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La strage di migranti e il coraggio di un Papa predicatore nel deserto

Vergogna è la parola che avremmo voluto sentire dalla bocca del presidente del Consiglio o da quella della presidente della Commissione europea. Ma l'ha detta solo Francesco

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Umberto De Giovannangeli

25 Aprile 2021 - 15.44


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Non è il momento delle lacrime (specie quelle di coccodrillo).  Non è il momento del raccoglimento e del dolore. E’ il momento della vergona. Vergogna per aver lasciato morire in mare 130 persone. Vergogna per non aver ascoltato il loro grido disperato. Vergogna. Parola che avremmo voluto sentire dalla bocca del presidente del Consiglio o da quella della presidente della Commissione europea. Ma erano troppo impegnati a battibeccare sulla destinazione dei miliardi del Recovery Fund destinati all’Italia. Cosa vuoi che interessino loro quei disperati finiti in fondo al mare. Vergogna. Quella parola viene pronunciata, alta e forte, da Papa Francesco, che al termine dell’Angelus si è detto “molto addolorato” per l’ennesima tragedia nel Mediterraneo con la morte di 130 persone “che per 2 giorni hanno invocato aiuto, un aiuto che non è arrivato. E’ il momento della vergogna”, afferma il pontefice.

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Una voce nel deserto. “Questo succede con la Libia: ci danno la versione distillata“. E ancora: “Non immaginate l’inferno che si vive lì”, dove i migranti sono tenuti in “lager di detenzione” e partono “solo con la speranza”. È Dio “che bussa alla nostra porta affamato, assetato, forestiero, nudo, malato, carcerato, chiedendo di essere incontrato e assistito, chiedendo di poter sbarcare“.

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Usa parole durissime papa Francesco durante l’omelia della messa celebrata in occasione del settimo anniversario della sua visita a Lampedusa. Un messaggio contro le ingiustizie, “peccato da cui anche noi, cristiani di oggi, non siamo immuni. Io ricordo quel giorno di sette anni fa, proprio al Sud dell’Europa, in quell’isola”, ha spiegato il Pontefice nella cappella di Casa Santa Marta, parlando a braccio del suo incontro con alcuni migranti arrivati in Italia dopo la traversata del Mediterraneo. Uno raccontava cose terribili nella sua lingua e l’interprete sembrava tradurre bene ma, mentre “il primo parlava a lungo, la traduzione era breve. Pensai: questa lingua per esprimersi ha dei giri più lunghi”. Una volta tornato a Roma, però, una signora – che “era figlia di etiopi e capiva la lingua e aveva guardato l’incontro” – spiegò allo stesso Francesco che “quello che il traduttore ti ha detto non è che la quarta parte delle torture e delle sofferenze che hanno vissuto loro”.

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Da qui l’attacco alle notizie che arrivano in Europa su ciò che accade sulle coste africane: “Mi hanno dato la versione distillata. Questo succede con la Libia: ci danno la versione distillata”.

Il pontefice ha poi dato voce al suo dolore per le condizioni di chi parte in cerca di una vita migliore, citando il versetto del Vangelo che recita: “Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me“. Questo vale “nel bene e nel male”, ha aggiunto, suggerendo di usarlo “come punto fondamentale del nostro esame di coscienza che facciamo tutti i giorni. Penso alla Libia, ai campi di detenzione, agli abusi e alle violenze di cui sono vittime i migranti, ai viaggi della speranza, ai salvataggi e ai respingimenti“.

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Era l’8 luglio 2020. Nove mesi dopo, la situazione è ulteriormente peggiorata. Altre stragi di innocenti, altri respingimenti, e quei lager ancora in funzione. E’ il momento della vergogna. Una vergogna senza fine.

 

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