esprime profonda preoccupazione per il rapido inasprirsi del conflitto in Afghanistan nel corso di questa settimana. A causa dell’intensificarsi degli scontri nella provincia di Nimruz, nel sudovest del Paese, quasi 200 rifugiati afghani sono stati costretti a fuggire nella Repubblica Islamica dell’Iran nel fine settimana. Molti altri civili afghani potrebbero ritrovarsi intrappolati nei combattimenti se non riuscissero a fuggire da questa situazione estremamente instabile. Si stima che dall’inizio dell’anno quasi 400.000 afghani siano sfollati all’interno del Paese, circa 244.000 solo a partire da maggio.

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Considerato l’intensificarsi della crisi umanitaria in corso, l’Unhcr esorta le autorità iraniane a tenere aperto il valico di frontiera di Milak. Diversamente, migliaia di vite potrebbero essere messe a repentaglio.

In cooperazione con l’Ufficio iraniano per gli affari inerenti a cittadini stranieri e immigrati (Bureau for Aliens and Foreign Immigrants’ Affairs/Bafia), l’Unhcr ha già assicurato ai nuovi arrivati assistenza immediata, compresi cibo e acqua. Unhcr e partner si sono uniti a una missione interagenzie guidata dal governo a ridosso delle aree di frontiera e dei siti presso cui potrebbero insediarsi i rifugiati per valutare ulteriormente sul campo le esigenze umanitarie e intensificare la risposta.

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Insieme ad altri attori umanitari, l’Unhcr è pronta ad assicurare assistenza in tempi rapidi e a sostenere le misure per l’accoglienza, tra cui l’allestimento di alloggi di emergenza e latrine e la distribuzione di altri beni di prima necessità. Saranno inoltre distribuiti kit igienici, contenenti sapone e mascherine, per aiutare le famiglie in arrivo a proteggersi nel contesto della pandemia di Covid-19 in corso.

Sono quasi un milione i rifugiati afghani registrati già presenti nel Paese. Il governo dell’Iran ha accolto regolarmente civili in fuga dal conflitto e dalle violenze che durano da oltre 40 anni, anche mediante l’esemplare inclusione nel sistema sanitario e in quello educativo nazionali. L’Unhcr si appella al governo affinché non venga meno alla propria tradizione di ospitalità e protezione, entrambe di vitale importanza.

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Quest’anno non si sono osservati esodi oltre confine su larga scala. Se si verificassero flussi significativi la comunità internazionale sarebbe chiaramente chiamata a intensificare immediatamente e in modo duraturo il supporto a favore sia dell’Afghanistan sia dei Paesi vicini, in uno spirito di condivisione di responsabilità e oneri”. Così l’Unhcr.

Avanzata inarrestabile

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Con il campo libero, rallentati solo da minoritarie forze governative e in attesa di interventi aerei degli Usa, i talebani continuano a riprendersi una contrada dopo l’altra dell’Afghanistan. E’ la volta di Mazar-i Sharif, la più importante città nel nord dell’Afghanistan – e la quarta del Paese – a cui i Talebani si stanno avvicinando, dopo avere conquistato cinque capoluoghi di provincia nel nord e nord-est in un’offensiva lampo a partire da venerdì. Lo riporta un giornalista di Voa. Ieri profili sui social media vicini ai Talebani avevano sparso la notizia che i miliziani avevano attaccato la città da quattro direzioni, ma poi l’annuncio si è rivelato falso. Gli unici combattimenti segnalati finora si svolgono vicino ad una base dell’esercito governativo nel distretto di Dihdadi, che comunque è a non più di venti chilometri dalla città. “Abbiamo sentito che i Talebani stanno arrivando, la gente ha paura, il 50 per cento dei negozi è chiuso”, ha detto a Voa un residente, Hamid Askar. 

Il nord è la parte dell’ Afghanistan tradizionalmente più ostile ai Talebani.  A Mazar-i-Sharif, i negozi hanno cominciato a chiudere, le strade solitamente affollate sono semideserte, racconta Voice of America, dopo che ieri mattina sui social sono circolate voci, poi rivelatesi propaganda degli insorti, di un attacco a Mazar-i-Sharif da quattro fronti. 

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Se gli insorti riuscissero a conquistare Mazar-i Sharif, capoluogo della provincia di Balkh, per loro sarebbe un successo decisivo non solo militare ma anche politico. Nel 1998, quando i Talebani conquistarono per la prima volta la città, assaltarono il consolato dell’Iran, uccidendo otto membri del personale e un giornalista dell’agenzia Irna. L’episodio portò gli stessi Talebani e Teheran sull’orlo di una guerra. “La gente sta scappando. La metà dei negozi sono chiusi, anche se i Talebani sono ancora alla periferia”, racconta Hamid Askar, abitante della città. Chi può permetterselo scappa. “Solitamente ci sono due, tre voli al giorno da Mazar-i-Sharif a Kabul – dice Samer, un agente di viaggio – Sono aumentati a cinque, sei. Prima il prezzo del biglietto solo andata era di 85 dollari, adesso ce ne vogliono 113”. 

Secondo le notizie diffuse nelle ultime ore su Twitter da Fawad Aman, un portavoce del ministero della Difesa di Kabul, l’attacco dei Talebani «alla periferia di Mazar-i-Sharif» è stato «respinto» e la notte scorsa “l’aviazione ha colpito i covi» degli insorti nel distretto di Dihdadi con un bilancio di «decine di terroristi uccisi e feriti”.  “Abbiamo conquistato il centro di Farah, la città è sotto il completo controllo dei mujaheddin”: lo afferma un portavoce dei Talebani. Farah, nell’ovest dell’Afghanistan, è la settima provincia a cadere nelle mani degli insorti dall’inizio della nuova offensiva.

