Fare l'Europa per rifare il Mediterraneo
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Fare l'Europa per rifare il Mediterraneo

Nel libro 'Fra kòsmos e pòlis' curato da Debora Tonelli e altri accademici, si esplora il Mediterraneo e la fratellanza umana

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Riccardo Cristiano Modifica articolo

19 Settembre 2023 - 12.16


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“Esplodere” è un verbo a doppia lama, sempre veemente, ma in direzioni che possono essere opposte. Può esplodere la gioia, come la rabbia. Oggi vediamo tutti una drammatica esplosione rabbiosa del Mediterraneo ridotto a cimitero, forse delle sue antichissime civiltà. Difficile dirlo, ma il naufragio delle civiltà mediterranee di cui ha scritto  Amin Maalouf è uno spettro che vaga davanti ai nostri occhi. Eppure pochi anni fa, il 4 febbraio 2019, il Mediterraneo è esploso di gioia, offrendo i lapilli della sua esplosione a tutto l’orbe terraqueo. La Dichiarazione di fratellanza umana firmata quel giorno da papa Francesco e dal grande imam dell’Università di Al-Azhar, lo sceicco al Tayyib, non è un documento islamo-cristiano, è un’offerta globale, non solo a tutti i credenti.

Capovolge interpretazioni vecchie di millenni che hanno capovolto a loro volta il mito di Babele: distruggendola Dio in realtà vuole distruggere il progetto di tutti i monisti, dicendo che il suo sapiente disegno è pluralista, che siamo tutti uguali perché siamo diversi, non possiamo avere una sola torre per tutti, l’unica che conduca in cielo. Anche il cielo, come la vetta di ogni montagna, può essere raggiunto seguendo cammini diversi, ma le dispute su quale fosse il migliore, dispute anche veementi, non hanno più senso quando si giunge in vetta, perché la vetta è una.

Lo aveva urlato ai quattro venti il grande mistico musulmano, al-Rumi, e il documento a duplice firma lo dice con ufficiale nettezza: “ La libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione. Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi. Per questo si condanna il fatto di costringere la gente ad aderire a una certa religione o a una certa cultura, come pure di imporre uno stile di civiltà che gli altri non accettano”. 

Questa esplosione di gioia purtroppo non l’abbiamo voluta sentire, e oggi siamo avvolti da questa esplosione d’odio che trasforma i nostri porti in lager, le nostre coste in feretri vuoti. Siamo ancora in tempo a cambiare strada? Sì, ma bisogna far presto. Per sbrigarsi un consiglio decisivo lo dà Debora Tonelli con quanto ha scritto nel volume che ha curato e scritto con altri accademici, a pagina 13 della sua prefazione: “si può essere teologi senza avere fede e senza assolvere le pratiche religiose, come anche si può essere religiosi senza conoscere la tradizione teologica o senza possedere fede, infine si può avere un personale vissuto di fede senza abbracciare tutto il sistema di credenze e senza conoscere la tradizione teologica”.

La fede è un’esperienza personale e autentica, non un corso post-laurea, non richiede Phd. E questo è vero perché le strade che portano alla vetta sono tante, e non sono soltanto quelle tracciate. Ognuna volendo può seguire la sua, anche rifiutando  i percorsi “canonici”. Dunque siamo appena a pagina 13 ma siamo già al cuore della nostra realtà e del libro, “Fra kòsmos e pòlis: identità e cittadinanza da una prospettiva mediterranea” (Jouvence, euro 18). La salvezza che possiamo ancora trovare, recuperando la gioia per l’esplosione di gioia del 2019 che ha proposto di rifare il mondo alla luce della teologia pluralista del Mediterraneo di cui abbiamo accennato, parte di qui: perché il Mediterraneo è una cerniera tra tre continenti, con tre (non quattro) versanti, quello africano, quello europeo e quello asiatico-levantino? Il quarto versante non c’è, perché l’Oceano, elemento di separazione, non c’è, grazie alle colonne d’Ercole. 

