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Libia, i turchi ci cacciano da Misurata. Camporini: "Da Roma passività assoluta"

La “Caporetto” italiana si arricchisce di un altro capitolo. Impegnato nella battaglia contro i “furbetti del bonus” il prode Luigi Di Maio, ha avuto il tempo di recarsi a Tunisi per dimostrare di esistere.

Libia
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Umberto De Giovannangeli

18 Agosto 2020 - 15.44


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Sloggiati da Misurata per far posto ai turchi. La “Caporetto” italiana in Libia si arricchisce di un altro, mortificante, capitolo. Impegnato nella battaglia contro i “furbetti del bonus” il prode ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, ha avuto il tempo di recarsi a Tunisi per dimostrare di esistere. Peccato che l’Italia nel Mediterraneo non esista più.

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Sloggiati da Misurata

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Il sincronismo temporale aiuta a capire ancor meglio chi conta e chi no nella “partita libica”. Lunedì 17 Agosto sono atterrati in contemporanea a Tripoli Halusi Akar, ministro della Difesa della Turchia e Khalid al Attyha, ministro della Difesa del Qatar, per organizzare l’imminente (ormai quasi certo) assalto a Sirte e al Jufra, le due città costiere controllate da Khalifa Haftar. Un teatro in cui sono coinvolti anche Egitto, Russia, Emirati e che è di interesse vitale anche per l’Italia, che però è l’unica assente ingiustificata.
Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, nel frattempo, va in Tunisia per occuparsi di clandestini, chiedendo al governo locale di riprendersene una qualche decina. Non una parola sulla leadership che l’Italia dovrebbe esercitare sui due scenari di tensione nel Mediterraneo, ovvero la possibile guerra per Sirte e le tensioni tra Grecia e Turchia per accaparrarsi i giacimenti metaniferi attorno a Cipro e alle isole greche. Scopo della vista congiunta degli attori della guerra in Libia è il potenziamento del contingente militare dislocati attorno a Sirte e al Jufra, in aiuto alle milizie di Misurata, in vista di un’offensiva per riconquistare i due nodi strategici fondamentali. Alcuni giorni fa i turchi avevano chiesto ed ottenuto che gli italiani se ne andassero da Misurata per impiantare nell’aeroporto una propria base militare.
Richiesta prontamente accolta dal governo italiano che ha parlato di uno “spostamento in area più funzionale”. Funzionale a che? Nessuno lo sa.

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Senza strategia

Severo è il giudizio del generale Vincenzo Camporini, già capo di Stato maggiore della Difesa, tra i più autorevoli analisti di strategia militare e geopolitica: “Dobbiamo ricostruire dall’inizio una strategia del nostro Paese – dice Camporini a Globalist – nel quadro delle alleanze storiche – Nato e Ue – per, prima di tutto, identificare e poi proteggere i nostri interessi. Purtroppo, però, a mio avviso questo Governo una visione non ce l’ha, al di là dell’affannarsi, in modo tutto sommato confuso, per la difesa contro la pandemia”.

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Non solo Libia. “La vera posta in gioco – rimarca Camporini – sono gli equilibri complessivi in questa regione, che stanno venendo meno, anche per l’attenuarsi dei vincoli di alleanza storici che oggi sono messi in discussione. Purtroppo da Roma si sta a guardare. Fino a qualche tempo fa, ci limitavamo ad agire di rimessa, a reagire a quello che stava accadendo per iniziativa altrui. Oggi abbiamo rinunciato anche alla reazione. E’ un atteggiamento di assoluta passività, da cui non c’è possibilità di trarre alcun vantaggio”.

Guerra totale

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Per tornare al teatro libico, fino a quando Sirte e al Jufra, rimarranno, come sono oggi, sotto il controllo delle truppe del generale Khalifa Haftar, che controlla la parte orientale del Paese, la Tripolitania rischia un nuovo attacco militare da parte della Cirenaica. Quando e se le due città ritorneranno sotto il controllo del governo di Tripoli, la divisione in due della Libia sarà formalizzata. Infatti, più volte, all’unisono, sia il presidente del Consiglio libico di Tripoli Fayez al-Sarraj che il presidente turco Recep Tayyp Erdogan hanno dichiarato nelle ultime settimane che la tregua tra Tripoli e Bengasi potrà essere siglata solo dopo che Sirte e al Jufra saranno riconsegnate al controllo militare del governo di Tripoli e si tornerà alla situazione del 2015.

