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Libia, ora il Sultano Erdogan ci ha scippato anche le motovedette

Ora il presidente Erdogan ha tra le mani un’altra potente arma di ricatto: il controllo della cosiddetta Guardia costiera libica.

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Umberto De Giovannangeli Modifica articolo

23 Ottobre 2020 - 15.24


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Il crimine è in quelle navi della marina Militare a cui è impedito di superare le nostre acque territoriali per salvare vite umane in acque internazionali. Il crimine è nell’aver deciso di mantenere i principi disumani che sorreggevano i decreti sicurezza del Conte I“,  scegliendo di “limitarli” invece di abrogarli. Il crimine è nell’aver finanziato la cosiddetta Guardia costiera libica. E averla fornita di motovedette che oggi sono ufficialmente nelle mani del Sultano di Ankara. Annota Nello Scavo su Avvenire: “Dopo aver ottenuto dall’Europa le chiavi per la gestione del flusso migratorio lungo le rotte orientali (6 miliardi di euro per trattenere in Anatolia milioni di profughi siriani), ora il presidente Erdogan ha tra le mani un’altra potente arma di ricatto: il controllo della cosiddetta Guardia costiera libica. Le prime tragiche avvisaglie sono arrivate con le ultime due stragi in mare: 15 migranti dispersi giovedì e altri cinque ieri a un’ora di navigazione da Lampedusa. In entrambi i casi i guardacoste libici non hanno avviato alcun intervento. Erano impegnati con i nuovi addestratori. Le dichiarazioni e le immagini che arrivano da Tripoli sono uno smacco soprattutto per l’Italia.  Le motovedette donate dai governi Gentiloni e Conte da alcuni giorni vengono adoperate da istruttori turchi che insegnano ai colleghi libici come pattugliare l’area di ricerca e soccorso. Una zona ‘Sar’ la cui istituzione è stata progettata e pagata dall’Italia. Anche gli interventi dei pattugliatori di fabbricazione italiana saranno decisi in accordo con le forze armate turche, che senza investire un centesimo dispongono adesso di flotta supplementare nel Mediterraneo centrale. 

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A quanto riferiscono svariate fonti in Turchia e in Libia – prosegue Scavo – Tripoli e Ankara decideranno d’intesa quando intercettare i migranti in mare e quando invece lasciarli raggiungere le coste italiane.

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Scippati delle motovedette

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Tra il 2017 e il 2018, “la Guardia Costiera italiana ha sostenuto la Libyan Coast Guard con 1,8 milioni di euro”, si legge in una nota della Commissione Ue, datata 5 ottobre 2020. Documento che per la prima volta confermava in via ufficiale come l’istituzione dell’ampia area di ricerca e soccorso libica si devono al governo Gentiloni (2017) “con la notifica formale della Libia della loro area Sar all’Organizzazione marittima internazionale e con la conduzione di uno studio di fattibilità per l’istituzione di un centro di coordinamento del salvataggio marittimo libico”. Ancora una volta, progettato e pagato da Roma.

Gli effetti sui migranti già si contano – rimarca ancora Scavo –  due stragi in due giorni. Un barchino con a bordo 20 persone è naufragato ieri a 30 miglia da Lampedusa, in acque internazionali. Una motopesca di Mazara del Vallo è intervenuto salvando 15 persone: tutti libici salpati da Zawyah. Tra essi anche due bambini che hanno perso la mamma. Due dei superstiti, porati a Lampedusa, sono risultati positivi al Covid. Il giorno precedente al largo della costa di Sabratha, in Libia, «sono morte almeno 15 persone», spiega l’Organizzazione mondiale dei migranti. In entrambi i casi, nessuna motovedetta libica si è mossa dal porto di Tripoli. Una debolezza crescente, quella italiana, che pesa anche sul negoziato per la liberazione dei 18 pescatori siciliani in ostaggio del generale Haftar in Cirenaica. La Farnesina ha assicurato che stanno bene e al momento contro di loro non sono state mosse accuse formali. Segno che la trattativa e aperta, ma lontana da una soluzione imminente”.