Non basta la verità non da tutti accettati di Braudel di un Mediterraneo naturalmente esteso alle sue aree affluenti, per me infatti il suo bacino va dal Masepotamia al Corno d’Africa, da Parigi al Mar Nero. Il grande mare non è solo un corridoio che collega gli oceani, è lo spazio dove precipitano a vivere insieme i deserti e le grandi catene montuose che hanno bisogno di un camera di compensazione che le tenga in relazione. Non credo sia un caso che proprio qui, attorno alla zip planetaria che consente a tre continenti di non urtarsi, sia nata la pòlis, la città, ed è difficile immaginare una cittadinanza senza città. La cittadinanza è globale e locale, entrambe. L’una non escluda l’altra, anzi, la presuppone. E lo dice la storia del Mediterraneo che ha fondato la pòlis. Volendo parlare per immagini, questo è confermato dal fatto che sul Mediterraneo tutti hanno voluto usare l’ulivo, che non cresce altrove, senza che uno insegnasse all’altro la sua coltura, neanche i romani. È il segno di tante diversità convergenti.  Certo, la pòlis non è un semplice agglomerato di diversità urbane, ce ne saranno stati anche altri prima della pòlis di agglomerati urbani.

La pòlis, come spiega benissimo il libro, è molto di più. Il famosissimo processo a Socrate, raccontato con grande accuratezza e visione dal professor Andrea De Santis, con Socrate che accetta l’ingiusta condanna perché lui difende la legalità anche se la legge è sbagliata, dimostra che la  pòlis è Socrate, cioè il dovere di filosofare comunque, dando vita contro i suoi stessi abitanti al solo ordine che rende pòlis l’aggregato urbano, cioè un complesso cosmopolita. E’ questa la cittadinanza, cioè il pieno diritto per tutti gli uomini che vivono insieme di sottomettersi soltanto alla coscienza, retti dal kòsmos che, a differenza di quanto scrive con grande successo l’illustre professor Vannacci ( anche credente) non è caos,  ma pudore e giustizia ordinatrice, unica delimitazione possibile per tracciare la propria strada mentre si cerca la vetta.

Se tutto questo è spiegato molto meglio di quanto io qui faccia nel saggio su kòsmos e pòlis, capiamo che la frase del Documento sulla fratellanza umana appena citata recupera il concetto di cittadinanza per tutto il genere umano e illustra il pluralismo del disegno divino come un disegno che non pone barriere a Socrate, a differenza di quanto fecero con Socrate i suoi concittadini. Il cosmo è ordine, un ordine che presuppone bellezza, come si evince dal derivato termine cosmesi. Ma non una sola bellezza. Il Mediterraneo che fonda la pòlis la vuole ordinata, bella per tutti, cioè aperta, appunto, cosmopolita.

È quanto ha detto il grande poeta Jorge Mario Bergoglio a Ur: “ Guardiamo il cielo. Contemplando dopo millenni lo stesso cielo, appaiono le medesime stelle. Esse illuminano le notti più scure perché brillano insieme. Il cielo ci dona così un messaggio di unità: l’Altissimo sopra di noi ci invita a non separarci mai dal fratello che sta accanto a noi. L’Oltre di Dio ci rimanda all’altro del fratello. Ma se vogliamo custodire la fraternità, non possiamo perdere di vista il Cielo”. Il cosmo è ordine, bellezza, e questo ordine quando unisce in sé i cittadini ordine nella bellezza la pólis. 

Per secoli molti in Europa hanno posto la domanda se questa pòlis fosse davvero condivisibile da tutti i mediterranei. Nessun fondamentalista la condivide, di qualunque fede o non fede sia. Ma i cristiani, i musulmani, gli illuministi, non sono l’illuminismo, il cristianesimo, l’islam. Così è interessante notaee, giusto sotto forma di inciso, che l’islam non poteva distinguere tra Stato e Chiesa, o tra Cesare e Dio, semplicemente perché non c’era Cesare lì dove comparve Maometto. Come distinguere il proprio potere da un altro potere assente? “Da quello che dice”, hanno detto in molti, e il volume insiste molto, giustamente, sul concetto di alleanza. E l’alleanza tra Dio e il suo popolo orante c’è anche nell’Islam: Corano: “Quando il suo Signore lo provò con i Suoi ordini ed egli li eseguì, [il Signore] disse: “Farò di te un imâm [una guida] per gli uomini”. “E i miei discendenti?”. “Il Mio patto, disse [Allah], non riguarda quelli che prevaricano”.

