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Europa-Russia: i diritti umani c'entrano poco con la guerra diplomatica

Siamo all’inizio di una crisi le cui ricadute rischiano di mettere in discussione la sicurezza stessa dell’Europa

Ursula von der Leyen e Vladimir Putin
Ursula von der Leyen e Vladimir Putin

Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

1 Maggio 2021 - 14.52


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Non è una guerra (diplomatica) a bassa intensità. E’ molto di più. E’ l’inizio di una crisi le cui ricadute rischiano di mettere in discussione la sicurezza stessa dell’Europa. 

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Sale la tensione tra la Russia e l’Unione europea. Mosca ha sanzionato 8 funzionari dell’Ue, tra cui il presidente dell’Europarlamento David Sassoli, in risposta alle misure adottate da Bruxelles contro la Russia per la detenzione del leader dell’opposizione Alexei Navalny.

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“Nessuna sanzione o intimidazione fermerà il Parlamento europeo o me dalla difesa dei diritti umani, della libertà e della democrazia. Le minacce non ci zittiranno”, è stata la risposta di Sassoli. Il presidente dell’Europarlamento, insieme alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e al presidente del Consiglio europeo Charles Michel, ha definito “un’azione inaccettabile” quella di Mosca, senza alcun fondamento giuridico. “L’Ue si riserva il diritto di adottare misure appropriate in risposta alla decisione delle autorità russe”, hanno riferito i tre leader in una nota congiunta. Gli altri funzionari sanzionati, a cui è stato impedito l’ingresso in Russia, sono Vera Jourova, vicepresidente della Commissione europea per i valori e la trasparenza, Ilmar Tomusk, capo dell’Ispettorato linguistico dell’Estonia, Ivars Abolins, presidente del Consiglio nazionale per i media elettronici della Lettonia, Maris Baltins, direttrice del Latvian State Language Center, Jacques Maire, un legislatore francese che è anche membro dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, il procuratore capo di Berlino Jorg Raupach, e Asa Scott, capo della divisione difesa e sicurezza chimica e biologica presso l’Agenzia svedese per la ricerca sulla difesa.  “Tutte le nostre proposte per risolvere i problemi tra la Russia e l’Ue attraverso un dialogo professionale diretto sono state costantemente ignorate o respinte”, ha accusato il ministero degli Esteri russo

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Ritorsioni diplomatiche

 Le sanzioni di Bruxelles hanno preso di mira i funzionari coinvolti nell’incarcerazione di Navalny, il maggior critico del presidente russo Vladimir Putin. L’attivista è stato arrestato a gennaio al suo ritorno dalla Germania, dove ha trascorso cinque mesi a curarsi dopo essere stato avvelenato con un agente nervino del gruppo Novichok, di produzione sovietica.  I rapporti tra Bruxelles e Mosca sono diventati sempre più tesi anche a causa del rafforzamento delle truppe russe al confine con l’Ucraina, avvenuto nelle scorse settimane, e di una serie di espulsioni reciproche di diplomatici che ha coinvolto diversi Paesi del blocco, come Bulgaria e Repubblica Ceca. In particolare Praga ha accusato due agenti dell’agenzia di spionaggio militare russa per le esplosioni in depositi di munizioni avvenute nel Paese nel 2014. I due sono gli stessi che le autorità britanniche hanno accusato di aver tentato di uccidere l’ex spia russa Sergei Skripal e la figlia nel Regno Unito. 

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 A Sassoli sono arrivate parole di solidarietà da parte di esponenti politici italiani ed europei. Il presidente della Camera Roberto Fico ha parlato di “gesto di ostilità incomprensibile”, mentre il commissario europeo all’Economia Paolo Gentiloni ha definito le sanzioni “tanto ingiustificate quanto inutili”.  Nei giorni scorsi l’Alto rappresentante dell’Ue Josep Borrell aveva avvertito l’Europarlamento a prepararsi “a una fase lunga e difficile nei rapporti con Mosca”. “Il nostro rapporto con la Russia continua a deteriorarsi”, ha detto Borrell parlando alla plenaria mercoledì, “le nostre relazioni sono al punto più basso” e “non si può escludere che la tendenza negativa prosegua”.  

