Conte a Beirut, toccata e fuga per mostrare di esistere

Oggi è stato il giorno di “Giuseppe il libanese”. Una visita lampo, con tanto di giornalisti al seguito molto più interessati al circo della politica italiana e all’Azzolina, che ai dossier mediterranei.

Conte a Beirut

Conte a Beirut

Umberto De Giovannangeli 8 settembre 2020

Un mese per fare un viaggio di tre ore. Un po’ troppo per il primo ministro di un Paese che nel Mediterraneo sta perdendo colpi in ogni dove. Se in politica, soprattutto in quella estera, il fattore tempo è decisivo, Giuseppe Conte del tempo ne ha perso, e tanto, prima di farsi vedere in Libano.


Cosa che si fa ancora più grave se rapportata all’iper attivismo del presidente dei nostri competitor francesi, Emmanuel Macron, che nel Paese dei Cedri si era precipitato neanche 48 ore la devastante esplosione, il 4 agosto scorso, al porto di Beirut (oltre 200 morti, 6mila i feriti, 300mila gli sfollati); visita che l’inquilino dell’Eliseo ha bissato pochi giorni dopo, dando luce verde al tentativo del premier incaricato Mustafa Adib, diplomatico di lungo corso, di formare un nuovo governo. Governo su cui c’è l’opa francese.


Toccata e fuga


Oggi è stato il giorno di “Giuseppe il libanese”. Una visita lampo, con tanto di giornalisti al seguito molto più interessati agli affari interni al circo della politica italiana e al destino dell’Azzolina,  che interessati a  incalzare il premier sui più scottanti dossier mediterranei.


"L'Italia ha profondo rispetto per le prerogative sovrane del popolo libanese ma rimarrà al suo fianco auspicando che possa formarsi al più presto un nuovo governo che si occupi della ricostruzione e di avviare un programma urgente di riforme per rispondere alle legittime richieste della popolazione e disegnare insieme il Libano di domani", dichiara  il presidente del Consiglio, al termine dell'incontro con il presidente della Repubblica Libanese, Michel Aoun."La mia visita oggi a Beirut - ha sottolineato Conte - vuole innanzitutto confermare la storica amicizia e vicinanza dell'Italia al Libano, al popolo libanese, in un difficile momento nazionale a seguito della tragica esplosione del 4 agosto". Conte ha espresso "il sincero cordoglio del governo italiano e di tutta la comunità nazionale a tutto il popolo libanese per l'evento che ha scosso tutta la comunità internazionale".


Un po’ più compendioso, Conte lo è stato in un'intervista al quotidiano libanese L'Orient Le Jour, il giorno della sua visita a Beirut. “L'Italia è stata tra i primi Paesi a rispondere all'emergenza, inviando subito due team della Protezione civile per partecipare alle operazioni di ricerca e soccorso, coordinando l'invio di tre voli umanitari con oltre quindici tonnellate di materiale sanitario», ha spiegato il capo del governo arrivato a tarda notte nella capitale libanese. «A questo dobbiamo aggiungere il lancio dell'operazione umanitaria "Emergenza Cedri" che dispiega a Beirut un ospedale da campo con capacità avanzate e un distaccamento del genio militare per concorrere alla rimozione delle macerie. Adesso è il momento di guardare alla ricostruzione, preservando l'identità e il tessuto sociale dei quartieri distrutti, nonché il loro patrimonio storico», ha spiegato .”Il Libano – ha aggiunto Conte – ha urgente bisogno di un governo che goda della fiducia della popolazione e con cui la comunità internazionale possa lavorare per la ricostruzione”. “Il mio auspicio è che il processo in corso per la formazione del nuovo esecutivo possa concludersi presto e che prenda avvio un programma urgente di riforme, per rispondere alle legittime aspirazioni del popolo libanese. Condividerò questo messaggio a tutti i miei interlocutori istituzionali. Al contempo, intendo pormi all'ascolto delle aspirazioni e delle attese della società civile, che dovranno svolgere un ruolo di prim'ordine nel disegnare il Libano del futuro e avviare il necessario processo di rinnovamento delle istituzioni e della governance”.