La situazione in Afghanistan è così grave che diversi politici afghani e stranieri, oltre che diversi esperti, hanno iniziato a chiedersi se la vittoria dei talebani non sia ormai inevitabile. Ci sono infatti diverse circostanze che sembrano essere favorevoli al gruppo estremista che governò il paese tra il 1996 e il 2001, fino all’invasione americana decisa a seguito degli attacchi terroristici a New York e Washington compiuti l’11 settembre 2001 da al- Qaeda, gruppo a cui i talebani offrivano protezione.

Il ritiro delle truppe statunitensi, arrivato in alcune circostanze in fretta e furia come nel caso della base aerea di Bagram, è probabilmente il fattore più importante e decisivo dell’avanzata talebana. L’accordo sul ritiro   era stato raggiunto nel febbraio dello scorso anno, dopo estenuanti e difficili trattative tra talebani e governo statunitense, e per decisione del presidente Joe Biden sarà completato entro l’11 settembre 2021 (il governo afghano non era stato coinvolto in quelle trattative).

Ritiro, ma sarebbe più appropriato parlare di Fuga,  sta significando diverse cose per l’esercito afghano, già estremamente debole, male armato e poco addestrato. Da un giorno all’altro gli afghani si sono trovati senza supporto aereo americano, fondamentale in molte delle operazioni militari compiute contro i talebani, e senza migliaia di contractor operanti nel settore della logistica che si occupavano di far funzionare i complessi sistemi d’arma che gli Stati Uniti avevano fornito all’Afghanistan. Biden ha promesso di continuare ad appoggiare le forze afghane, fornendo loro 1 miliardo di dollari per l’aviazione e garantendo la consegna di elicotteri Black Hawk. Potrebbe comunque non essere sufficiente, senza la presenza di militari stranieri e altro personale addestrato nel paese.

A evidenti mancanze militari si è aggiunta una grave incapacità del governo afghano di sviluppare una strategia efficace (ma anche una strategia e basta, dicono alcuni) per frenare l’avanzata talebana. Oltre ai problemi cronici di corruzione e alle difficoltà del governo di controllare l’intero territorio nazionale – problemi non certo nuovi – il governo afghano ha mostrato di avere fatto scelte che si stanno rivelando profondamente problematiche.

La più rilevante è stata quella compiuta dal presidente Ashraf Ghani di provare a smantellare i gruppi della vecchia “Alleanza del Nord”, cioè quelli che contribuirono al rovesciamento del regime talebano, nel 2001. Nell’ultimo anno molti si sono rafforzati, e ne sono nati di nuovi, in vista di una possibile ripresa della battaglia contro i talebani. Di recente il governo di Ghani ha provato a riavvicinarsi ad alcuni di loro, per ottenere una collaborazione che desse sollievo alle sfinite truppe afghane, senza troppo successo: gli sforzi sono stati troppo pochi, e sono arrivati troppo tardi, ha scritto il Financial Times. 

Appoggi esterni

Un altro sviluppo piuttosto recente che sembra poter favorire i talebani è l’appoggio più o meno esplicito ottenuto dal gruppo islamista da parte di governi stranieri, anche quelli che fino ad oggi si erano mostrati più freddi.

Uno degli eventi di cui si è parlato di più è stato un incontro diplomatico di alto livello tra talebani e funzionari cinesi avvenuto nella città di Tianjin, nel nord-est della Cina, la scorsa settimana. L’incontro ha alzato significativamente lo status internazionale dei talebani, un successo importante soprattutto per continuare a garantire in futuro all’Afghanistan un flusso rilevante di aiuti stranieri anche nel caso di rovesciamento dell’attuale governo di Kabul. Esponenti del governo cinese si erano già riuniti con i talebani in passato, ma mai in incontri di così alto livello e così pubblicizzati. Questo non significa che la Cina abbia iniziato una politica di appoggio ai talebani e opposizione al governo afghano: significa però che il regime cinese non si farebbe troppi problemi a fare accordi e affari con i talebani al potere, in caso di necessità o di opportunità.

Un altro paese che sembra avere mostrato qualche apertura recente verso i talebani è l’India, che finora aveva assunto posizioni molto ostili. Il governo indiano ha sempre visto infatti i talebani come una forza appoggiata e molto vicina al Pakistan, suo storico nemico. Forse di fronte all’inesorabile avanzata talebana, a luglio l’India ha confermato di avere avviato per la prima volta dei colloqui con il gruppo islamista.

I talebani possono contare in effetti sull’appoggio di altri paesi: del Pakistan, che insieme ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti aveva riconosciuto per primo il regime talebano quando aveva preso il controllo di Kabul, nel 1996, ma anche dell’Iran e della Russia.

L’insieme di tutte queste situazioni sembra poter favorire una eventuale vittoria dei talebani, che potrebbero rinunciare ai colloqui di pace con il governo afghano se i successi militari diventassero ancora più netti. L’obiettivo dei talebani è infatti quello di riprendere il controllo del governo e di costringere alle dimissioni il presidente Ghani. Mohammad Zahid Himmat, comandante talebano nella provincia di Wardak, nell’est del paese, ha parlato di istituire un «regime islamico puro» attraverso il controllo dei «confini economici» e dei flussi commerciali. Non è detto che il gruppo ci riesca, ma per come si stanno mettendo le cose è uno scenario possibile, e molto concreto.

Se dovesse realizzarsi, sarebbe la disfatta dell’Occidente. Dalla fuga sul campo ad una Waterloo diplomatica. 

 

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