Perché sui migranti l'Italia è complice delle stragi in mare

Cinque stragi in una settimana. Almeno 200 morti al largo della Libia. E nessuna nave di soccorso in mare, bloccate dai provvedimenti italiani che ostacolano gli interventi della flotta civile

Migranti

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Umberto De Giovannangeli 27 settembre 2020

Quel tweet non è un grido di dolore e di rabbia. Certo, è pervaso da questi sentimenti, ma al fondo c’è l’esperienza di un giornalista, Sergio Scandura di Radio radicale, che da una vita professionale  racconta, spesso con importanti scoop, la tragedia dei migranti nel “mare della morte”, il Mediterraneo. 


“Bloccate le navi ONG, non fate operare in SAR oltre le 12 miglia nazionali Marina militare e Guardia Costiera. Bugiardo sulla pelle dei disperati. Bugiardo sulla pelle di morti a dozzine, annegati anche a 25-30 miglia sotto Lampedusa. Rivoltante. Vergogna. Vergogna”.


Non c’è una virgola fuori posto in questo j’accuse. Ma il primo destinatario di questa denuncia, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, dubitiamo che arrossirà di vergogna.


E di sicuro non lo farà l’improponibile ministro degli Esteri, Luigi Di Maio.


E al di là dei toni, composti, e della professionalità, incommensurabilmente superiore a quella del suo sprovveduto (in materia internazionale) collega della Farnesina, la sostanza delle cose non cambia quando a parlare è la ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese. “I decreti sicurezza, o immigrazione, dovranno essere esaminati in uno dei prossimi Cdm. Si verificheranno anche gli aspetti delle sanzioni alle Ong, che potrebbero anche diventare sanzioni di carattere penale. Ma è una strada che intraprenderemo con la modifica dei decreti”, ha affermato la titolare del Viminale, giovedì scorso, nel corso dell’ audizione al Comitato parlamentare di controllo sull’attuazione dell’accordo di Schengen


Complici


Complicità in stragi. Cinque stragi in una settimana. Almeno 200 morti lungo la rotta dalla Libia all’Europa. E nessuna nave di soccorso in mare, bloccate dai provvedimenti italiani che ostacolano gli interventi della flotta civile, e da un’Europa che promette solidarietà, ma continua a cooperare con le autorità di Tripoli, niente affatto estranee alla continua mattanza. 


Dei cinque naufragi segnalati negli ultimi giorni, il più grave è avvenuto il 21 settembre e si è saputo solo oggi, sabato: 111 morti. “Solo 9 delle 120 persone sono vive, soccorse da un pescatore dopo giorni in mare. Con i sopravvissuti stiamo ricostruendo gli eventi. Serve assistenza medica urgente», scrive su Twitter Alarm Phone.  “Tra le vittime ci sono Oumar, Fatima e i loro 4 figli” aggiunge l’organizzazione che raccoglie le chiamate d’emergenza in tutto il Mediterraneo. Segnalazioni di altri naufragi sono arrivati anche da Cipro e dall’Algeria. Nella notte tra venerdì e sabato «120 migranti riportati in Libia hanno riferito allo staff dell’Oim che 15 persone sono annegate quando il loro gommone ha iniziato a sgonfiarsi», conferma Safa Msehli, portavoce dell’agenzia Onu per le migrazioni. 


Secondo l’Alto commissariato per i rifugiati (Unhcr-Acnur) al 23 settembre 8.247 persone sono state registrate come intercettate in mare dalla cosiddetta Guardia costiera libica. 


La gran parte viene portata nei campi di prigionia ufficiali, dove poi molti vengono fatti sparire. Il 15 settembre, votando il rinnovo della missione Onu in Libia, il Consiglio di sicurezza ha espresso “grave preoccupazione per il deterioramento della situazione umanitaria” e per la situazione “affrontata da migranti, rifugiati e sfollati interni, inclusa la loro esposizione alla violenza sessuale e di genere”


Nessuno può chiudere gli occhi di fronte al grido di dolore di migranti e rifugiati. Come ha detto il Papa Francesco: accogliere, proteggere, promuovere ed integrare gli sfollati è un dovere universale di ogni popolo civile. La vita umana viene prima di ogni cosa". Ad affermarlo in un tweet è la leader della Cisl, Annamaria Furlan.


Rapporti dall’inferno


Nonostante sia chiaro che la Libia non possa essere minimamente considerata un paese sicuro, nel 2019 almeno 8.406 persone sono state rintracciate dalla guardia costiera libica e riportate in Libia. Dall’inizio dell’accordo Italia-Libia del febbraio 2017 sono circa 50.000 le persone riportate nelle mani di carcerieri e torturatori libici come ampiamente denunciato da rapporti e dossier. 
Dai movimenti e dalle associazioni, ma perfino dall’Unhcr, Oim e Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, a più riprese si sono levate richieste di interrompere immediatamente la collaborazione con i libici e di prevedere l’istituzione di canali di evacuazione verso i paesi dell’Unione europea per tutte le persone detenute nei centri libici.  Ma di fronte a una situazione tanto cristallina e atroce, l’Italia in febbraio ha rinnovato il memorandum con la Libia e il 16 luglio ha dato il via libera al rifinanziamento per l’addestramento alla cosiddetta Guardia costiera libica. La politica di esternalizzazione delle frontiere e dei respingimenti di massa ha nuove morti sulla propria coscienza.