Il cerchiobottismo è la cifra della politica estera italiana messa in mano al duo Conte&Di Maio: ciò vale per la Libia come per il Libano.


Sul fronte delle istituzioni di sicurezza, la strada intrapresa dal Libano è, per il nostro premier, “quella giusta per il rafforzamento e per preservare la stabilità del Paese. Rimane certamente molto da realizzare, ma il nostro impegno collettivo a favore delle forze armate ha già prodotto risultati che sono sotto i nostri occhi”. Nel contesto complesso degli ultimi mesi, “le Forze armate hanno affrontato efficacemente rilevanti responsabilità”.


Realtà e narrazione


“Macron non si è limitato a piangere i morti ma ha formulato subito proposte concrete per la ricostruzione e il varo di una commissione d’inchiesta internazionale sull’esplosione. Già il 10 agosto il presidente francese convocava una ‘conferenza internazionale dei donatori”, ufficialmente in collaborazione con l’Onu, ma mediaticamente è stata solo la Francia di Macron a emergere. Parigi è stata potenza mandataria del Libano 1923 al ’46, ha sempre mantenuto rapporti solidi nel Paese e nei giorni scorsi la sua reazione tempestiva ha assicurato alla Francia un grandissimo successo politico. L’Italia avrebbe potuto fare altrettanto o almeno ‘battere un colpo’? Sicuramente sì. Occorre ricordare che sin dall’invio della Multi National Force (Mnf) nel 1982 e poi soprattutto dopo il 2006, l’Italia a livello militare si è sempre impegnata, anche più della Francia, a favore della stabilità del Libano ed è oggi il principale contributore di forze a Unifil. Purtroppo, questo impegno militare non trascurabile sembra disconnesso dalla politica estera nazionale”. Questa è la condivisibile riflessione di Antonio Li Gobbi su AnalisiDifesa.


Ed ancora: “Roma rischia di venire percepita ormai irrimediabilmente come assente e passiva su tutti i dossier caldi in quello in che una volta era il Mare Nostrum, dove oggi sembra aver abdicato a qualsiasi ruolo di rilievo....Di fatto, gli interessi italiani in relazione alla ricostruzione libanese, ai rapporti tra Israele e i paesi arabi, alla contrapposizione greco-turca e alla realizzazione del gasdotto EastMed risultano in contrapposizione con quelli della Turchia di Erdogan. In merito alla situazione libica, invece, è noto che quando al-Sarraj contava sull’aiuto italiano la sua posizione sia politica sia militare era estremamente vulnerabile. Solo con la discesa in campo turca le cose sono radicalmente cambiate, consentendo di respingere l’offensiva delle forze del generale Haftar su Tripoli. Non abbiamo voluto ‘sporcarci le mani’ ma ora siamo nelle mani dei turchi (che se le sono sporcate) per salvaguardare gli interessi nazionali, dalle attività dell’Eni (incluso il gasdotto Greenstream e il terminal di Melitha) al contrasto ai migranti illegali...”..


Osserva il generale Vincenzo Camporini, già capo di Stato maggiore della Difesa, tra i più autorevoli analisti italiani di geopolitica e strategia militare: “Quello che è accaduto in Libano è un fatto molto serio, molto importante. Non dimentichiamoci che in Libano noi abbiamo oggi mille soldati, ragazze e ragazzi, che vigilano sugli accadimenti a cavallo tra il Libano e Israele: non possiamo disinteressarci di quello che accade in Libano e non possiamo lasciare che la scena sia sempre occupata, con un’ansia di protagonismo, dalla Francia. La reazione di Macron al devastante “incidente” del 4 agosto scorso nel porto di Beirut è stata una reazione immediata, molto efficace e che comunque garantisce alla Francia un ruolo di primo piano nella evoluzione politica libanese. Noi abbiamo interessi altrettanto forti – il  nostro contingente in Unifil, ma anche dal punto di vista energetico ed economico abbiamo i nostri interessi nell’area – ma ci siamo limitati a mandare qualche aiuto umanitario, certamente non in modo da fare politica. Non è così che garantiamo il ruolo dell’Italia e gli interessi dei cittadini e delle imprese italiane nell’area nel futuro”.


E non sarà la toccata e fuga  di Giuseppe Conte a garantirlo.