All’opposto, il presidente egiziano Abdel Fatah al -Sisi sostiene da settimane con toni sempre più minacciosi, che per Sirte e al Jufra passa una linea rossa e che tutte le forze armate egiziane sono pronte a invadere in Libia per combattere a fianco di quelle degli Emirati Arabi Uniti, dei miliziani russi della Wagner e dell’esercito di Haftar per contrastare chi voglia conquistarle.

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Una situazione esplosiva, che, con l’invasione egiziana della Libia può segnare una escalation bellica drammatica, che vede però intensissime pressioni e trattative diplomatiche da parte della Russia (più volte Vladimir Putin ha parlato con Recep Tayyp Erdogan), dell’Unione Europea e degli Stati Uniti.

Il regno dei corrotti

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Così su Internazionale, il regista Khalifa Abo Khraisse descrive cosa sia oggi la Libia: La corruzione e le lotte interne al governo di accordo nazionale (Gna) hanno peggiorato le cose. Gli attori libici seguono il proverbio: “Io e mio fratello contro mio cugino, io e mio cugino contro lo straniero”. Negli ultimi dieci anni in Libia le alleanze tra diverse fazioni si sono formate solo per contrastare un nemico comune. Le milizie hanno accettato di mettere momentaneamente da parte tutte le differenze per combattere contro la minaccia di turno che temevano e odiavano più di quanto si odiassero reciprocamente: Gheddafi, il gruppo Stato islamico, il generale Haftar, eccetera.  Le divergenze interne al Gna e tra i suoi alleati hanno cominciato a emergere pochi mesi dopo la sconfitta delle forze di Haftar nella Libia occidentale. La lotta intestina ha ripreso forza e ha diviso il consiglio in due fronti. Uno è rappresentato dal vicepresidente del consiglio di presidenza del Gna, Ahmed Maiteeq, e da Abdulsalam Kajman, del partito Giustizia e costruzione, il ramo libico della Fratellanza musulmana. Sul versante opposto c’è Fayez al Sarraj, alla guida del consiglio di presidenza e primo ministro del Gna, sostenuto da due componenti del consiglio, Mohammed al Ammari e Ahmad Hamza al Mahdi.  Politici corrotti, fazioni religiose e milizie si combattono tra loro mentre il Paese sprofonda nella crisi. Le interruzioni di corrente elettrica e la penuria d’acqua sono peggiorate anche rispetto al periodo in cui Tripoli era sotto assedio. La crisi di liquidità e la mancanza di carburante hanno spinto la gente a scendere in piazza per manifestare la propria frustrazione….La frammentazione e le lotte interne al Gna hanno ridotto e indebolito le sue già scarse prestazioni. Il peggioramento è evidente nella gestione della pandemia, pessima nonostante un preoccupante aumento dei casi. L’8 agosto il numero totale di contagiati in Libia era di 4.879, con 4.120 casi attivi, 652 ricoveri in ospedale e 107 morti. Il governo di Tripoli ha affrontato il rapidissimo incremento dei casi in modo sconsiderato con decisioni prese giorno per giorno. Per esempio, Tripoli è passata più volte da un confinamento di 24 ore a un blocco tra le 18 e le 9, mentre alle altre città è stata lasciata la facoltà di decidere in modo autonomo. Il governo non ha messo in pratica i protocolli per la quarantena nel caso di viaggiatori in arrivo dall’estero e ha consentito a molti familiari e funzionari di entrare nel paese senza sottoporli nemmeno a visita medica. Per non parlare del fatto che nonostante i  500milioni di  di dinari libici (circa trecento milioni di euro) promessi dal governo di al-Sarraj per contrastare l’emergenza sanitaria lo scorso mese di marzo, c’è ancora una grave carenza di mascherine, guanti e strumenti per effettuare i tamponi..”.

La Libia è anche questo. Ma in Italia chi governa fa finta di non saperlo.

 

 

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