Il lavoro sporco

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Di grande interesse è l’analisi di Mauro Bottarelli su money.it: “Mascherata da difesa dei diritti umani nel caso Navalny e dell’integrità territoriale dell’Ucraina, dopo l’esercitazione di massa dei militari russi conclusasi pochi giorni fa, la mozione andata al voto al Parlamento europeo di fatto contiene minacce di interventi ritorsivi senza precedenti. 
In caso di prosecuzione dell’aggressione contro Kiev, infatti, l’Ue dovrebbe immediatamente bloccare l’import di petrolio e gas dalla Russia, congelare tutti i beni degli oligarchi legati al Cremlino e dei loro familiari, revocarne i visti ed escludere Mosca dal sistema di pagamento internazionale SWIFT. Atto quest’ultimo che i funzionari russi nei giorni scorsi avevano definito come una dichiarazione di guerra, in caso fosse stato intrapreso o ufficializzato.

Ma non basta. Le sanzioni andrebbero a colpire anche il gasdotto Nord Stream 2 che collega direttamente la Russia alla Germania, bypassando proprio l’Ucraina, alla cui ultimazione l’Europa sarebbe chiamata a mettere il veto, proprio ora che al termine dei lavori mancano gli ultimi 100 chilometri. Infine, stop alla collaborazione con Rosatom sui progetti relativi a centrali nucleari. Casualmente, uno degli obiettivi prioritari di Mike Pompeo quando era alla guida del Dipartimento di Stato e che il suo successore, Tony Blinken, ha immediatamente inserito in agenda, insieme a Hong Kong e Taiwan. 
E le pressioni Usa devono essersi fatte irresistibili nelle ultime settimane, poiché solo lo scorso agosto una delegazione Ue aveva infatti respinto le nuove sanzioni statunitensi contro soggetti che cooperassero con Gazprom nel progetto. Tra gli altri, la tedesca Uniper, l’austriaca OMV, la Wintershall Dea di BASF, la società petrolifera anglo-olandese Shell e la francese Engie.

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Di fatto, la pressoché totale assenza di opposizione in sede europea a una risoluzione così mirata e dura mostra chiaramente come la linea Merkel di tutela degli interessi tedeschi e comunitari in campo energetico sia stata spazzata via dalla prospettiva del voto legislativo del 26 settembre in Germania. Gli Usa, d’altronde, non avevano perdonato alla Cancelliera la sua decisione di accelerare al massimo la firma del memorandum commerciale con la Cina negli ultimi giorni di presidenza di turno tedesca, sul finire dello scorso anno. Oggi, apparentemente, la vendetta è stata consumata.

Alla luce di un impianto di minaccia sanzionatoria simile, appare quindi ridicolo scandalizzarsi per la nettezza della risposta giunta dal Cremlino. Tanto più che, stante il ramoscello d’ulivo appena teso da Joe Biden verso Vladimir Putin e Xi Jinping, l’Europa pare paradossalmente impegnata in qualità di manovale del lavoro sporco per interessi terzi. Cosa c’entri infatti la questione territoriale ucraina e, ancor di più, la vicenda di Andrei Navalny con il completamento di North Stream 2 appare difficile da spiegare, quantomeno evitando il ricorso alla malafede. Il timing, poi, tradisce un lavorio sotterraneo proseguito per settimane dall’insediamento della nuova amministrazione Usa.