Migliaia di rifugiati e migranti muoiono e molti subiscono gravi violazioni dei diritti umani durante i loro viaggi lungo le rotte dall’Africa occidentale e orientale verso le coste nordafricane del Mediterraneo, tra le più mortali al mondo. Lo denuncia un nuovo rapporto pubblicato dall’agenzia Onu per i rifugiati, Unhcr, e dal Mixed Migration Centre (Mmc) del Danish Refugee Council, intitolato “In questo viaggio, a nessuno importa se vivi o muori“, che descrive in che modo “la maggior parte delle persone in viaggio lungo queste rotte cada vittima o assista a episodi di inenarrabili brutalità e disumanità per mano di trafficanti, miliziani e, in alcuni casi, di funzionari pubblici”. Il rapporto segnala che almeno 1.750 migranti e rifugiati hanno perso la vita nel 2018 e nel 2019 durante questi viaggi. Si tratta di un tasso di almeno 72 morti al mese, un andamento che rende la rotta una delle più mortali al mondo per rifugiati e migranti. Per quanto riguarda il 2020, sebbene la maggior parte delle testimonianze e dei dati siano ancora in fase di ricezione, è certo che siano almeno 70 i rifugiati o migranti che sono rimasti vittima della tratta, tra cui almeno 30 persone uccise per mano di trafficanti a Mizdah, in Libia, a fine maggio. Proprio in Libia, solo nel 2020, sono stati registrati oltre 6.200 casi di abusi: dati che “mostrano ancora una volta come la Libia non sia un luogo sicuro presso cui ricondurre le persone”, ha dichiarato Bram Frouws, responsabile del Mmc.


Secondo il rapporto, circa il 28% delle morti registrate nel 2018 e nel 2019 lungo questa rotta si è verificato nel corso dei tentativi di traversata del deserto del Sahara. Altre località potenzialmente mortali comprendono SebhaCufra, e Qatrun nella Libia meridionale, l’hub del traffico di esseri umani Bani Walid a sudest di Tripoli, e numerose località lungo la parte di rotta che attraversa l’Africa occidentale, tra cui Bamako e Agadez. “Per troppo tempo, gli atroci abusi subiti da rifugiati e migranti lungo queste rotte via terra sono rimasti largamente invisibili”, ha dichiarato Filippo Grandi, Alto Commissario Onu per i rifugiati. “Questo rapporto documenta omicidi e diffuse violenze della più brutale natura, perpetrati contro persone disperate in fuga da guerre, violenze e persecuzioni. È necessario che gli Stati della regione mostrino forte leadership e intraprendano azioni concertate, col supporto della comunità internazionale, per porre fine a tali crudeltà, proteggere le vittime e perseguire i criminali responsabili”.


Nel documento vengono descritte le violenze brutali che si consumano lungo il viaggio dall'Africa alle coste del Mediterraneo, tra cui le ustioni con olio bollente e le scariche elettriche, oltre alla violenza sessuale su donne e bambini. In Libia solo nel 2020 sono stati registrati oltre 6.200 casi di abusi: dati che "mostrano ancora una volta come la Libia non sia un luogo sicuro presso cui ricondurre le persone"


Solidarietà, porti aperti, inclusione, sostegno al meritorio lavoro delle Ong: sono parole e concetti che non hanno cittadinanza nell’azione politica del governo Conte II, che sulle questioni libiche e dei migranti è una fotocopia in peggio del governo Conte I. In peggio perché più ipocrita.


Torture e sparizioni


“Eravamo in 350 in quella prigione, ci sono rimasto per 5 mesi, fino al dicembre scorso. Dentro Ossama Prison ci hanno picchiato e torturato. Vedi la ferita qui sull’orecchio? Me l’hanno fatta con un lucchetto», racconta un sudanese di 19 anni giunto in Sicilia dopo essere stato messo su un gommone partito da Zawiyah.


