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Israele: dietro il piano Trump-Netanyahu c'è il trionfo degli evangelici

Negli Stati Uniti le lobby ebraiche ed evangelico cristiane operano con efficacia, forti anche di un radicato background biblico protestante del quale Israele è considerato un elemento importante

Il vice-presidente degli Stati Uniti Pence
Il vice-presidente degli Stati Uniti Pence

Umberto De Giovannangeli

15 Giugno 2020 - 16.38


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“È stato Donald Trump, il presidente degli Stati Uniti travolti in questi giorni dalle violente proteste contro il razzismo e contro la brutalità della polizia, a promuovere la discutibile legittimità di un passo tanto grave. Il suo Piano del secolo, accolto con gioia dalla destra israeliana ma fermamente respinto dai palestinesi, dal mondo arabo e dalla Comunità europea, è stato peraltro elaborato per conquistare le simpatie degli evangelici americani, sostenitori di un allucinante progetto di ricostruzione del tempio sulle rovine della moschea musulmana in attesa di un ritorno di Gesù Cristo.

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Questo piano scellerato mira a dividere lo stato destinato ai palestinesi (che rappresenta il quindici percento del territorio originale della Palestina) in tre distretti, analoghi ai Bantustan sudafricani dove i bianchi avevano concentrato una parte della popolazione nera concedendole un’indipendenza virtuale. I palestinesi, ovviamente, si oppongono a tale mossa e minacciano una sospensione del coordinamento tra le loro forze di sicurezza e l’esercito israeliano. I paesi europei, quindi, non solo hanno il permesso ma anche l’obbligo morale di dire: no, adesso basta. In fondo non farebbero che spalleggiare decine di alti ufficiali militari israeliani che si sono pronunciati contro tale inutile annessione la quale, forse, intende ‘afferrare per la coda’ gli ultimi mesi del mandato di Trump in vista della possibilità di una sua mancata rielezione”. Più chiaro di così, Abraham Bet Yehoshua, uno dei più grandi scrittori israeliani di sempre, non poteva esserlo, nel suo articolo per La Stampa

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Il j’accuse di Yehoshua

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Globalist, con articoli e interviste, ha raccontato, documentato, ciò che questo “Piano Trump-Netanyahu” rappresenta: la morte di una soluzione “a due Stati”, l’istituzionalizzazione dell’aparheid, il de profundis della legalità internazionale in Palestina. Yehoshua argomenta da par suo tutto ciò. E chiama in causa, pesantemente, l’Europa. Così: “La Comunità europea ha sempre sostenuto i palestinesi a parole e in parte anche con i fatti. Quando però si tratta di intraprendere azioni concrete contro iniziative israeliane, viene colta da una semi paralisi. I suoi rappresentanti politici rilasciano dichiarazioni di condanna, votano a favore di decisioni anti-israeliane in istituzioni internazionali, ma lasciano agli Stati Uniti, considerati il patrono e il padrino ufficiale dello stato ebraico, la responsabilità di inibire determinate iniziative. Negli Stati Uniti però, le lobby ebraiche ed evangelico cristiane operano con fermezza ed efficacia, forti anche di un radicato background biblico protestante del quale Israele è considerato un elemento importante. Ricordo che ogni volta che venivano costruiti nuovi insediamenti nei territori palestinesi (con nostra grande rabbia e delusione), il mio caro e compianto amico Amos Oz mi consolava dicendo che sarebbe arrivato il momento in cui gli addetti portuali di Rotterdam si sarebbero rifiutati di caricare merci su navi israeliane, costringendo così il nostro Paese a riconsiderare la sua politica espansionistica. Ovviamente quel giorno non è mai arrivato. E secondo me, indipendentemente dal suo operato politico, a Israele non sarà mai imposto un vero boicottaggio come quello messo in atto contro il Sudafrica. Il motivo è duplice: da una parte ci sono la memoria della Shoah e la responsabilità dell’Europa in quella tragedia, dall’altro l’antisemitismo serpeggiante nella società europea”.