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Ma al netto della geopolitica e degli interessi energetici europei, due sono i dati di fatto eclatanti. Primo, l’aver messo nero su bianco l’opzione di esclusione della Russia dal sistema di pagamento SWIFT, di fatto una sorta di tagliola finanziaria che appare prodromo di un attacco al rublo e dell’obbligo per Mosca di mettere mano alla sua opzione estrema, il dispiegamento delle enormi riserve auree come garanzia della valuta. 
Passo pericolosissimo a livello di equilibri geo-finanziari, soprattutto in era di criptovalute e di yuan digitale ormai pronto all’esordio operativo su media scala nella Cina mainland. 
Il nuovo e il vecchio bene rifugio, oro e cripto, entrambi nemici giurati del ruolo benchmark del dollaro, costretti a uscire anzitempo allo scoperto: una strategia talmente sottile e alta da escludere la sua gestazione all’Europarlamento. Ma potenzialmente esplosiva, in primis verso i Paesi di prossimità.

Il secondo effetto sgradito, guardando più al nostro orticello di casa, arriva dai dati elaborati dalla Luiss e forniti dall’ICE (Istituto per il Commercio Estero), in base ai quali l’Italia – pur con una diminuzione del 3,2% – ha chiuso il 2019 confermando la propria posizione di quinto fornitore della Federazione Russa, dopo Cina (-1,8%), Germania (-2,6%), Stati Uniti (-6,9%), Bielorussia (-7,3%). L’interscambio per quell’anno è stato pari a 22,5 miliardi di euro, con vendite verso la Federazione pari a 9,7 miliardi di euro su base annuale, quando il nostro export faceva registrare un incremento annuale dell’8,5% rispetto al 2018, stando a quanto dichiarato da Francesco Pensabene, direttore dell’ICE di Mosca.

A livello settoriale e con riferimento ai primi cinque mesi del 2019 (pre-Covid), la meccanica si confermava il primo comparto per il made in Italy in Russia con il 40,1% di quota sul totale, pari a 1,3 miliardi di euro, mentre la performance migliore nel periodo preso in esame è stata registrata dal cosiddetto Sistema Casa, cresciuto del 12,3%. Senza scordare chimica e farmaceutica, moda, agroalimentare e bevande, metalli comuni e mezzi di trasporto.

Difficile non vedere un’impostazione prettamente politica e ideologica dietro la scelta dell’Europarlamento di lanciare il guanto di sfida verso Mosca, soprattutto alla luce dell’atteggiamento da bastone e carota scelto invece da Washington.  A volte, volendo apparire più realisti del Re, si rischia di precipitare nel ridicolo. O di trovarsi in guai molto più seri di quanto si sia in grado di gestire.

Una cosa è certa: l’informazione italiana non offre un bel servizio ai cittadini, parlando unicamente di ritorsione russa per il caso Navalny. Dietro c’è molto, molto di più. E di ben distante dagli interessi europei che si sventolano”.

Una lettura condivisibile, comunque non superficiale. E che recupera alla memoria una verità storica: tante volte il tema della difesa dei diritti umani è stato utilizzato per scatenare guerre che con i diritti umani poco o nulla avevano a che fare: pensiamo alle due guerre in Iraq, o a quella del 2011 in Libia, solo per fare esempi non troppo lontani nel tempo. Che Putin sia un autocrate, non è certo una scoperta. Che il regime russo reprima gli oppositori, pure. Ma le misure sanzionatorie declinate da Bruxelles delineano uno scenario in cui a contare sono interessi economici, energetici, geopolitici che l’Europa farebbe bene a non sacrificare per essere più realista del “re” che si vorrebbe compiacere: il “re” della Casa Bianca: Joe Biden. Perché se è questa la “fedeltà atlantica” sbandierata dal ministro degli Esteri Di Maio, allora siamo messi male, molto ma molto male. 

Ps: Si vuole punire la Russia per Navalny. Perché non si usa lo stesso metro con l’Egitto per i casi Regeni e Zacki? E con Erdogan per la pulizia etnica condotta contro i curdi siriani nel Rojava? 

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