La teologia islamica lo ha nascosto per secoli, per una visione autoritaria e dispotica, come ha imposto la traduzione di “islam” con “sottomissione”, mentre vuol dire “abbandonarsi”. Nel primo caso non c’è patto, nel secondo evidentemente sì. Cosa vuol dire questo, uscendo dalle dispute teologiche? Nel linguaggio arabo i mari che li circondano sono Rosso, Nero e Bianco. Se i primi due sono tali anche per noi, il loro Mar Bianco è il nostro mar Mediterraneo. Bianco per via del  caldo, ha detto qualcuno. Anche sul Mar Rosso fa caldo. Io ho sempre sentito in quel “Bianco” un senso di “bianco latte”. E’ – a mio avviso- il mare che allatta, perché ha i suoi scali del Levante, verso i quali si dirigevano tutte le grande vie carovaniere sulle quale erano costruitele le città arabe, tutte dell’interno perché tutte sulle vie carovaniere,  nel deserto. Dunque ha pieno titolo l’imam di al-Azhar a firmare – finalmente- quel documento, soprattutto ora, quando tutti gli scali del Lavante sono stati assassinati, insieme alla loro dimensione cosmopolita. Si è trattato di autentici urbicidi. Da Tiro ad Alessandria d’Egitto, da Smirne a Beirut, uccisa due volte e non ancora del tutto morta, sebbene sull’ultimo urbicidio di Beirut il governo lì seduto non voglia che si indaghi, a nessun costo.

Cacciati gli ebrei, cacciati i cristiani, cacciati i liberi pensatori, cacciati gli eretici, queste città non hanno più finestre e senza finestre si muore. Ma il Mediterraneo non può sopravvivere con la necrosi di una delle sue tre sponde, ci converrebbe pensarci, prima che vadano in necrosi anche le altre due. E una già lo è, quella nord-africana. Come starà secondo voi quella europea? E’ il motivo per cui non capisco il termine “dialogo Euro-Mediterraneo”. L’Europa è mediterranea, o anche mediterranea. Quando Gianni Agnelli disse che l’Italia doveva valicare le Alpi ha creato le premesse culturali del disastro di oggi. Probabilmente la frase, non per forza sbagliata, non andava presa così alla lettera. Il Mediterraneo ha il sapore di un mar bianco-latte anche per noi. 

Ma nel disastro mediterraneo c’è un disastro aggiuntivo che fa ben sperare. I mali infatti non vengono mai soli, ma questo libro ci fa capire bene cosa sia la crisi del sistema liberal-democratico e del liberalismo, la loro pienezza. Spiegando benissimo la crisi di ciò che legittimava il nostro senso di superiorità rispetto alle altre sponde che sognano liberal democrazia e liberalismo,  arriviamo a capire che proprio queste perdite lancinanti ci potrebbero costringere a riscoprire, domani, il nostro bisogno del vicino, rinunciando a complessi di superiorità. La disputa tra le tre sponde infatti non è stata islamo cristiana, ma euro-araba. Ora il punto assolutamente geniale posto nel volume da Paolo Costa nel suo testo sul sovranismo, è che il sovranismo ha impedito all’Europa di esistere.

L’autore presenta splendidamente, con la pecca qui e lì di qualche espressione un po’ per addetti ai lavori, il bivio tra liberalismo e sovranismo, che poi sta nella nella libertà dalle interferenze in un piano di vita scelto in piena autonomia dall’individuo e questa ossessione per la cosiddetta “comunità di destino” che non spiega a quale destino ci si riferisca se non a quello di un’ipotetica onnivora “nazione”. Io non ho neanche un destino, l’unico destino è quello nazionale, nel quale mi sciolgo. Il rapporto tra individuo e società, una polarità decisiva come quella tra globale e locale, è risolto dai sovranisti in favore di un nazionalismo onnivoro nel quale l’individuo sparisce, divorato dalla sovranità della “nazione”. La conseguenza che Paolo Costa individua con perspicacia è la scomparsa della politica e dei movimenti ideali. 

Così, passando di livello, sparisce l’Europa, e divengono mostri onnivori gli Stati nazione. Non a caso i sovranisti, osservazione acutissima, parlano esclusivamente di recupero di sovranità ma non della persona, ma della nazione. Così è chiaro che il pluralismo diventa un pericolo, un nemico, un cavallo di Troia da distruggere. Questo, è chiaro, è ciò che ha impedito all’Europa di essere un vero Stato, con un ruolo politico nel mondo globale che richiede dimensioni adeguate per contare.

A pensarci bene però tutto questo, per quanto doloroso, ci sta facendo regredire al livello di chi vive sulle altre due sponde, dove l’individuo è stato schiacciato, cancellato, da due ideologie sovraniste in lotta contro la persona: il panislamismo e il panarabismo. Questo Paolo Costa non lo dice, ma rende con il suo testo evidente che la  possibilità mediterranea è quella di porre la Dichiarazione sulla fratellanza umana alla base di un movimento di rivendicazione europeo, nordafricano e levantino. E quale rivendicazione ci può accomunare? Quella del pluralismo come riscoperta delle proprie culture contro il monismo di Stato dei sovranisti, dei panarabisti e dei panislamisti.  Un libro da leggere! 

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