Ora, però, l’Europa non può chiudere gli occhi e restare inerme di fronte a ciò che sta per accadere: “Ora – rimarca Yehoshua – che il governo israeliano, guidato da Netanyahu, vorrebbe attuare un’annessione territoriale immotivata da ragioni di sicurezza (perché quella zona è comunque sotto il controllo dell’esercito israeliano) e che lascerà immutato il già solido status degli insediamenti, ecco che questa sua intenzione appare puramente provocatoria. Una mossa che pregiudicherà per sempre la debole speranza di una soluzione di due stati. I paesi europei, quindi, non solo hanno il permesso ma anche l’obbligo morale di dire: no, adesso basta. In fondo non farebbero che spalleggiare decine di alti ufficiali militari israeliani che si sono pronunciati contro tale inutile annessione la quale, forse, intende ‘afferrare per la coda’ gli ultimi mesi del mandato di Trump in vista della possibilità di una sua mancata rielezione.

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All’Europa si era rivolto, nell’intervista concessa  a Globalist, il segretario generale dell’Olp, Saeb Erekat, storico capo negoziatore palestinese:Il Piano di annessione Israele-Usa non è solo il risultato di un gruppo di fanatici che ignorano il diritto internazionale e i diritti palestinesi, ma una conseguenza di decenni di impunità – ha rimarcato Erekat –  Abbiamo contattato i governi di tutto il mondo chiedendo un’azione per fermare l’annessione di Israele. Abbiamo raggiunto i principali attori internazionali per chiedere una conferenza internazionale che faciliti un processo di pace costruttivo e significativo basato sull’attuazione del diritto internazionale e delle pertinenti risoluzioni delle Nazioni Unite. Dopo decenni di segnali di allarme, è giunto il momento di perseguire l’unica strada rimasta per procedere verso una pace giusta e duratura, che comprenda il riconoscimento dello Stato di Palestina e l’imposizione di sanzioni contro Israele e la sua occupazione. Oggi la Palestina offre al mondo una proposta seria per raggiungere una pace giusta e duratura. Chiediamo alla comunità internazionale di fare in modo che un ordine mondiale basato su regole, e la responsabilità di terzi, sia l’unica via da seguire per tutti. Quando il mondo attua i principi fondamentali del diritto e della giustizia, la Palestina non dovrebbe essere l’unica eccezione”.

Furto di Stato

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Il 23% della Cisgiordania: 40.000 ettari di terra palestinese privata. Verranno annessi 12 villaggi arabi con 13.500 abitanti. Gerico sarà ridotta a una enclave di 43.000 abitanti che non potranno uscire né entrare senza passare da ceckpoint israeliani. Ci sarà un nuovo confine con 124 miglia in più e, con ogni probabilità, un nuovo Muro. E’ il piano “Netanyahu-Gantz” in pillole. Pillole avvelenate per i Palestinesi.

Sulla carta – rileva Haaretz  il “Piano del secolo” di Donald  Trump si basa sulla soluzione a due Stati e delinea un futuro lontano in cui ci sarà uno Stato palestinese accanto allo Stato di Israele. Ma in termini di territorio su cui questo Stato palestinese sarebbe stabilito, propone il territorio più limitato e non contiguo mai offerto ai palestinesi dalla comunità internazionale. Il principio guida dell’amministrazione, secondo Trump, è che “nessun palestinese o israeliano verrà sradicato dalle loro case”. Di conseguenza, la mappa che accompagna il piano consente a Israele di annettere tutti gli insediamenti esistenti, oltre alle aree circostanti e alle strade di accesso.