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Alla Libia sono stati destinati nel complesso 435 milioni dei 4,1 miliardi complessivi di Eutf, il fondo fiduciario europeo per l’Africa. Nel complesso, ha recentemente calcolato il settimanale Internazionale, l’Unione europea ha investito per Tripoli circa 700 milioni di euro nel bilancio 2014-2020. Dal 2017 Roma ha destinato per la Libia un totale di 784,3 milioni di euro, di cui 213,9 in missioni militari, rifinanziate lo scorso 16 luglio con il voto favorevole della maggioranza in Parlamento.

L’iniziativa turca rischia di avere un notevole impatto sulla situazione nel Canale di Sicilia. Il contingente di Erdogan così può cercare di influire sul controllo sul flusso dei migranti: in pratica, diventano sempre più capaci di decidere se fermare i barconi o lasciarli partire. Un’avanzata graduale, che è cominciata a gennaio con le prime operazioni dei marines turchi al fianco della Guardia Costiera locale per bloccare i trafficanti e riportare indietro i disperati in viaggio verso l’Europa.
Adesso la presenza dei militari di Ankara si estende anche all’istruzione, che dal 2018 veniva condotta in acque internazionali dalla flotta della missione europea Sophia – sospesa un anno fa e poi chiusa – mentre in Libia se ne occupavano nuclei della Guardia di Finanza e dalla Marina militare.

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Tregua permanente: reggerà?

“Un risultato storico” e “un importante punto di svolta verso la pace e la stabilità in Libia“. La Missione di sostegno delle Nazioni Unite in Libia dà notizia su Facebook dell’accordo sul cessate il fuoco permanente in tutta la Libia raggiunto a Ginevra al termine dei colloqui della Commissione Militare Congiunta 5+5. L’accordo è stato sottoscritto da rappresentanti del governo di accordo nazionale di Tripoli, guidato da Fayez al-Sarraj, e dalle autorità dell’Est della Libia, dove l’uomo forte è Khalifa Haftar. La firma arriva dopo che mercoledì scorso le parti si erano accordate per la ripresa dei trasporti via terra e aerei in tutto il Paese. “L’Italia – che ha sempre lavorato con determinazione per questo obiettivo – incoraggia tutte le parti libiche ad attuare concretamente le intese sottoscritte, continuando a dare prova di maturità nel superiore interesse del Paese”, sottolinea la Farnesina, che in un comunicato scrive che l’intesa è “cruciale” per la stabilità. “L’Italia auspica che ulteriori sviluppi vengano ora registrati anche nel dialogo politico intra-libico, che nelle prossime settimane vivrà, con la tenuta del Libyan Political Dialogue Forum, un passaggio potenzialmente decisivo verso una soluzione politica alla crisi libica. A questo riguardo, l’Italia conferma il proprio attivo e convinto sostegno al delicato esercizio promosso da UNSMIL”, conclude la nota del ministero degli Esteri.

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“Spero che questo accordo ponga fine alle sofferenze del popolo libico”, dichiara l’inviato Onu per la Libia, l’americana Stephanie Williams, che ha espresso apprezzamento per il “senso di responsabilità” delle parti e si è congratulata con i rappresentanti del governo di Tripoli e del generale Khalifa Haftar “per quello che è stato realizzato”. “Serviva molto coraggio”.

Il non detto, ma che è sostanza, è che da tempo ormai quella combattuta in Libia è una guerra per procura e che le decisioni strategiche, militari e politiche, non vengono certo prese a Tripoli o a Bengasi, ma ad Ankara, Mosca, Il Cairo, Abu Dhabi, vale a dire dagli attori esterni che stanno dietro alle comparse libiche. In ballo c’è il controllo delle risorse petrolifere di cui la Libia è ricca, e la torta miliardaria della ricostruzione di un Paese messo in ginocchio da un conflitto che dura da oltre nove anni.

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. Quanto all’Italia, possiamo scrivere una infinità di comunicati, appiccicarci medaglie di latta, ma neanche una stampa prona e comunicati autocompiaciuti può mascherare la realtà: nella partita libica, siamo stati messi ai margini, in panchina. E ora ci scippano pure le motovedette.

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