“La Libia è stato un inferno. Io sono maledetta, sono proprio maledetta”. Lo ripete più volte, Sabha, originaria della Costa D’Avorio. Dal settembre 2016 all’aprile 2017 è stata in uno dei centri di detenzione di Sabha: “Mi hanno preso e portato in prigione, volevano da me dei soldi. Sono stata lì sette mesi: mi hanno fatto di tutto. Ogni giorno ci prendevano e ci portavano da alcuni uomini per soddisfare le loro voglie. Mi hanno preso da davanti, da dietro, erano così violenti che dopo avevo difficoltà anche a sedermi. Mi filmavano mentre mi violentavano. Mi urinavano addosso. Un giorno mi hanno costretta ad avere un rapporto con un cane e loro mi hanno filmato. Sono maledetta”. La sua testimonianza, raccolta nel Cara di Mineo, fa parte del report “La Fabbrica della Tortura”, reso noto, nei giorni scorsi, da Medici per i diritti umani (Medu)


Tra le ultime testimonianze raccolte, il team di Medu  umani ha incontrato in un centro a Ragusa uno dei naufraghi che ancora una volta racconta la sua testimonianza dall’inferno libico:


“Sono stato a Ossama prison per un mese circa, nel periodo del Ramadan di quest'anno. Lì dentro è Osama che comanda: lui tortura in prima persona e fa torturare, beve spesso e bestemmia. Ci sono poi le guardie libiche, armate di kalashnikov, ma anche alcuni prigionieri del sub-sahara vengono utilizzati come aiuto-guardie: fanno un po' di tutto, dalle pulizie alla distribuzione del cibo. Loro hanno il permesso di picchiare altri prigionieri anche se non gli vengono date armi, usano bastoni o altri oggetti. A Tripoli sono le milizie a rapirti e poi contattano le mafie (termine usato dai migranti per indicare gruppi criminali) le quali ti comprano e poi ti rinchiudono in magazzini nel deserto per chiederti il riscatto in cambio della liberazione. Ogni zona ha la sua milizia ma tutte sono vestite con divisa militare e collaborano con il governo. Tutti qui abbiamo tentato la traversata più di una volta ma la Guardia costiera libica ci ha sempre riportato indietro. A volte la Guardia costiera stessa ti chiede soldi, prima di riportarti in prigione: chiedono 1000 euro altrimenti ti dicono che farai un anno di prigione. So di una persona che ha pagato il giudice 1500 dinari per non finire in prigione”.


Il rapporto si basa su oltre tremila testimonianze dirette di migranti transitati dalla Libia, raccolte dagli operatori di Medici per i Diritti Umani nell’arco di sei anni (2014- 2020). Nel periodo considerato sono sbarcati in Italia 660mila migranti, il 90 per cento è passato per il Paese, provenendo dall’Africa occidentale o dal Corno d’Africa, ma anche da alcuni Paesi extra africani come la Siria e il Bangladesh. Numerosi racconti, considerati credibili, da parte di comunità di migranti in contatto con l'Oim sostengono che i detenuti vengono consegnati ai trafficanti e torturati nel tentativo di estorcere denaro alle loro famiglie, abusi che sono stati ampiamente documentati in passato dai Media e dalle agenzie dell'Onu. L’età media dei migranti e rifugiati (88 per cento di sesso maschile e 12 per cento di sesso femminile) assistiti e intervistati da Medu è di 26 anni. Tra di loro sono presenti oltre 300 minori (13 per cento), incontrati negli insediamenti informali di Roma e presso il sito umanitario di Agadez. Le principali nazionalità dei testimoni sono Eritrea, Nigeria, Gambia, Sudan, Senegal, Etiopia, Mali, Costa d’Avorio, Somalia. L’85 per cento ha subito abusi, torture, stupri. Secondo i dati raccolti da Medici per i diritti umani, nel periodo che va dal 2014 al 2020, l’85 per cento dei migranti e rifugiati giunti dalla Libia ha subito in quel Paese torture e trattamenti inumani e degradanti e nello specifico il 79 per cento è stato detenuto/sequestrato in luoghi sovraffollati e in pessime condizioni igienico sanitarie, il 75 per cento ha subito costanti deprivazioni di cibo, acqua e cure mediche, il 65 per cento gravi e ripetute percosse. Inoltre, un numero inferiore, ma comunque rilevante, di persone ha subito stupri e oltraggi sessuali, ustioni provocate con gli strumenti più disparati, fa-laka (percosse alle piante dei piedi), scariche elettriche e torture da sospensione e posizioni stressanti (ammanettamento, posizione in piedi per un tempo prolungato, sospensione a testa in giù, ecc).


Questa tendenza è rimasta invariata – o addirittura si è aggravata – nel corso degli ultimi tre anni, a partire dal 2017, anno di sigla del Memorandum Italia-Libia sui migranti. Tutti i migranti detenuti hanno subito continue umiliazioni e in molti casi oltraggi religiosi e altre forme di trattamenti degradanti. Nove migranti su dieci hanno dichiarato di aver visto qualcuno morire, essere ucciso o torturato. Alcuni sopravvissuti sono stati costretti a torturare altri migranti per evitare di essere uccisi. Numerosissime le testimonianze di migranti costretti ai lavori forzati o a condizioni di schiavitù per mesi o anni.


Tutti questi report, suffragati da centinaia di testimonianze, da video e perizie mediche, sono di dominio pubblico. Tutti possono leggerli, anche i parlamentari che il 16 luglio scorso hanno votato il rifinanziamento di quell’associazione a delinquere denominata Guardia costiera libica.


Una lettura “indigesta” per coloro che hanno avallato questo scempio di legalità. E di umanità.