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Secondo l’amministrazione Usa, Israele avrebbe annesso circa il 30% della Cisgiordania. Tuttavia, sulla base delle mappe presentate da Netanyahu e dall’amministrazione, gli esperti stimano che in realtà si aggirerebbe attorno al 23%.  Ciò si aggiunge allo “scambio di territori e popolazioni” che appare nel piano nell’area del Negev e della Galilea, noto come “Il Triangolo”. Tuttavia, non è chiaro se questi rimarranno nel piano dopo essere stati così ampiamente contestati a gennaio.

 

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È importante ricordare – rimarca ancora il quotidiano progressista di Tel Aviv – che una mappa finale e dettagliata non è ancora stata pubblicata. L’amministrazione Usa ha istituito un comitato israelo-americano congiunto, che ha lavorato sin dal rilascio del piano per tracciare confini più precisi. Secondo alti funzionari degli Stati Uniti, quella mappa è quasi pronta.

Senza ritorno

Dal 1967, Israele ha intrapreso molte azioni in Cisgiordania che sono considerate “annessione strisciante” o “annessione di fatto” – ad esempio l’espansione di insediamenti e avamposti e il loro collegamento con Israele mediante infrastrutture, insieme a restrizioni e demolizioni delle costruzioni palestinesi nell’area C (il 60 percento della Cisgiordania sotto il controllo militare israeliano). La mossa in discussione fornirebbe un quadro giuridico per la realtà sul campo, rendendola “de jure”, ma la approfondirebbe anche.

Innanzitutto, sarebbe possibile sostituire l’amministrazione militare con la legge e l’amministrazione israeliane. In linea di principio, oggi l’esercito è la massima autorità legale nei territori occupati, rispondendo al ministero della Difesa. Ciò è in parte fatto attraverso le leggi che esistevano nell’area prima dell’occupazione israeliana. Tuttavia, come parte della stessa “annessione strisciante”, la legge israeliana si applica sostanzialmente già ai coloni stessi (ma non ai palestinesi che vivono nelle stesse aree). È possibile che l’annessione israeliana fornisca una base legale per la situazione esistente, in cui esistono sistemi giuridici separati per israeliani e palestinesi, ma potrebbe anche includere l’applicazione della legge israeliana in molte aree in cui vivono attualmente i palestinesi. Il loro numero dipenderà dalla mappa finale.

Preparativi di guerra

In un recente briefing con alti ufficiali dell’Idf (le forze armate israeliane), il capo dello staff Aviv Kochavi ha dichiarato di aver allertato i comandanti dell’esercito in merito a una possibile escalation nei territori occupati prima di luglio. L’allerta è stata emessa a causa del piano di annessione. Durante una riunione del gruppo parlamentare del Likud, Netanyahu ha annunciato che intende applicare la legge israeliana agli insediamenti e nella Valle del Giordano già dal 1° luglio. “Abbiamo una data prefissata e non la cambieremo”, ha ribadito il promo ministro.

Le parole di Kochavi si riferivano principalmente alla Cisgiordania, meno alla Striscia di Gaza. Finora, l’esercito non ha inviato rinforzi in Cisgiordania, nonostante un aumento del numero di tentativi di attacco nelle ultime due settimane. Verso luglio, l’esercito si sta preparando ad attuare un piano per affrontare un possibile scoppio di violenza. Questo piano include un significativo rafforzamento delle forze in Cisgiordania.

Il dado è tratto. Scrive Gideon Levy, icona vivente del giornalismo israeliano: “Non importa quale sarà il risultato del processo al primo ministro. Comunque andrà a finire, il suo risultato è completo: il processo è entrato nel cuore del discorso pubblico, non c’è quasi nessun altro argomento, tutto il resto è stato spinto in disparte e rimosso dall’agenda. Questo non è un risultato da poco: consentirà di perpetuare per generazioni occupazione, apartheid e falsa democrazia. La destra può dormire sonni tranquilli, la strada per continuare le sue ingiustizie e crimini è stata lastricata”.

Ed è una strada insanguinata.

 

 

 

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